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Il senso della Trinità

articolo pubblicato da Rassegna di Teologia nel novembre 1982



Il senso della Trinità

Scrivo queste riflessioni stimolato dall’articolo di Giampiero Bof sulla teologia della Trinità (pubblicato sul numero di marzo 1982) che concepisce «la Trinità come donatrice di senso per l’uomo», si chiede «in che misura l’affermazione della Trinità possa apparire sensata», auspica che «le formule trinitarie non si esauriscano nella loro dimensione teoretica, ma abbiano valenza pragmatica», si attende «risposte originali» e definisce «meritevoli d’attenzione» i nuovi spunti teologici emergenti «quali testimonianze della comprensione trinitaria delle comunità che li hanno elaborati».
Nella Comunità del Mattino, la piccola comunità di :laici sposati nella quale vivo, ci poniamo costantemente il problema di dare un senso concreto alle formule della fede. La Trinità è, per noi, una profonda e viva motivazione, capace di incidere in modo determinante sulla nostra realtà quotidiana. Perciò queste mie riflessioni hanno anche il senso di una testimonianza comunitaria.
L’auspicio che «le formule trinitarie abbiano valenza pragmatica» mi pare tocchi il punto fondamentale del problema. Francamente, finché si parla di un Dio distaccato dall’uomo, finché si vuole descrivere un suo modo di essere diverso dal nostro, finché si cerca di puntualizzare una realtà che noi, in ogni caso, non possiamo capire, allora importa poco sapere se Dio è o non è trinitario. Gesù Cristo è stato un uomo pratico, e tutto il suo messaggio ha un senso pratico. Perché mai ci avrebbe rivelato che Dio è trinitario, se ciò non incidesse direttamente sulla realtà dell’uomo? La sua parola è trasformante al punto di poter cambiare la realtà, perciò anche la rivelazione che Dio è trinitario non può limitarsi a riflettere un nebuloso mistero: deve necessariamente dare all’uomo una consapevolezza nuova, capace di trasformarlo nell’uomo nuovo.
Per prima cosa bisogna chiarire un equivoco. Sovente, e non soltanto a livello popolare, si tende a fare una certa confusione: si tende a identificare la figura del Padre con Dio stesso dimenticando che la teologia cristiana lo indica come una delle tre «persone» divine. Naturalmente Dio è uno solo e non diviso in parti, quindi è corretto dire che il Padre è Dio, così come è corretto dire che il Figlio è Dio e lo Spirito è Dio. Ma nessuno dei «tre» della Trinità, preso in se stesso, esaurisce la realtà divina, Il Padre esiste in quanto esiste il Figlio, ed è corretto chiamarlo Padre quando si vuol mettere in evidenza l’aspetto particolare della paternità divina, e non Dio nel suo insieme. Se così non fosse, non avrebbe senso parlare di Trinità.
Nei vangeli, soprattutto in Giovanni, Gesù identifica spesso il Padre con Dio. Rivolgendosi a lui lo chiama «unico veroDio » (Gr 17, 3), e a Maria di Magdala, dopo la risurrezione, dice: «salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20, 17). Queste sue affermazioni hanno un senso perché Padre e Figlio sono complementari, e il Figlio non è Dio in se stesso, ma nel rapporto col Padre. «Il Figlio da sé non può far nulla» (Gr 5, 19), quindi il Padre è, per il Figlio, concretamente Dio. Ed è in tale rapporto che Gesù Cristo vive la sua consapevolezza divina. Ma Dio resta pur sempre l’unità di Padre, Figlio e Spirito Santo.
Padre e Figlio sono due aspetti complementari di un’unica realtà. Il terzo aspetto è lo Spirito (amore-energia di legame). Lo Spirito rappresenta il senso unitario e dinamico della Trinità: neppure Dio si esaurisce individualisticamente in se stesso, ma si esprime nel coinvolgimento. Lo Spirito è rapporto, per questo procede da entrambi.
Il Figlio e il Padre si rispecchiano l’uno nell’altro. «Chi vede me vede il Padre» (Gv 14, 9). Ma il Figlio incarnato è anche nostro fratello, è anche uno come noi. Se vogliamo penetrare nel mistero divino dobbiamo ricordare che in Cristo il vero Dio e il vero uomo stanno in perfetto equilibrio: sottolinearne eccessivamente un aspetto significherebbe svalutarne automaticamente l’altro. Se abbiamo tendenza a sacralizzare Cristo è forse perché il suo messaggio appare troppo bello da credere. Ma così facendo rischiamo di finire fuori strada.
Noi cristiani non siamo chiamati a «imitare» Gesù, ma a essere come lui. «Un buon discepolo sarà come il Maestro» (Lc 6,40). E’ una cosa possibile: «chi crede in me compirà le stesse opere che io compio» (Gv 14, 12). La parola di Cristo è trasformante, e chiunque, ascoltandola e mettendola in pratica, può dire con San Paolo: «non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). La deduzione può sembrare stupefacente: se Cristo è il nostro modello, se noi dobbiamo diventare come lui, ciò significa che anche noi siamo chiamati a entrare nella Trinità e a partecipare, come figli, alla vita trinitaria.
Il Dio trinitario non è racchiuso in se stesso, ma rappresenta una offerta permanente rivolta a tutti gli uomini: l’offerta di partecipare insieme a lui a una vita consapevole, di una consapevolezza divina. Ogni uomo che fa vivere dentro di sé lo Spirito di Cristo partecipa « dall’interno» alla Trinità, perché il Dio cristiano, rivelato a noi da Gesù, non è una realtà incommensurabilmente distante dall’uomo. Chiunque lo voglia può legarsi a lui nella dimensione divina, e dire con piena consapevolezza: nella Trinità ci sono anch’io. II Padre, con il suo amore, ci chiama a vivere insieme a lui la vita trinitaria, e Cristo, svelandoci il nostro vero essere, ci ha inseriti nella Trinità, dove Padre e figli si riconoscono perché sono simili tra loro (cfr 1Gv 3,2).
Le difficoltà derivano tutte da noi, dalla nostra incapacità a diventare come Cristo, dalla nostra resistenza a essere figli. Siamo abituati a proclamarci figli a parole quando, di fatto, preferiamo comportarci come sudditi di un padrone; con la speranza (o la pretesa) d’indurlo così a risolvere lui i nostri problemi. Ma questo atteggiamento non è degno di un figlio.
Gesù, nella sua rivelazione, ci ha mostrato un’immagine del Padre che, forse, non è facile da capire. I1 Dio-Padre di Gesù non è un essere che si compiace della sua onnipotenza, che si ricorda dell’uomo per generosità, che dall’alto della sua magnanimità concede, a chi si sottomette a lui, di vivere all’ombra delle sue ali. Se così fosse noi potremmo temerlo, rispettarlo, ammirarlo. Ma potremmo amarlo? L’uomo sottomesso è uno schiavo, e lo schiavo non ama il suo padrone. Il Padre di Gesù è un’altra cosa: è un Dio che si coinvolge, che si compromette, che sceglie di legarsi all’uomo in un destino comune. E’ un Padre trepidante che gioisce, soffre, vive insieme ai suoi figli.
Forse abbiamo sacralizzato Gesù Cristo perché ci sembra troppo semplice e troppo grande credere che sia possibile a tutti, facendo vivere Cristo dentro di noi, partecipare al rapporto Padre-Figlio nella dimensione divina. A pensarci si avverte un certo timore: restare sudditi è più tranquillizzante. Forse temiamo anche il rischio di cadere nella presunzione, mentre non c’è alcun pericolo. L’uomo può vivere nella realtà divina soltanto come figlio, ed è figlio soltanto se compie la volontà del Padre. «Il Figlio da sé non può far nulla». Vantarsi come il fariseo nel tempio (Lc 18,10s), sentirsi superiori agli altri, glorificarsi di «essere Dio» significa automaticamente impedire a Cristo di vivere dentro di noi, significa rifiutare di essere figli, significa escludersi dalla realtà divina. Non c’è alcun pericolo. I veri figli sono consapevoli e fieri di esserlo, e sanno bene che se spuntasse in loro una qualsiasi forma di presunzione si troverebbero già fuori strada.
La realtà divino-trinitaria comprende anche un rapporto indissolubile con i fratelli, e dimostra che non si può essere in contatto col Padre se si è distaccati da loro. Il rapporto Padre-figli è possibile soltanto nello Spirito (nell’amore), mentre i conflitti con i fratelli sono possibili soltanto per mancanza d’amore (di Spirito). Lo Spirito d’amore non è mai settoriale perché si muove contemporaneamente in tutte le direzioni, e quando verso i fratelli è scarso anche la partecipazione alla vita trinitaria è scarsa. «Chi non ama il fratello che vede non può amare Dio che non vede» (lGv 4,20). Nessun «figlio» disprezzerà mai un fratello, e tanto più guarderà a chi è rimasto indietro, a chi si perde in una vita superficiale e disimpegnata, a chi si rivolta nell’ipocrisia o nella malvagità, tanto più saprà scorgere le loro capacità nascoste, le loro possibilità di riscatto, i loro aneliti di conversione. E si sentirà sempre impegnato a coinvolgersi con loro per aiutarli a migliorarsi.
Preferire un atteggiamento di sudditanza anziché comportarsi da figlio è molto comune. Perfino nella Messa troviamo espressioni che lasciano perplessi; a esempio quando «osiamo dire: Padre nostro». Mi domando: perché questo «osiamo»? Un figlio, buono o cattivo che sia, non osa nulla nel chiamare padre suo padre. Crediamo veramente di essere figli, o lo diciamo tanto per dire? Siamo forse ancora increduli, condizionati dalla paura, timorosi che Dio sia un irascibile tiranno anziché un Padre amorevole? Essere figli comporta prima di tutto un atto di coraggio: esserlo davvero, con tutto ciò che comporta. Nel rapporto col Padre consapevolezza e rispetto vanno di pari passo: il servilismo è mancanza di rispetto.
Che cosa vuole un padre dal figlio? I padri di questa terra nutrono la speranza di vedere un giorno il proprio figlio proseguire e portare a compimento la loro opera. Qualsiasi buon padre vuole che il figlio cresca, che diventi adulto, maturo, responsabile, che «prenda parte» con lui. Ogni padre vede la sua vita proiettata nel figlio, e il nostro Padre celeste si compiace nel figlio che compie le sue opere (ci Mt 12, 18; Is 42, 1). Dio, che è a un tempo Padre e Figlio e Spirito, non è lontano e distaccato da noi. Tutti siamo chiamati a essere figli, e quando rispondiamo e scegliamo di esserlo apparteniamo a Dio, legati indissolubilmente al Padre attraverso lo Spirito che procede da lui e da noi. E se il suo Spirito è sempre Santo, il nostro lo diviene quando smette di muoversi per conto proprio e si pone in collaborazione con quello del Padre. E così lo Spirito, unificato, diventa come il centro di una danza nella quale il Padre e i suoi figli si muovono coinvolti l’uno negli altri.
«Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro»: questo ci ha rivelato Gesù. Per me Dio è il Padre perché è la mia realtà complementare, e soltanto nel rapporto con lui posso realizzare la pienezza della mia vita (che ha una dimensione divina). Senza di lui non sono nulla: se mi chiudessi nel mio individualismo immediatamente non sarei più figlio, e non potrei fare altro che soffocare e uccidere la mia stessa vita.
Il Padre chiama tutti noi a partecipare insieme a lui alla realtà divina, che è come un’ellisse della quale noi, ciascuno di noi, siamo uno dei fuochi. Si tratta di un’ellisse, è ovvio, nella quale i due fuochi non hanno importanza equivalente, come avviene a esempio in certe orbite dei pianeti, che sono quasi rotonde perché uno dei fuochi è nettamente preminente. Ma per quanto secondario, anche l’altro fuoco è fondamentale, altrimenti dell’ellisse resterebbe solo il cerchio (il Padre). Per ciascuno il rapporto col Padre è tanto più ellittico quanto più è viva e intensa la propria partecipazione personale.
Dio è trinitario perché accoglie e riunisce in sé tutti gli uomini che lo cercano; è trinitario perché entra nell’uomo e si manifesta in lui; è trinitario perché tutto si compie in lui e lui in tutto; è trinitario per poter far vivere insieme a lui chiunque lo voglia. I figli trovano il proprio compimento rispecchiandosi nel Padre. Il Padre trova il suo compimento rispecchiandosi nei figli. Lo Spirito lega indissolubilmente Padre e figli nell’unicità trinitaria.
La Trinità coinvolge completamente l’uomo. Non è una realtà che sta davanti ai suoi occhi, ma è un rapporto di totale «immersione». La consapevolezza di questo particolare rapporto col Padre crea nei figli una dimensione di vita radicalmente nuova: il senso della Trinità incide concretamente nella vita dell’uomo. Accogliere l’invito a partecipare e vivere la vita trinitaria significa sentire pienamente la gioia e la responsabilità di un compito così grande, e trovare il coraggio e la determinazione per svolgerlo con perseveranza. La Trinità spiega che Dio e l’uomo sono concretamente coinvolti insieme in un cammino di creazione, di trasformazione, di redenzione; in un cammino di salvezza dalle contraddizioni, dai limiti, dalle divisioni, dall’individualismo, dalla solitudine, dall’angoscia.
La pienezza di questa vita avrà un giorno il suo compimento in Dio. Tuttavia si realizza anche come realtà presente qui su questa terra, per tutti quei figli che desiderano vivere già fin d’ora un anticipo escatologico. In questo rapporto complementare il Padre ci chiama alla vita e ci propone di creare insieme a lui il suo e il nostro mondo. Ci chiede di impegnarci secondo le nostre capacità, così come lui si impegna secondo le sue, e ci spiega che non ha alcuna importanza essere più o meno abili e capaci: l’importante è far fruttare al meglio i propri talenti, quali che siano.
Per fare un esempio, è come se Michelangelo mi dicesse: vieni con me a dipingere la Cappella Sistina. E di fronte ai miei timori, alle mie perplessità, al mio sentirmi incapace, è come se insistesse dicendo: non importa, ci sono anche dei lavori alla tua portata. Potrai costruire i ponteggi, preparare i colori, stuccare i muri. E poi, se ti applichi, imparerai anche a usare il pennello. E comunque non ti preoccupare: fidati e vieni a lavorare con me. E d’ora in poi si dirà: Michelangelo e Antonio: la Cappella Sistina.
L’offerta divina va ben oltre i limiti di questo esempio. La realtà trinitaria può esprimersi anche così: il Padre e Gesù Cristo: la creazione del mondo. E poi: il Padre e Maria, il Padre e Pietro, il Padre e Giovanni: la creazione del mondo. E ancora: il Padre e Agostino, e Benedetto, e Francesco: la creazione del mondo. E anche: il Padre e ciascuno di noi: la creazione del mondo. Che cosa rispondere a questa offerta? Diremo anche noi: ho comprato un campo e devo andare a vederlo… ho comprato cinque paia di buoi e devo andare a provarli... ho preso moglie e non posso venire...? (crf Mt 14,18-20). Mi vengono i brividi solo a pensarci. Il Padre e Antonio: la creazione del mondo- E io che rispondo? Dirò forse: no grazie, non ne ho voglia? Fossi matto! Eccomi, Padre, ci sono anch’io! E perdonami se so fare poco e male; ma lo faccio lo stesso. E abbi pazienza se non capisco bene ciò che faccio; ma lo faccio lo stesso, non dubitare!
Insomma, se la Trinità resta un concetto teorico e astratto, allora m’interessa poco. Se invece è una concreta offerta di costruire insieme, tutti insieme, una vita nuova, allora mi sento prepotentemente attratto, e non potrei più vivere alla giornata, neppure se volessi.
Mi piace terminare in conversazione col Padre, e dirgli: un giorno ho incontrato tuo figlio e mio fratello Cristo il quale mi ha parlato di te, spiegandomi quale sia il tuo rapporto con noi. Stento a crederci: è proprio vero? Sei il nostro papà? La tua speranza è legata a noi? Il tuo cuore batte, gioisce, trepida, soffre con noi? E’ vero che ci vuoi con te per progettare insieme, costruire insieme, trasformare insieme, creare insieme il tuo e il nostro mondo? E’ incredibile, è stupefacente, è meraviglioso! Come potrei non amarti? E come potrei non amare tutti i tuoi figli, tutti i miei fratelli, ora che so di lavorare con loro a un unico progetto comune? E come potrei ancora poltrire, nascondermi, perder tempo?
Presto, devo andare, mio Padre mi aspetta: mi vuole con lui nella Trinità.

pubblicato da Rassegna di Teologia novembre 1982 




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