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Che cosa si può credere oggi?

Una Chiesa a più voci - domenica 16 maggio 2010


Trascrizione delle conversazioni tenute nella chiesa di San Defendente

domenica 16 maggio 2010

 


Prima riflessione

Considerazioni sulle letture del giorno


Uomini e donne di San Defendente, non state fermi a guardare il cielo. Non perché guardare il cielo sia sconveniente o poco interessante, ma perché c'è altro da fare. Le letture di oggi sono la migliore introduzione all'argomento del nostro incontro. Non saprei dire se per caso o per uno scherzo dello Spirito Santo.

Quale senso trarne? C'è stato un evento, l'evento Gesù Cristo, che è nato in questo mondo, è cresciuto, si è manifestato, ha sparso a piene mani semi di vita, è morto e risorto. Morte e risurrezione di Cristo vanno considerate come un tutt'uno. Poi è andato in cielo, è uscito dalla nostra presenza, come aveva preannunciato: me ne andrò e vi manderò lo Spirito Santo. L'evento è fondamentale, ma bisogna stare attenti a non fermarsi alla contemplazione dell'evento. Il messaggio ci sprona a muoverci, ad agire, a farci parte attiva per diffondere nel mondo il senso di questo evento rivoluzionario.

Gesù ci ha detto: amatevi come io vi ho amato, ma lui non è stato in contemplazione accontentandosi di sentire nel suo cuore quali emozioni provasse, ma ha camminato per le vie del mondo compiendo gesti d'amore applicato, risanando ferite, condividendo tribolazioni, coinvolgendosi con chi soffre. E ci ha esortato a fare come lui, a farci parte attiva. Sant'Ignazio diceva che il vero cristiano è un contemplativo in azione, e questo significa che contemplare è bello e positivo, ma non bisogna stare fermi sul passato, su quello che già si è compiuto: non bisogna restare fermi sugli stereotipi, sui luoghi comuni.

Come esempio emblematico proporrei quel noto aneddoto, che viene dall'antica Grecia, nel quale si racconta che il grande filosofo Zenone, con la sua logica inoppugnabile, voleva dimostrare l'impossibilità del movimento, mentre l'altro grande filosofo Antistene, che si trovava nella sala della conferenza, anziché confutarlo a parole si era messo a passeggiare su e giù per la stanza. Trovo che questo raccontino può essere molto utile per capire che riflettere ed elaborare concetti può anche essere positivo, ma contemporaneamente è necessario muoversi. Quindi, si può anche ragionare e discutere con Zenone, a patto di camminare insieme ad Antistene: una duplice indicazione complementare, che invita a non fermarsi su tesi precostituite, sugli stereotipi, sui luoghi comuni, sul passato.

Nel racconto però ci sono anche altri personaggi: tutte quelle persone che se ne stavano la sedute, ad ascoltare e guardare, ma senza prendere posizione. Non che sia negativo guardare e ascoltare, purché per un tempo limitato, per capire che cosa sta accadendo. Poi però è necessario prendere posizione, impegnarsi in prima persona. Altrimenti starsene fermi lì a guardare, che sia il cielo o qualunque altra cosa, diventa un atteggiamento passivo, acquiescente, tipico di chi preferisce delegare la coscienza piuttosto che prendere posizione. E gli acquiescenti tendono a defilarsi, a trarsi indietro di fronte agli eventi che si trovano di fronte, a tenere un atteggiamento tiepido in relazione agli eventi. Ma l'Apocalisse dice: i tiepidi li vomito!

Nella lettera agli Ebrei viene sottolineato il profilo del sacerdote tradizionale, che entra nel santuario con sangue altrui, perché il sacerdote è un mediatore tra l'uomo e Dio, e quindi necessario finché Dio viene considerato lontano e incommensurabile. Ma Cristo ha introdotto una novità, ha spiegato che il mediatore con il divino sta dentro di noi. Se Dio è padre, se noi siamo figli, allora il rapporto non può essere che diretto. Quale figlio, per comunicare con suo padre, si rivolgerebbe a un mediatore? Gesù ha spiegato chiaramente che neppure lui ha funzione di mediatore tra noi a Dio Padre. Non ha detto: rivolgetevi a me e io risolverò i vostri problemi. Ha detto invece: fate come me, amatevi come io vi ho amato, cioè attraverso concreti d'amore applicato. Non si sostituisce a noi, non è neppure un modello da imitare. È invece un esempio da seguire: fate come ho fatto io, vivete come figli di Dio, ma figli autentici, consapevoli. Fatevi uomini e donne in pienezza. San Paolo dice: non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me. Quindi, ripeto, non c'è da porsi davanti a Cristo e chiedergli di risolvere lui i nostri problemi, perché lui ci dice: fammi vivere dentro di te, e con il mio spirito saprai affrontare tu in modo costruttivo i tuoi problemi. Una possibilità per tutti.

Al tempo presente molte, moltissime cose sono cambiate, e certe immagini non appaiono più credibili, anche perché ci rendiamo conto meglio che certe forzature finiscono per ottenere risultati ben diversi, se non contrari, da quelli auspicati. Per esempio, la teologia tradizionale afferma che Gesù è vero Dio e vero uomo, ma poi ha sempre sviluppato la tendenza a sacralizzare Gesù, cercando di sottolineare il suo aspetto divino a scapito di quello umano, cosa che influenza profondamente il senso comune della gente, anche al presente. La tendenza è pensare che Gesù sapeva tutto, aveva la scienza infusa e la visione beatifica. Si è fatto battezzare? Ma lui, che era Dio, non ne aveva certo bisogno, e quindi lo ha fatto per mostrarci quel che dobbiamo fare noi. Gesù pregava? È vero, ma non ne aveva certo bisogno. Lo faceva per darci un esempio. Bel servizio alla sua immagine, non c'è che dire! Ridurlo a un commediante, cioè a un ipocrita (parola che etimologicamente significa commediante). È difficile rendersi conto che sacralizzare Gesù è fargli un dispetto; che valorizzarne troppo gli aspetti divini a scapito di quelli umani è svalutarne il messaggio. Paradossalmente si potrebbe dire che Gesù uomo è più divino di Gesù Dio. Perché, per un Dio, si suppone che scendere a livello umano non sia poi così difficile, mentre per un uomo innalzarsi a livello divino diventa un evento realmente straordinario. E anche inquietante: se ci credo, se lo prendo sul serio, finirà che dovrò provarci anch'io: che spavento!

Vero Dio non possiamo capire che cosa significa, ma vero uomo sì, e che abbia compiuto un itinerario dal basso è detto chiaramente anche nelle scritture. Nella lettera ai Filippesi San Paolo dice che è stato da Dio esaltato perché si è fatto obbediente fino alla morte. Gesù uomo che giunge a esprimere il divino diventa un esempio trascinante, affermando che è una possibilità per tutti, tanto è vero che qualcuno c'è riuscito e lo ha dimostrato. Come esempi, pensiamo a Oscar Romero, De Focault, Gandhi, Luther King, Madre Teresa, Bonheffer, Kolbe, Puglisi, Salvo D'Acquisto. Offrire la propria vita per gli altri è possibile in molti modi, non tutti obbligatoriamente eroici. Si può anche fare nella semplicità della vita quotidiana, ciascuno come può, cime sa fare, allungando la mano a sostenere chi inciampa, a porgere un pane a chi ha fame, a portare un sorriso di solidarietà nei momenti drammatici. O in molti altri modi. Quel che importa è riscoprire che cos'è l'amore, che cosa significa amore per Dio e per il prossimo, che poi è un solo amore con mille sfaccettature. Lo scorso anno abbiamo riflettuto insieme sui modi per imparare ad amare, ricordate? Richiamiamone ora un aspetto fondamentale, cioè che amare non è contemplazione, non è starsene seduti in un angoletto concentrandosi sul proprio cuore per sentire qual è il grado di emozione che esprime. E in particolare, amare Dio non è sentirsi emozionati pensando a lui, che resta una realtà invisibile. Significa invece amare con Dio, amare come Dio, amare insieme a Dio, manifestare l'amore di Dio su questa terra, quell'amore che giunge a fratelli e sorelle se qualcuno si prende carico di manifestarglielo. Significa compiere gesti d'amore applicato, immergersi nelle vicende terrene, in prima persona, sporcandosi le mani, facendo quel poco che si può, ma quello facendolo, concretamente, senza tirarsi indietro, senza starsene fermi a guardare il cielo.

Fuor di metafora, quindi, è indispensabile non restare bloccati sulle immagini stereotipate, per indagare il nuovo che avanza, per identificare quello che si può credere oggi, nei nostri tempi così diversi dal passato, così inquieti, così proiettati verso tante novità sconvolgenti che stanno rivoluzionando tutti gli antichi equilibri a livello planetario. Perché la rivelazione di Cristo è sempre quella, ma cambia la nostra percezione, la nostra capacità d'interpretarla alla luce dei concreti contesti di vita, che si sviluppano ed evolvono con l'evolversi dei tempi. Indagare sulla fede è un mezzo per apprendere nell'intimo, per maturare, per mantenere vivo il significato originario dell'insegnamento di Cristo, che è imparare a vivere sanando contrasti e spargendo armonia.

Oggi proveremo insieme ad aprirci al nuovo per fare le scoperte che ci proporrà. Speriamo di riuscirci.



Seconda riflessione

Da quel che divide a quel che unisce


Intanto grazie di avermi invitato ancora a condividere con voi. È la quarta volta, mi pare, e non è poco. L'argomento dell'incontro, che cosa si può credere oggi, ci invita a riflettere sulla realtà presente, caratterizzata tra l'altro da una drammatica confusione. Noi in Italia siamo immersi quotidianamente nello squallore delle nostre vicende politiche che rischiano di oscurare fatti di ben altra gravità. Ma se alziamo gli occhi sull'orizzonte mondiale vediamo subito emergere come funghi guerre, fame, inquinamento (pensiamo a quel che sta succedendo nel golfo del Messico). E poi ci sono le conseguenze perverse di un'economia scriteriata, che rischieranno di creare a breve sempre più difficoltà sociali e familiari. Non sono argomenti di questa conversazione perciò non mi soffermo, se non per sottolineare quanto sia necessario un rinnovamento. Altrimenti …….

I criteri cambiano, il patrimonio culturale cambia, e anche i significati cambiano. Per mantenere vivo il senso di certi valori che trascendono il tempo è necessario depurarli dalle sovrastrutture legate al passato, per  riscoprirne oggi il nucleo essenziale.

Mi domando: che cosa c'è nella testa della gente? Gesù diceva: chi vede me vede il Padre, e credo sia proprio vero, perché sono profondamente convinto che ciascuno riflette nella sua vita il Dio in cui crede (o non crede). La frase quindi vale per tutti. Gesù, che era mite e umile di cuore, mostrava il volto di un Dio tenero che si coinvolge con gli esseri umani. Non un tiranno o un potente che se ne sta lassù nell'alto dei cieli, distaccato da un'umanità fatta da una massa di sudditi, ma un tenero papà che vuole condividere la vita con i suoi figli. Ciascuno di noi, invece, mostra di avere in mente immagini confuse e contraddittorie, tenendo di conseguenza comportamenti discutibili, se non di peggio. Come mai, mi domando, nel mondo c'è così tanta violenza? E temo che la risposta sia chiara: perché tante, troppe immagini di un Dio violento continuano a permanere nella nostra cultura (religiosa e non). E quindi nelle menti della gente. Se poi non vogliamo usare la parola Dio, diciamo pure punti o valori di riferimento culturali legati alla violenza, ma la sostanza non cambia. E questi riferimenti mentali influiscono in modo determinante sugli atteggiamenti e i comportamenti.

La violenza può essere di due tipi: per reazione o per convinzione. La violenza per reazione può manifestarsi anche, talvolta, nelle persone pacifiche quando, sentendosi provocate pesantemente, non riescono a contenere le reazioni. La storia rivela numerosi esempi di persone ragionevoli e mansuete diventate violente in determinate circostanze. È un problema che riguarda la padronanza di sé, alla quale si può ovviare con diverse forme di autoeducazione. Se mi accorgo che divento violento malgrado le mie intenzioni, allora è come confessare a me stesso di essere incoerente, e non mi resta che cercare i metodi migliori per imparare a non esserlo. La violenza per convinzione invece, cioè quella violenza che viene in qualche modo approvata e giustificata dai punti di riferimento presenti nella propria mente, non è ovviamente superabile se non sostituendoli con altri più pacifici. Occorre liberarsi delle immagini inquinate per ritrovare armonia, per passare da quel che divide a quel che unisce.

Ci sono troppe ambiguità nei nostri pensieri e nel modo di comunicare. Non solo su frasi e concetti complessi, ma perfino, talvolta, sulle singole parole. Prendiamo ad esempio la parola cristiano: viene usata sovente con due significati diversissimi fra loro e sovente inconciliabili. La prima per indicare quel che attiene alla figura e al messaggio di Cristo. La seconda come riferimento alla cosidetta cristianità, cioè al cristianesimo reale così come si è strutturato e affermato nel contesto della storia. Per capirne meglio la differenza e le ambiguità che l'accompagnano, riflettiamo un attimo sul Padre Nostro. Noi tutti recitiamo abitualmente in coro il Padre Nostro, e siamo quindi portati a credere di avere la stessa fede, di pensarla tutti allo stesso modo. Fermiamoci però a riflettere sulla parola nostro: siamo sicuri d'intenderla tutti allo stesso modo? Perché nostro può significare di noi pochi che siamo presenti qui, o di noi italiani, cristiani, occidentali. Ma anche nostro di tutti, indistintamente tutti, senza differenze di etnie, razze, colori della pelle, appartenenze culturali. La differenza è ovvia e lacerante.

Sovente i due modelli non stanno insieme. Il primo afferma che Dio è padre di tutti, ma proprio tutti tutti. Tutti fratelli e sorelle, tutti dalla stessa parte, anche perché non ci sono parti. La deduzione primaria è: se un fratello (o una sorella) va fuori strada che devo fare? Diamine! È mio fratello, devo cercare di ricuperarlo in tutti i modi possibili, senza stancarmi mai. Non è detto che ci riesca, ma l'atteggiamento, il desiderio più profondo, il sentire nell'intimo non può essere altri che questo. Il secondo modello invece ipotizza un Dio il cui fine ultimo è separare il bene dal male: un potente che può anche essere magnanimo e generoso con chi sta dalla sua parte, ma alla fin fine spietato con chi non si allinea ai suoi voleri. La deduzione primaria, consapevole o inconscia che sia, diventa: se vuoi stare dalla parte dei buoni devi combattere i cattivi, emarginarli, cacciarli e anche, eventualmente, ucciderli. L'inconciliabilità tra i due modelli è chiarissima, credo, eppure vengono regolarmente indicati con la stessa parola "cristiano" talvolta perfino all'interno dello stesso contesto (documento, libro, discorso).

L'aspetto più drammatico e negativo è dato dal fatto che entrambe le immagini possono trovare avallo nei Vangeli, i quali non sono privi di contraddizioni tra singole parti. Non è il caso di fermarsi ora su questo aspetto, che ho approfondito in altre occasioni, in particolare nel mio libro: Un po' meno della verità, che ha come sottotitolo: L'antivangelo nel vangelo. Voglio solo aggiungere un piccolo suggerimento come chiave di lettura, per chi si sentisse spaventato dall'idea di dover distinguere tra parti e parti dei Vangeli. Con quale criterio? Ebbene, un criterio di massima potrebbe essere questo: se avvertiamo un contrasto inconciliabile tra novità radicali e ripetizioni di concetti o immagini preesistenti, possiamo ragionevolmente credere che le novità siano di Gesù (altrimenti dovremmo identificare chi altro sarebbe stato capace di rivelare novità assolute). Le ripetizioni di criteri preesistenti, invece, si può ben presumere che sia finito nel contesto letterario dell'epoca, elaborato e scritto da persone che hanno percepito la rivelazione di Cristo, ritrasmettendola poi, ovviamente, attraverso concetti appartenenti al proprio patrimonio culturale. Per fare un solo esempio, Se Gesù esorta ad abbandonare l'antico occhio per occhio per imparare a porgere invece l'altra guancia, non posso dubitare che si tratti di un suo messaggio originale. Quindi, quando nei Vangeli trovo scritto che Dio non perdonerà a chi non perdona un suo fratello, non posso che prendere le distanze da questo tipico rimando all'antico principio: occhio per occhio, dubitando che possa averlo detto Gesù Cristo.

Queste contraddizioni introducono al cuore dell'argomento odierno, che si può esprimere efficacemente con la parola diabolico. Che cos'è diabolico? Una volta credevo che diabolico fosse sinonimo di negativo: tanto più negativo, tanto più diabolico. Ho messo molto tempo a rendermi conto che non è così. Perché, a pensarci bene, si potrebbe dire che il falso sia altrettanto sincero del vero. Una volta identificato il falso, infatti, si possono ricavare informazioni altrettanto utili che dal vero. Il nemico del vero, invece, è il verosimile, cioè qualcosa che è vero ma non del tutto. Ovverosia, un po' di vero e di falso mischiati assieme. Questo è diabolico: negativo e positivo, giusto e sbagliato, bene e male mischiati assieme, capaci per questo motivo di confondere i significati e il senso degli eventi. Infatti, nel contesto di un qualsiasi messaggio, che in qualche modo è sempre complesso, percepirne qualche aspetto positivo porta facilmente a credere che tutto il messaggio sia positivo, conducendo facilmente a deviazioni aberranti. Qualche esempio? Consideriamo la parola solidarietà, che di per sé esprime un atteggiamento magnifico, e tuttavia una solidarietà chiusa sul proprio clan, una solidarietà di tipo mafioso in nome dei membri amici dell'organizzazione (cosa di per sé positiva) può condurre facilmente perfino a uccidere spietatamente chi minaccia il bene del clan. O per fare un altro esempio, in nome del diritto alla sicurezza (cosa di per sé positiva) si può giungere a riportare con la forza, in Libia, dei poveri disperati che avevano rischiato la pelle attraversando il mare con un gommone. In altre parole, identificare un bene da difendere o perseguire può avere ricadute pratiche diaboliche. Per questo la storia, anche recente, insegna come siano stati possibili eventi veramente aberranti. Nel secolo scorso, per fare un altro esempio, ci chiediamo come sia stato possibile l'affermarsi di feroci dittature nel Sudamerica perfino con l'avallo implicito delle autorità ecclesiastiche. Ma il meccanismo non è difficile da capire. C'era il terrore del comunismo, per certi versi giustificato, dato i tipi di regimi cruenti che in tal nome si erano insediati con la forza in diversi paesi. Per questo motivo, a quel tempo, nel Sudamerica circolava uno slogan: bisogna mettere dei paletti, altrimenti dove si va a finire? Qualcuno si è fatto avanti dicendo sostanzialmente: penso io a mettere i paletti, m'incarico io di fare il lavoro sporco. E nel nome di: altrimenti dove si va a finire, molti acquiescenti passivi, preoccupati solo del proprio piccolo tornaconto personale, lasciarono fare senza voler vedere quali metodi cruenti venivano messi in atto: rastrellamenti, carceri, torture, esecuzioni, desaparecidos. Diabolico! La violenza dell'acquiescenza passiva si presenta spesso: quel che accade non dipende da me e non mi riguarda. Invece ci riguarda tutti. L'affermarsi di tali aberrazioni non avviene per caso, dato che nel nostro bagaglio culturale e religioso permane tutt'ora l'idea di dover imporre il bene con la forza, che è poi come dire che per schiacciare i cattivi bisogna farsi cattivi. Diabolico! Un concetto che esiste da lunga data, basti pensare che San Bernardo, persona per altri versi di gran valore, sosteneva che uccidere un cattivo non è omicidio ma malicidio. Diabolico!

Come è stato possibile, chiediamoci, l'affermarsi di una religiosità che pur avendo tanti aspetti positivi è accompagnata anche da numerosi elementi diabolici. Fondamentalmente, direi, nei primi tempi il cristianesimo si è caratterizzato per l'annuncio della buona novella, e quindi una proposta di minoranza rivolta alle coscienze con l'invito a convertirsi e lasciare la violenza, per costruire armonia. Ma più tardi, con l'affermarsi come religione di stato, si è strutturata come un'istituzione sempre più complessa da governare. In altre parole, governare è prevalso su annunciare, e così il riferimento agli aspetti violenti di un Dio che contrappone e divide sono prevalsi, anche perché identificare nemici comuni da combattere è uno dei migliori collanti. Un Dio di parte, che combatte contro i cattivi, è il miglior modello per dei vicerè che si prendono l'incarico di rappresentarlo in terra: se Dio stesso divide e condanna, allora anticipiamo i tempi.

Diabolico è credere che bene e male si combattono reciprocamente, come se fossero sullo stesso piano. Diabolico è lo spirito delle crociate, comunque intese. Nella trappola diabolica della divisione anche l'etica rischia di farsi diabolica. Il fariseo nel Tempio, ad esempio, era buono, sapeva che cos'è bene e vi si atteneva. Il diabolico, nel suo caso, era pensare che andasse bene così, che fosse sufficiente il suo atteggiamento passivo: basta non fare del male personalmente, magari chiudendo gli occhi su quello che viene fatto da altri per mantenere in equilibrio la società costituita. Va bene restare come siamo noi, pensano i buoni, sono gli altri che si devono convertire. Ma Gesù, invece, ci ammonisce: dobbiamo convertirci tutti, per diventare figli, per assumere quello spirito fraterno che ci rande coscienti di essere tutti figli dello stesso Dio, tutti dalla stessa parte. Non ci sono i buoni e i cattivi, ma bene e male sono mischiati in ciascuno di noi. Dire che qualcuno è cattivo è già ucciderlo, diceva Gesù. Ma poi abbiamo inventato il trionfalismo, l'esaltazione del combattimento contro i cattivi, perfino l'uso di farli soffrire come esempio per gli altri, per i cattivi che non si vogliono convertire.

Bisogna dire che una grande ambiguità, tale da favorire particolarmente la deformazione dell'immagine divina, deriva da una particolare contraddizione presente nel Nuovo Testamento. San Paolo, infatti, nella lettera ai Romani afferma che il potere viene da Dio, che tutte le autorità sono stabilite da Dio, e che opporsi alle autorità costituite, quindi, è opporsi a Dio. Nel Vangelo invece, nel brano delle tentazioni nel deserto, è il diavolo ad affermare che il potere appartiene a lui, e lo gestisce lui dandolo a chi vuole. Non traggano in inganno le traduzioni che in italiano alternano le parole autorità e potere le quali possono avere significati differenti. Nel testo greco originale viene usata la stessa parola (euxousia). Il potere, infatti, che è capacità di fare tanto bene ma anche tanto male, diventa facilmente un elemento diabolico.

Tutto viene da Dio, tutto è voluto da Dio, non muove foglia che il Signore non voglia, recita un vecchio detto popolare che oggi, per fortuna, non pochi teologi giudicano blasfemo. L'onnipotenza divina, interpretata in senso antropomorfico, è un'idea capace di produrre danni irreparabili. È un'idea diabolica. Oggi molti tendono a rifiutare l'idea che certe tragedie dei nostri tempi siano volute da Dio. L'immagine di un Dio che vuole, poniamo, l'olocausto, è ormai per fortuna poco sostenuta. Ma ne è subentrata un'altra che si sente spesso ripetere. Dio non vuole il male, però lo permette. Come se fosse meno grave! Permettere crudeltà e delitti, quando sarebbe possibile intervenire per evitarli, non equivarrebbe a farsene complici? Possiamo credere davvero che l'onnipotente Dio permette al male di manifestarsi, anziché intervenire a fermarlo? Che orrore! E perché poi? Le risposte ufficiali di solito dicono che è per rispettare la libertà umana, ma sta di fatto che gli aguzzini sono sempre liberi di seviziare e uccidere, mentre i pacifici non sono mai liberi di vivere in pace. Evidentemente c'è qualcosa che non funziona nell'immagine di un Dio onnipotente in senso antropomorfico, evidentemente si tratta di un'immagine che non si può più credere, al giorno d'oggi. Un'immagine che, secondo me, è uno degli argomenti più forti a favore dell'ateismo.

Chiediamoci dunque: che cosa si può credere oggi? E qui bisogna cominciare col fare una bella chiarificazione. È innanzi tutto indispensabile capire che credere e aver fede non significano affatto la stessa cosa. Aver fede non equivale a credere a qualcuno o qualche cosa, ma è sentire una forte attrattiva verso una direzione esterna a sé. La fede coinvolge il cuore, indipendentemente da qualsiasi immagine o concetto. Ho fede se sento il cuore battere per qualcosa che mi coinvolge, qualcosa che mi attrae al punto da non poterla rifiutare. Credere riguarda invece il campo razionale, e quando si accompagna alla fede potrebbe dirsi un tentativo di spiegarne i contenuti. Ma si può credere senza aver fede, e si può avere una fortissima fede senza sapere che cosa credere, perché il cuore può essere sensibile e determinato anche in presenza di una mente confusa. In altre parole, si potrebbe dire che la fede è un po' come l'amore: si può parlare d'amore in modo approfondito e pertinente anche senza essere innamorati, e al contrario essere innamorati senza saper spiccicare parola sull'amore. La fede è qualcosa di simile: fede in Dio è avvertire una prepotente proiezione verso la trascendenza. Che poi si abbia più o meno capacità di elaborare e descrivere dei contenuti che la sostengano è un'altra cosa. Nei Vangeli, lo stereotipo del fariseo può dirsi tipico di chi crede senza aver fede. Egli sa tutto sui canoni religiosi e su che cosa propongono a credere e non credere. E li segue scrupolosamente. Ma il suo cuore è arido e non capisce quel che davvero conta, non percepisce il cuore dello spirito vitale.

Si potrebbe dire, insomma, che il nucleo della fede in Gesù Cristo è sentirsi portati a dar da mangiare a chi ha fame, offrire da bere a chi ha sete, ospitare i pellegrini, vestire chi è nudo, curare gli infermi, visitare i carcerati, anche senza credere a niente di quanto stabilito dai canoni della religione cattolica. Il credo invece ha caratteristiche soggettive, tanto è vero che non è difficile incontrare persone che credono a differenti immagini o concetti, ma dimostrano di avere una sostanziale fede analoga. Le immagini del credo, quindi, possono cambiare senza che muti la fede, perché la fede non si misura sul credo. Tuttavia non è affatto secondario quel che si crede, perché può favorire oppure ostacolare anche sensibilmente il versante fede. Personalmente, nella mia sofferta ricerca che dura ormai da ben oltre mezzo secolo, perplessità e interrogativi su singoli aspetti del credo non mi hanno mai del tutto abbandonato, conducendomi a quella che definirei una saldissima fede incerta. E penso che proprio per renderla sempre più salda sia necessario e opportuno rivisitare ed eventualmente modificare alcuni elementi oggi non più credibili. E bisogna farlo senza timori, perché la fede non si può perdere per dei ragionamenti, di qualsiasi tipo, mentre rigenerare gli elementi del credo possono invece fornirle fresche alimentazioni vitali.

Via le immagini non più credibili, per fare spazio a quelle credibili che possono offrire un salto di qualità capace di rivitalizzare le incerte e confuse coscienze odierne. Ma vorrei aggiungere che se certe formulazioni metafisiche appaiono ormai assurde, l'ateismo non appare meno assurdo. Basti dire che ateismo significa affermare che le nostre singole coscienze individuali sono il massimo di evoluzione di una materia inconsapevole di esistere. Se qualcuno vuol credere questo, di se stesso, si accomodi. Personalmente non mi sento così importante, anzi, se ci penso avverto, dentro di me, una contrazione inarrestabile.

Per concludere la prima parte di queste conversazioni odierne, abbiamo riflettuto su quel che divide, che in senso lato è riconducibile al moralismo, il quale pretende, appunto, di dividere tra buoni e cattivi, tra bene e male, finendo per spingere il bene a usare le stesse armi di violenza che sono tipiche del male, e quindi a farsi male esso stesso. Resta da chiedersi che cos'è che unisce, e appare ovvio quanto sia determinante mantenere un atteggiamento capace di tenere sempre al primo posto gli aspetti positivi, anche se abitualmente si presentano diabolicamente mischiati ad aspetti negativi. Come esempio significativo potremmo immaginare una famiglia dove un padre, onestissimo ma proprio per questo costretto a fare sempre i conti con ristrettezze economiche, riesce ad allevare due figli in modo dignitoso, ma con ristrettezze e limitazioni. Giunti in età adulta supponiamo che uno dei due figli dica: mio padre è povero, ma onesto. E l'altro dica invece: mio padre è onesto, ma povero. Le parole usate sono esattamente le stesse, ma l'atteggiamento appare diverso. Si può supporre che il primo si accingerà a seguire l'esempio paterno, anche a costo di sacrifici, mentre è probabile che il secondo non escluda di scendere a compromessi per alleggerire il peso della povertà.

Nel concreto, la realtà si propone sempre con varie sfaccettature. Per non cadere nella tentazione di assolutizzarne qualcuna a scapito dell'equilibrio d'insieme (atteggiamento ideologico) occorre una certa moderazione, unico atteggiamento che consente anche di guardare gli aspetti non graditi. Nello spirito odierno, la ricerca non si propone di scalzare le verità del passato, oggi non più credibili, per proporre al loro posto altri dogmatismi. Come la mentalità scientifica moderna non si propone di costruire teorie definitive, ma considera positive tutte le tesi che aprono al futuro, così anche la teologia, secondo il mio parere, dovrebbe ricercare un atteggiamento analogo: trovare immagini significative in grado di rivitalizzare la fede, sapendo che prima o poi dovranno essere anch'esse aggiornate con l'evoluzione dei tempi.

Non guasta ricordare che quando parliamo di Dio in realtà parliamo sempre e soltanto di nostre proiezioni. Su Dio, che appartiene a una dimensione non antropomorfica, non possiamo sapere proprio nulla, ma solo, speriamo, intuire in parte il significato del suo esistere e del suo modo di essere, che sono elementi percepiti istintivamente nell'ambito della fede. Per affrontare nuove o vecchie formulazioni e descrizioni del mondo divino occorre un atteggiamento molto moderato. Sia però chiaro che moderazione non significa acquiescenza, ma semplicemente disponibilità a guardare l'altra faccia delle cose, per non cadere nella trappola ideologica di forzare l'interpretazione su quel che si desidera credere a priori, cosa che non sarebbe un atteggiamento innocente.

Il Vangelo racconta che nella parabola del banchetto nuziale al quale erano stati invitati tutti, buoni e cattivi, il padrone di casa, scorto un invitato che non aveva l'abito nuziale gli chiede come mai, e al suo non saper rispondere gli dice drasticamente che non si può partecipare al banchetto senza abito nuziale. Può sembrare una strana pretesa: ma come, tutti sono invitati, ciechi, storpi, zoppi, poveracci, e diventa importante l'abito? Il fatto è che l'abito nuziale è sinonimo di atteggiamento innocente, capace di porre domande e interrogazioni senza pretendere risposte precostituite, ma con disponibilità a lasciarsi condurre dove il nuovo (che non è prevedibile) vorrà condurre. Il senso che traspare dalla parabola è l'assurdità di voler indagare il divino pretendendo di confermare le proprie tesi precostituite, i propri pregiudizi. Senza atteggiamento innocente è assolutamente inutile chiederci che cosa si può credere oggi.

Il cuore della proposta di Gesù è ben spiegata nel Vangelo: se date il saluto a chi vi saluta, se siete benevoli con chi lo è con voi, se amate quelli che vi amano, che cosa fate di straordinario? Anche i peggiori fanno altrettanto. Amate invece senza contropartite, anche quelli che non vi amano, anche gli antipatici, anche chi è sgradevole. E sarete veramente figli di Dio, che fa splendere il suo sole sui buoni e sui cattivi, che fa piovere sui giusti e gli ingiusti, che è benevolo con gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi (che significa amare anche chi non contraccambia). Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro. Una perfezione che non ha nulla di astratto o stereotipato, ma che significa semplicemente amare, comunque, senza lasciarsi condizionare dalla risposta. Significa camminare insieme anche a quelli che sbagliano strada, camminare insieme tra diversi, discutendo e litigando magari, ma sempre tenendosi per mano. Questa è la Chiesa che unisce, non quella che distingue, emargina, scomunica. Una Chiesa dove grano e zizzania crescono insieme, discutendo anche accanitamente, se è il caso, sulle formulazioni del credo, ma impegnandosi contemporaneamente a mantenere vivi gli aspetti comuni della fede. Guardate a quel che unisce, non a quel che divide, si raccomandava Giovanni XXIII. Perciò, per riprendere l'esempio di stamattina, discutiamo pure con Zenone, ma contemporaneamente continuiamo a camminare con Antistene. Con tutte le difficoltà, ma insieme. Nel pomeriggio cercheremo di approfondire meglio.



Terza riflessione

Alla ricerca d'un cristianesimo dell'insieme


Che cosa si può credere oggi? Le letture della celebrazione di stamattina descrivono l'ascensione di Gesù al cielo. Ovvio che oggi non è credibile immaginare un corpo fisico che s'innalza verso il cielo fino a scomparire lassù, oltre il visibile. Venti secoli orsono poteva apparire meno assurdo perché l'opinione comune concepiva il cosmo fatto a strati, con pianerottoli sovrapposti. La terra era il piano terreno, sotto c'era il sotterraneo (lo Scheol, gli inferi) e sopra i sette cieli, nell'ultimo dei quali dimorava Dio, l'Altissimo. Gesù risorto era da concepirsi lassù, nel seno del Padre. Oggi sappiamo che i cieli più alti sono sempre parte dello stesso cosmo, eppure, anche se nella descrizione l'ascensione appaia non credibile, nel significato può continuare a mantenere un senso, se viene richiamata per affermare che Gesù è risorto e continua a vivere in altra dimensione: nella dimensione divina.

Le metafore sono capaci di esprimere, attraverso descrizioni di per sé fantastiche, un senso reale, purché affrontate con la corretta chiave di lettura. Per esempio, se qualcuno si accostasse con scetticismo alle favole di Esopo pensando che non sono credibili perché gli animali non parlano, si perderebbe tutte le verità profonde che esprimono. Per fare un altro esempio, pur sottolineando ancora che non possiamo sapere nulla del volto di Dio, mi sento però di affermare che ha i baffi. E lo dico perché in certi momenti nei quali mi sento sconsolato, triste, abbandonato al mio destino per qualche contrattempo che mi disturba, ho talvolta la chiara sensazione che qualcuno mi sta guardando e ride sotto i baffi. Fuor di metafora, potrei dire che credo l'umorismo una delle qualità divine, mentre penso sia stufo di sapersi rappresentato un vecchio con la barba bianca e il dito alzato come ammonimento. Credo che l'immagine di un Dio severo abbia fatto abbastanza danni, e mi piacerebbe vedere ora più accentuata quella di un Dio sorridente, dispensatore di speranze.

Il problema investe il senso stesso della verità, che può essere di tipo storico, oppure teologico-sacramentale. Qual è la differenza? La verità storica si rifà a personaggi ed eventi accaduti in certi luoghi, tempi, modi, e sovente non si riesce aa afferrarla esattamente. Ma in fondo può avere scarso interesse, agli occhi della fede. La verità teologico sacramentale richiama invece significati precisi, al di là di descrizioni che possono anche essere simboliche. Per esempio, quando si va in Terra Santa, condotti a visitare luoghi come il Santo Sepolcro, la casa di Maria, il Monte delle beatitudini, il Cenacolo eccetera, c'è sempre qualcuno che chiede se è certo che sono quelli i luoghi esatti, senza rendersi conto che dal punto di vista della verità sacramentale la cosa è assolutamente insignificante. Personalmente mi sono sentito profondamente emozionato sulla tomba di Cristo. Ora, supponendo che qualcuno mi avesse detto: guarda che il luogo esatto non è qui ma qualche centinaia di metri più in là, che avrei dovuto fare? Emozionarmi un po' meno? Oppure prendiamo ad esempio la Sindone, esposta in questi giorni. Sono tuttora in corso più ipotesi: è autentica, nel senso che è proprio quella che ha avvolto il corpo martoriato di Gesù, oppure è una ricostruzione iconografica, magari medievale? Personalmente confesso che davanti alla Sindone, o una qualche sua riproduzione, mi sento proiettato al cospetto della passione di Cristo, con tutto il relativo coinvolgimento. Sarà autentica? O avrà avvolto il corpo di qualcun altro martirizzato allo stesso modo? Oppure sarà una riproduzione? Anche se mi metto a pensarci in questi termini, mi accorgo che in ogni caso la partecipazione emotiva non cambia. Perché non è quel lenzuolo in sé che mi emoziona, ma il rimando sacramentale che rappresenta. Così come non è il pane dell'eucarestia che mi coinvolge, ma la presenza di Cristo alla quale mi richiama e mi rimanda.

Leggere le verità di fede come fossero verità storiche, e non teologico-sacramentali, rischia di introdurre una sorta di fondamentalismo fuorviante. Per restare fedeli ai significati della tradizione, può essere necessario mutare le descrizioni che non si adattano più ai criteri odierni, proprio per mantenere vivi i significati di fondo, irrinunciabili, della fede. Pena, altrimenti, il rischio di finire per credere a tutt'altro di quanto aveva inteso trasmettere Gesù. Proviamo quindi a formulare qualche ipotesi su quel che si potrebbe credere, senza alcuna pretesa, sia ben chiaro, di dire che le cose stanno proprio così, senza nessuna pretesa di inseguire "la verità", ma sperando di poter intuire qualche significato vitale.

Se prendiamo sul serio San Paolo quando dice che Dio è tutto in tutti, possiamo partire da questo punto fermo per ricavare interessanti deduzioni. La prima, mi pare, è che se Dio è tutto in tutti, allora non ce lo troviamo di fronte, ma siamo immersi in lui. La cosa non è di poco conto, come vedremo. Teologi del calibro di Teilhard de Chardin, o di Panikkar, o anche più recentemente di Mancuso e altri, parlano di materia mater dalla quale nasce non solo la vita biologica ma anche lo spirito, parlano di polvere dell'universo intrisa fin dalle origini di soffio divino, parlano di un'unica stoffa nella quale è tessuta tutta la realtà, Dio compreso. Il primo interrogativo che affiora è se si tratti di panteismo, sul tipo oggi particolarmente di moda anche secondo criteri New Age. E l'interrogativo di sempre è: il panteismo è da considerarsi teismo, oppure è ateismo? Secondo me c'è un modo per uscire dalle ambiguità. Se questo tutto ha coscienza di sé, allora merita di essere chiamato Dio. Se è concepito invece come insieme di energia inconsapevole, allora non sarebbe corretto scomodare la parola Dio. Insomma, se l'insieme cosmoteandrico, come lo chiama Panikkar, è un organismo vivente consapevole della sua esistenza, allora è da considerarsi una vera e propria persona, sia pure in senso non antropomorfico. Su questo punto di partenza mi pare si possano costruire nuove formulazioni interessanti e credibili, almeno ipoteticamente. Aggiungo che tutto quello che dirò credo possa rientrare nei significati propri della tradizione cristiana e cattolica, anche se con interpretazioni che altri, immagino, troveranno discutibili (ma io stesso le considero discutibili).

La prima deduzione è che esisterebbe una realtà d'insieme unica e unitaria che si esprimerebbe attraverso due interfacce. Una fatta di coscienze frazionate, limitate, contraddittorie, che sperimentano porzioni di esistenza nello spazio e nel tempo, che è poi l'individualismo della nostra realtà umana e terrena. L'altra, quella divina, è coscienza d'insieme, non prescinde mai dalla visione complessiva restando sostanzialmente sempre se stessa, malgrado qualsiasi mutazione a livello particolare. Questa immagine a due facce, per quanto mi è concesso di capire, mi sembra d'importanza capitale, perché significherebbe che noi non potremmo mai essere separati ed esclusi da una simile realtà complessiva, che è divino-umana.

Per tentare un esempio, mi sembra che questo insieme potrebbe essere paragonato a un immenso computer formato dall'unità centrale e da innumerevoli operatori terminali, che agirebbero tutti con gli stessi programmi software. Mentre però ciascun terminale vive e lavora nel proprio individualismo, l'unità centrale li conoscerebbe personalmente tutti, rielaborandone i dati nella memoria d'insieme. Ciascun terminale può svolgere il suo compito con miopia, senza neppure interrogarsi sul senso e il valore dei suoi collegamenti; ma potrebbe anche rendersi conto di far parte di un grande insieme e desiderare integrarsi nella realtà d'insieme.

Lungi da me l'intenzione di fare affermazioni categoriche, sia chiaro, e tuttavia, se le cose stessero così, gli esseri umani potrebbero essere definiti porzioni temporanee di Dio (proiezioni divine), perché tutto quel che ciascun individuo vive dal proprio punto di vista, anche Dio lo vivrebbe contemporaneamente nella sua consapevolezza. Incarnandosi in ciascun essere umano, tutti aspetti pluriformi del suo figlio unigenito, sperimenterebbe tutte le varianti vitali possibili, anche le peggiori, sopportando in prima persona ogni tribolazione e riscattando così la vita dai limiti e dagli aspetti negativi dell'esistenza. Ogni evento verrebbe visto e vissuto contemporaneamente attraverso le due interfacce: quella individualistica che solo in parte ne capisce il senso (quando lo capisce), e quella d'insieme che vive ciascun avvenimento in prima persona, quasi a voler dire: sono sempre io.

Le differenze sulla buona o cattiva sorte di ciascuno, che valutate a livello individualistico possono suonare come ingiustizie, se sono tutte vissute personalmente da Dio finiscono per acquistare ben altro significato. Infatti, se si passa dall'idea di un Dio che condanna altri a subire una qualsiasi forma di giustizia, a quella di un Dio che sperimenta su di sé per essere se stesso, allora qualsiasi itinerario personale, vissuto contemporaneamente dalle due interfacce, acquisterebbe valenza positiva. Dio Padre, che secondo la teologia tradizionale vive in prima persona (dal suo punto di vista) tutto quello che vive suo figlio Gesù, vivrebbe in prima persona anche tutte le vicende vissute da qualsiasi essere umano (da qualsiasi vivente).

È fondamento primario della fede cristiana che Dio-Padre si è incarnato sulla terra in suo figlio Gesù, cosa che verrebbe confermata anche dalla tesi che si sta delineando, secondo la quale, anzi, Dio-Padre s'incarnerebbe in tutti gli esseri viventi. La differenza starebbe nella risposta: Gesù, che ne era pienamente consapevole al punto da vivere un profondo anticipo escatologico, poteva dire: io e il Padre siamo una cosa sola. La maggior parte di noi, che siamo ben lungi da tale consapevolezza, possiamo accontentarci di quei momenti di grazia illuminante che ci consentirebbero di dire: io e il Padre abbiamo qualcosa in comune. Ma qualitativamente il risultato sarebbe alla nostra portata. Il Credo che recitiamo abitualmente definisce Gesù della stessa sostanza del Padre, e anche questo verrebbe confermato da questa visione d'insieme, secondo la quale saremmo tutti della stessa e unica sostanza esistente (la stessa unica stoffa universale), che è sostanza divina. L'incommensurabile differenza di qualità tra creatore e creature non sarebbe di tipo sostanziale ma dimensionale (spaziotemporale): dipenderebbe dai limiti individuali che rendono assai difficile comprendere la realtà (ma chi può capire capisca).

Come si può vedere, posta una premessa, le deduzioni s'incatenano poi l'una all'altra. Tentiamo perciò un ulteriore passo. Se tutta la materia dell'universo fosse composta da particelle di natura divina (che si potrebbero definire cromosomi divini), allora tutte le singolarità si esprimerebbero secondo un'evoluzione naturale analoga a quella descritta nelle classiche teorie scientifiche, e tuttavia intrise in ogni loro aspetto di potenzialità divina. Tutto quel che avviene farebbe parte di una realtà d'insieme che renderebbe significativa ogni cosa, e la volontà di Dio non sarebbe quella di stabilire come debba o dovrebbe essere ogni singolo evento, ma di porre le premesse perché qualsiasi cosa evolva in qualche modo, secondo significati positivi. Nell'unico sacroprofano dell'insieme, spirito e materia sarebbero il tessuto dell'universo, e per far sì che le singole potenzialità si esprimano non ci sarebbe bisogno di alcun disegno intelligente che provenga dall'alto: Dio, con la sua presenza distribuita dappertutto, gestirebbe se stesso offrendo a ogni aspetto limitato della realtà, a ogni sua porzione temporanea, la possibilità di ritornare a vivere il rapporto d'insieme, se vuole.

Si può dire dell'altro? Penso di si, perché un simile Dio sarebbe l'insieme di se stesso e di tutti i suoi cromosomi, sia allo stato potenziale che sviluppati, e la sua consapevolezza assoluta si offrirebbe come bacino comune utilizzabile da qualsiasi forma di vita, in particolare dall'individuo umano, che vi attingerebbe la propria porzione di coscienza limitata. Quest'insieme consapevole avrebbe comunque le caratteristiche di un essere personale, capace di interagire con se stesso e con altri, e in quanto fonte della vita sarebbe perfettamente corretto definirlo padre, madre, genitore dei suoi stessi limiti presi singolarmente, che vivrebbero in lui l'esperienza temporale di figli, sia che lo sappiano, sia che non se ne rendano conto. Inoltre, anche secondo queste ipotesi le realtà limitate avrebbero comunque tutte un difetto di origine (peccato originale) per la totale dipendenza dall'insieme, che rende loro impossibile consolidarsi in una qualsiasi forma di vita autonoma. L'unica via d'uscita sarebbe la possibilità di trascendere i limiti per fondersi nell'unità d'insieme. Per questo motivo, di quelle esperienze viventi che finissero per restare prigioniere dell'individualismo, alla fine della loro parabola terrena non resterebbe nulla (che l'inferno equivalga al nulla è ormai tesi condivisa da numerosissimi teologi). Chi invece costruirà armonia sentendosi figlio dell'insieme e autenticamente fratello di tutti gli altri, parteciperebbe consapevolmente (in qualche modo) alla vita divina (paradiso). Come si può capire, i significati fondamentali della tradizionale teologia cattolica vengono confermati.

Qualsiasi individuo vissuto in un certo contesto storico/culturale, con la morte verrebbe comunque annullato per sempre. La differenza tra l'individualità che si perde nel nulla e l'individualità che si perde in Dio è che la prima, una volta morta, è come se non fosse mai esistita, mentre la seconda si completerebbe trasformandosi (la vita non è tolta ma trasformata, recita la preghiera dei defunti). In entrambi i casi l'esperienza umana sarebbe esperienza divina in terra: nel primo caso dimostrando concretamente che oltre a Dio non c'è altro che il nulla, nel secondo realizzando attraverso un percorso dinamico quello che Dio è già in essenza, confermando che solo Dio vale. La vita, che è solo divina, attraversando i limiti terreni ritornerebbe nella coscienza di Dio, suo punto d'origine. Da parte mia, se provo a personalizzare l'ipotesi mi spavento, perché il significato mi appare sconvolgente: se riuscissi a sviluppare la potenzialità divina che è dentro di me, allora entrerei anch'io nella coscienza di Dio, allora la mia coscienza limitata di oggi, ma con la stessa percezione di essere me stesso, si ritroverebbe senza limiti in Dio. Sarei sempre io, continuerei a vivere, sarei un tutt'uno con Dio, conservando la precisa consapevolezza dell'itinerario compiuto.

Per concludere, se qualcuno dei presenti mi chiedesse: credi che quanto hai esposto in questa conversazione sia verità? risponderei che me ne guardo bene. Che posso saperne, me meschino, della verità divina, che è incommensurabilmente più grande di me? Posso però dire di sentirmi irresistibilmente attratto verso l'insieme. Anzi, se dovessi fare una sintesi estrema direi che il senso di tutta la mia fede è contenuto nel primo versetto del vangelo di Giovanni, dal quale traspare che Dio è, per sua essenza, creatore e redentore a un tempo. Questa mi appare la genialità divina: trasformare sempre e comunque il male in bene, cioè riportare i limiti all'insieme.

Credo che tutto il resto (o almeno l'essenziale) possa essere interpretato e spiegato partendo da queste premesse. Credo che con la sua vita e il suo messaggio Gesù abbia manifestato il Dio dell'insieme. Credo che il cristianesimo dell'insieme sia capace di superare divisioni e contrapposizioni, per indicare la via, la verità, la vita. Grazie.



DOMANDE E RISPOSTE


Purtroppo nella registrazione le domande non sono comprensibili perché non sono state poste davanti al microfono. Comunque si possono intuire leggendo le risposte.


Risposta:

Credo che sia una cosa devastante, per la teologia, l'uso distorto del concetto di onnipotenza divina. Perché le caratteristiche divine non sono antropomorfiche, ma gli esseri umani sono spontaneamente portati a interpretare la parola "onnipotente" in senso antropomorfico. E quindi siamo portati a pensare che Dio potrebbe intervenire e fare quello che noi vorremmo fare, se ne avessimo il potere. Ma nell'azione divina non è il potere che conta, bensì il criterio. Personalmente credo nell'onnipotenza divina, ma onnipotenza nell'indirizzare sempre verso il meglio, nell'offrire sempre possibilità di riscatto, nel trasformare il male in bene (in qual modo lo saprà lui). Credo invece che non sia affatto onnipotente in senso antropomorfico, perché le vicende terrene non appartengono al suo campo d'azione.


Risposta:

Sono d'accordo che tra i simboli della nostra religione abbiamo sottolineato eccessivamente la croce a scapito di altri simboli di gioia e di speranza, col risultato di aver promosso prevalentemente una religiosità della sofferenza, che è da considerarsi più che giustificata nei confronti di molti costretti a subire soprusi e patimenti, ma che rischia di proporsi come annuncio lacrimevole anziché stimolante. La vita è di per sé drammatica, ma la fede in Gesù Cristo dovrebbe far capire meglio che si può gestire il dolore senza rinunciare alla gioia, alla fiducia, alla speranza. Se sacralizzare Gesù, come ho spiegato, significa fargli un dispetto svalutando la sua grande divinità proprio in quanto uomo, così accentuare troppo la croce finisce per essere svalutativo rispetto alla gioia e alla pace.


Risposta:

Sant'Antonio Abate diceva che sulla terra non esiste il bene puro, e nel Vangelo anche Gesù, a chi lo chiama maestro buono, risponde che nessuno è buono, se non Dio solo. Perché quando vita e limite sono mischiati insieme allora tutto è mischiato. Gli esseri umani non si dividono in buoni e cattivi, ma dentro ciascuno di noi c'è sempre un po' di bene, anche nel peggiore, e un po' di male, anche nel migliore. Compito del cristiano è far spazio al bene, farlo crescere, e il male diminuirà automaticamente. Il bene e il male non stanno sullo stesso piano. Sono contrari ma i contrari non stanno sullo stesso piano. Prendiamo ad esempio assoluto e relativo: sono contrari, ma l'assoluto comprende in sé il relativo. Quindi si può dire che siano a un tempo contrari e complementari. Così è per bene e male. È tradizione cristiana che il male non sia un'entità a sé stante, ma che sia privazione di bene. Per capirci, prendiamo ad esempio una forma di groviera: i buchi esistono in quanto esiste la pasta. Mentre si può concepire la sola pasta, immaginare o parlare di un buco senza pasta non avrebbe senso. Si potrebbe dire che il male non ha entità in se stesso, non ha alcuna autonomia, perciò in prospettiva è destinato a muoversi in eterno verso il bene, dal momento che può esistere solo in forma temporanea, mentre di eterno c'è solo il bene.


Risposta:

Personalizzare gli elementi del discorso può essere una metafora assai efficace, perciò penso che ricorrere all'immagine del diavolo come personalizzazione del male possa talvolta far capire meglio quali ne siano i pericoli. Comunque se qualcuno mi chiede se credo che il diavolo esista rispondo senz'altro di sì, e lo dico perché ho chiara coscienza di essere stato diavolo per qualcuno, in certe occasioni. E quel che più mi spaventa è il pensiero che probabilmente altre volte lo sarò stato in confronto di altri senza neppure rendermene conto. Perché il diabolico in noi è tremendamente subdolo. Ma per fortuna, credo, il diavolo ha possibilità di esistenza soltanto temporanea. Aggiungo comunque di essere anche stato angelo, senza rendermene conto finché non mi è stato spiegato. È accaduto diversi anni fa durante l'assistenza a una bambina malata di un tumore al cervello che stava vivendo i suoi ultimi giorni terreni. La situazione in famiglia era difficile perché la mamma era incinta per la terza volta (l'ammalata aveva una sorellina più grande) e il papà aveva problemi sul lavoro e rischiava di perdere il posto. Noi assistenti volontari ci eravamo organizzati per garantire una presenza permanente. L'ultima notte l'avevo fatta io, e la mattina era giunto un collega per sostituirmi, ma proprio nel momento terminale. Il papà era già uscito, la sorellina dormiva, la mamma teneva la mano della sua figliolina mentre stava dando l'ultimo saluto alla sua martoriata vita. L'abbiamo lavata, rivestita con un abito colorato, le abbiamo messo un nastro tra i capelli mentre la mamma stava vivendo l'evento con grande serenità. Poco più tardi, dopo che era giunta la nonna, con il mio collega ci siamo accorti che aveva preso sulle sue ginocchia la sorellina e le stava raccontando una favola. A un certo punto sentiamo che le diceva: eravamo soli e disperati, e allora il buon Dio ci ha mandato due angeli che ci hanno aiutato. Con il mio collega ci siamo guardati trasecolati dicendo: sta parlando di noi? Dopo di che siamo intervenuti anche con qualche battuta di spirito per dire che ci sentivamo ed eravamo due mediocri, ma la nonna ci ha risposto: Noi non sappiamo chi siete voi, però stamattina, a noi, sono giunti due angeli che ci hanno aiutato. Questo episodio mi ha segnato per sempre. Mi ha fatto capire che non importa come siamo: basta mettersi a disposizione. Gli angeli sono capaci a manifestarsi attraverso chiunque.


Risposta:

Personalmente credo che la verità di Cristo sia di tipo relazionale. Credo cioè che offra l'opportunità d'incontrare Cristo a chi vuole, senza costringere chi non vuole. Come avvenga questo incontro è difficile da capire, ma credo che in qualche modo avvenga. Per esempio, una volta provavo difficoltà a credere nella presenza eucaristica di Cristo, perché ragionavo in termini di una logica un po' grossolana, e cioè: Cristo nell'eucarestia c'è o non c'è, quindi, se c'è hanno ragione i cristiani, se non c'è hanno ragione gli altri. Mi sembrava che entrambe le posizioni fossero costrette a dare giudizi negativi. Oggi invece credo che, attraverso l'eucarestia ma anche in molti altri modo, Cristo incontri semplicemente chi lo vuole incontrare. È come se dicesse: mi vuoi? Eccomi qui. Non mi vuoi? Non ci sono. Credo che la verità relazionale sia l'unica di tipo veramente ecumenico, perché permette di dire a ciascuno: sia fatto a te secondo la tua fede. La stessa cosa penso possa valere per la rivelazione di Cristo, che vale per alcuni (quelli che guardano a lui) e non per tutti. D'altronde, nella sua preghiera a Dio-Padre, Gesù dice dei suoi discepoli: erano tuoi e li hai dati a me, il che fa pensare che altri saranno dati ad altri, senza per questo diminuire minimamente il valore di Cristo, per chi guarda a lui. Per me, proprio dal punto di vista cristiani, mi appare come una grande speranza credere che altri giungeranno alla stessa fede attraverso altri (verranno da oriente e da occidente). Me ne sentirei arricchito e mi verrebbe da dire: i valori di Cristo devono essere veramente universali (cattolici) se vengono espressi anche attraverso altri contesti religiosi e culturali.


Risposta:

Equivoci e ambiguità credo siano abbondanti su diversi versanti. Ad esempio, istituendo l'eucarestia Gesù ha detto: fate questo in memoria di me. Ebbene, credo che la parola "questo" non sia interpretata in modo univoco. Gesù ha fatto il gesto di spezzare il pane per dire che lui era disposto a donare la sua vita per gli altri. Personalmente credo che la parola "questo" abbia inteso invitare ciascuno a donare in qualche modo la propria vita, e non a ripetere il gesto di spezzare il pane, non a compiere il ricordo di quel gesto come un rito liturgico. Non credo abbia proposto: fate un rito come questo in memoria di me. Questo non significa che il rito non abbia senso, perché può avere un gran senso come richiamo, a patto che resti chiaro che la vera celebrazioni comincia alla fine del rito, oltre la soglia della chiesa. Fate questo, cioè offrite anche voi la vostra vita agli altri. All'idea ci sentiamo spaventati, perché Gesù l'ha fatto a un prezzo cruente e doloroso, e tuttavia si può offrire la propria vita anche in forme più pacifiche e armoniche, come abbiamo già detto, anche semplicemente portando un sorriso là dove situazioni drammatiche rischiano di travolgere l'equilibrio fisico o psichico di qualche fratello o sorella. Può sembrare poco? Ma intanto quel poco fallo, e forse domani imparerai a fare un po' di più. Non lasciarti cadere nell'errore di pensare che solo gesti grandiosi abbiano valore. Se puoi fare poco, quel poco fallo, oggi, subito. Poco per volta è il segreto delle grandi cose.


Risposta:

Io credo profondamente che la Chiesa autentica sia l'insieme di quanti guardano a Cristo, istruiti e ignoranti, ortodossi ed eretici, buoni e cattivi. Secondo me, il suo scopo primario è camminare insieme tra diversi, cosa che alla lunga produce molto frutto.

    



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