Gli Scritti
La Pittura
Automobilismo
La comunità del mattino Nel quotidiano
Contatti
 
 
Visita il sito Elogio del Dissenso

Cerca tra i contenuti del sito:

 
 
 
 

Omelie Fuori Tempio

 
III Domenica d’avvento anno A
13 dicembre 1998

Dal vangelo secondo Matteo (11,2-11)
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me».
Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te. In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Commento

SEGNI PARTICOLARI:
SCANDALIZZA I BENPENSANTI E APRE GLI OCCHI AI CIECHI

Ma tu chi sei? Una domanda che sentiamo sorgere spontanea, quando ci troviamo di fronte a qualcuno che influisce sulla nostra vita. Ma tu chi sei? Ciascuno lo chiede in mille modi al vicino, all’amico, al socio, all’innamorato: mi posso fidare di te? Sei tu che aspettavo, o devo ricercare qualcun altro? Gesù risponde in modo semplice e sorprendente: andate e riferite ciò che vedete. Avrebbe potuto confermare di esser lui, ma con quali probabilità di eliminare dubbi o incertezze? Quanti approfittano di occasioni analoghe per dire: sì, sì, sono io, fidati di me, non voglio certo imbrogliarti; quanti fanno leva sull’innato desiderio di credere a quel che si desidera per approfittarsi degli altri. Insomma, che garanzie offre un’identità fondata su affermazioni, proclami, discorsi di principio?
Sono aspetti che per Gesù non contano. Andate e riferite ciò che vedete, guardate i frutti: quelli non ingannano mai. Se i ciechi vedono, i sordi odono, gli storpi camminano, i lebbrosi guariscono, allora non si può dubitare che lì c’è qualcuno capace di trasformare il male in bene. Se i morti risuscitano, la vita rivela un senso misterioso e affascinante; se poi i poveri si sentono offrire una speranza, allora tutto può essere rivisitato in modo creativo. Qualcosa insomma che spaventa e inquieta chi ama assestarsi su comodi privilegi e tranquillizzanti luoghi comuni, qualcosa che può scandalizzare i benpensanti: dove andremo a finire, avanti di questo passo? Ed ecco Gesù che dice: beato colui che non si scandalizza di me, beato colui che crede possibile la conversione dei rapporti, beato chi ha il coraggio e la sfrontatezza di fare quello che faccio io, ciascuno come può, nel suo piccolo, ma con lo stesso spirito trasformante.
Cristo non è riconoscibile dall’aspetto fisico, lo dice chiaramente il vangelo negli avvenimenti che seguono la risurrezione. I discepoli di Emmaus capiscono chi è da un gesto, lo spezzare del pane, dopo essersi accompagnati a lungo con lui senza riconoscerlo, malgrado tutte le spiegazioni verbali; Maria Maddalena lo vede e gli parla come se fosse un estraneo, finché non si sente chiamata per nome; sul lago di Galilea i discepoli non sapevano chi fosse, finché la rete piena di pesci svela il miracolo della sua presenza. L’aspetto fisico non conta, e neppure le parole, ma un fatto, un gesto, una chiamata possono stabilire il contatto, e innestare quel rapporto vivente che cambia il senso della realtà.
Chi ha provato, almeno qualche volta, sa che cosa significa: piccoli gesti, per chi li compie, talvolta anche mediocri, che possono però diventare veramente grandi, per chi ne ha bisogno. Attraverso una mano tesa il miracolo è possibile. E chi la tende, se è attento, alla fine sovente si accorge di non saper distinguere tra quanto dato e quanto ricevuto. Ma se si resta nell’ottica dell’avere, allora si rischia di confondere per cristianesimo ciò che è semplicemente il minimo accettabile, al di sotto del quale regna il disumano. Quante persone per bene, come il Fariseo nel Tempio, si sentono a posto perché non fanno del male a nessuno? Certamente in un mondo così caratterizzato dal sopruso, immaginare una società di persone che non uccidono, non rubano, non stuprano, sarebbe già moltissimo. Eppure una tale società resterebbe soltanto sulla soglia del messaggio di Cristo. Andate e predicate il vangelo: come dire che la buona novella si manifesta nei comportamenti concreti, là dove le piaghe sono curate, gli ammalati vengono coinvolti in un sorriso, i depressi riacquistano fiducia, i disperati ricevono attenzione, i diversi trovano accoglienza. Là dove i buoni finalmente si convertono e scendono dal loro piedestallo.
Non vedo, non sento, non parlo, dicevano le tre scimmiette. Altro che i ciechi vedono o i muti ritrovano la parola! Quanta omertà quotidiana fa parte della nostra vita, al punto da sembrarci normale! Quante volte il tentativo di andare oltre s’infrange su atteggiamenti del tipo: lei non sa chi sono io! E quanti mostrano il bisogno di guardare a un leader, promuovendo il culto della personalità! Gesù, al contrario, propone: non guardare alla mia persona, guarda ai frutti. Quando il bisogno riceve risposta, è là che il mio messaggio si fa vita, è là che mi potrai trovare senza rischio d’inganno.
Andate ad annunciar speranza: se i ciechi vedono, Cristo è presente; se i lebbrosi sono accolti e curati, lo Spirito non soffia invano; se i muti cantano, la buona novella semina sorrisi; se gli zoppi ballano, la danza trinitaria si manifesta in tutto il suo splendore.

 

II domenica di Pasqua anno A

11 aprile 1999

Dal vangelo secondo Giovanni (20, 19-31)
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


Commento

TOMMASO E LA PRESA DI COSCIENZA

Tommaso il dubbioso, il pessimista, l’ostinato: quante volte l’abbiamo sentito dire! Che figura che ha fatto! Non doveva porre condizioni, non ne aveva bisogno, poteva credere agli altri, all’autorità. Ha voluto toccare con mano, mettere il dito nelle piaghe, ed è stato rimproverato e umiliato! Attenzione a non avere le sue pretese! Una lettura del brano evangelico che piace ai potenti e ai sudditi, ma che non rispecchia affatto il senso del messaggio.
Come può essere valutato negativamente quel suo itinerario, come può essere riprovato e disprezzato quel suo comportamento che lo ha condotto, primo fra tutti, a chiamare Gesù: mio Signore e mio Dio!?! Leggendo il vangelo nel suo insieme, si scopre che gli altri evangelisti attribuiscono a tutti gli apostoli la stessa difficoltà a credere, descrivendoli attenti a non cadere in qualche forma di suggestione. Secondo Luca, all’apparire di Gesù “stupefatti e sgomenti essi credevano di vedere un fantasma”. E perfino dopo che “mostrò loro le mani e piedi” tutti gli apostoli “per tanta gioia e stupore restavano ancora increduli”. Giovanni invece racconta che l’apostolo Tommaso dichiara di non voler credere, se non toccando per mano, ma appena Gesù gli appare abbandona ogni resistenza. Insomma, chiede il massimo, ma poi si accontenta del minimo, accogliendo e riconosciendo subito l’indispensabile per un’autentica fede. Il senso è chiaro.
Il vangelo spiega che quell’incredulità era frutto di gioia e stupore: gli apostoli non volevano cedere alla subdola tentazione della via più semplice. E’ facile dire credo a ciò che fa piacere, ma con quali conseguenze? Il cuore non batte per delle parole: ci vuole qualcosa di significativo e convincente. Altrimenti si rischia di restare per sempre prigionieri di sospetti e timori. La scelta di Giovanni, che articola il racconto in due fasi mettendo in contrapposizione l’uno con gli altri, aiuta a capire il cammino della presa di coscienza, che ciascuno deve compiere attraverso ripetute contraddizioni fra sé e sé. Tra scetticismo e creduloneria Tommaso sceglie un terzo atteggiamento: quello di ricercare gli elementi indispensabili a una fede solida e matura. Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà a perto.Alla sua richiesta Gesù risponde in modo affermativo: non significa forse che l’istanza era lecita? E se poi, di fronte all’evidenza, tutte le difese cascano immediatamente, che altro traspare, se non uno stato d’animo determinato ma semplice, se non un atteggiamento innocente? Sembra proprio una lezione per dirci: non accontentatevi di quel che non vi convince, e troverete la vera fede.
Ma allora? Che significa beati coloro che senza aver visto crederanno? Certamente credere senza porsi troppi problemi può facilitare una tranquillità d’animo, mentre la via della presa di coscienza è aspra, faticosa, travagliata. Ciascuno deve fare le sue scelte, cercando l’itinerario che più ritiene valido. Personalmente l’esempio di Tommaso mi attira e mi stimola, costringendomi a uscire dalla comodità del semplicismo. Quanto gli sarà costato prender posizione, anziché lasciarsi andare a un comodo assenso? Mi piace immaginare la sua preghiera: scusa il mio ardire, mio unico maestro, perdonami se di una fede mediocre e incerta non so accontentarmi. Non è capriccio il mio, non voglio essere tuo a metà! Trova il modo d’incidere il tuo nome nel mio cuore, dammi un segno, colpiscimi, mostrati a me, travolgimi con la tua dolce irruenza, scuotimi, feriscimi, sconvolgimi. Non opporrò resistenza, son pronto a riceverti, ma tu non mandarmi soltanto messaggeri, non farti conoscere per delega, non spruzzarmi con poche gocce d’acqua. Vieni personalmente, entra dentro di me, immergimi nell’impetuoso fiume della tua grazia, e perderò la mia identità. Allora ogni barriera cadrà, gli ostacoli saranno rimossi, il timore si muterà in speranza e le difese lasceranno il posto alla fiducia. Allora mi coinvolgerò senza riserve, e finalmente sarò uno in te.


XXX domenica del tempo ordinario anno A
24 ottobre 1999

Dal vangelo secondo Matteo (22, 34-40)
In quel tempo, i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».


Commento

COL CUORE SI PUÒ CREDERE

Con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente: si fa presto a dire! Ma è possibile amare in tal modo? Eppure, se al primo impatto l’esortazione può sembrare teorica, dopo attenta riflessione appare invece assai realistica e concreta. Gesù non chiede di credere in un Dio con queste o quelle caratteristiche, ma di amarlo con tutto il proprio essere. Non un dovere da compiere, al quale potersi costringere con la volontà, ma un sentimento che nasce prepotente e spontaneo nei confronti di qualcuno attraente e affascinante: qualcuno che si mostra amabile. Non si tratta di cimentarsi su definizioni verbali, secondo una logica che ciascuno trova stringente a suo modo, ma di sentir battere il cuore: cosa concreta e tangibile, e anche facile da accertare.
Insomma, la verità divina non è un bagaglio di conoscenze, e tanto meno una proposta culturale da accettare o rifiutare attraverso le parole credo o non credo. La mente, pur capace di straordinari ragionamenti, da sola elabora soltanto teoria, mentre l’immagine di Dio è concretamente vera nella misura in cui suscita e alimenta amore, dando a ciascuno la possibilità di soppesare la propria fede sui battiti del cuore.
Chi ama, ama e basta, senza dover pensare o riflettere. E tuttavia il confronto con dei punti di riferimento può essere di grande aiuto per coltivare l’amore. L’esortazione ad amare Dio con tutto il cuore fa piazza pulita di quelle immagini pseudodivine che, lungi dall’attirare, respingono o addirittura fanno orrore. Personalmente, ad esempio, non potrei mai amare un potente repressivo che la fa pagare a quelli che non stanno dalla sua parte, anche se a fine di giustizia e di bene. E tanto meno un monarca che assegna a dei vicerè l’incarico di amministrare la giustizia in suo nome, o che ha bisogno di gendarmi per governare il suo regno. E non m’interessa neppure pormi il quesito se credere o non credere nell’esistenza d’un tale Dio, perché in ogni caso so che non potrei mai amarlo. Un onnipotente che alla fine non sappia far altro che dividere il bene dal male, quanto sarebbe amabile? Ingenuamente, qualcuno potrebbe pensare che la presunta divisione in buoni e cattivi non piaccia a chi teme di finire dalla parte sbagliata, mentre è vero il contrario: chi ha un cuore che batte d'amore gratuito e disinteressato come potrebbe gioire a trovarsi dalla parte giusta, sapendo che questo significherebbe condanna irrecuperabile di una parte sbagliata, composta da altri esseri viventi? Si potrebbe credere in un Dio che emargina per sempre una parte della sua creazione? Si potrebbe apprezzare una giustizia così gretta? Si potrebbe amare un Dio così maldestro?
D’altra parte, di fronte a un mondo intriso di soprusi e violenze, sarebbe crudeltà ipotizzare che alla fine tutto possa risolversi in un semplicistico e superficiale volemose bene. L'acuta sete di giustizia preme nell’intimo di ogni persona sensibile, ma per il senso morale odierno è ormai chiaro che dare al cattivo la contropartita che si merita, senza offrirgli possibilità di rieducazione e ricupero, equivale a una meschina vendetta. Non è credibile una giustizia divina schiava delle stesse incapacità di quella umana, e pur restando chiaro che nessuno può essere costretto al bene, non è certamente la speranza a doverne far le spese. Se non si può conoscere quel che è più grande di noi, il cuore stimola però a credere in un Dio geniale, capace di dare un senso a quello che finora i trattati di teologia non sono riusciti a spiegare.
Un genitore, papà e mamma a un tempo. Al di là del linguaggio antropomorfico, una realtà tenera e affettuosa che compensi in qualche modo tutti i travagli che donne e uomini sono costretti a subire, non solo dalla cattiveria umana ma anche da una natura spietata e crudele. Uno spirito vitale che sappia eliminare costrizioni, privilegi, partigianerie, schieramenti, divisioni e tutte quelle contraddizioni che creano continue tragedie e sofferenze nella vita della nostra inquieta terra. Che sappia consolare tutti, buoni e cattivi, vittime anch’essi, alla fin fine, di un mondo infame. Per quali vie possa riuscire a trasformare il male in bene resta un mistero della fede, ma la sua genialità saprà pure inventarsi qualcosa, altrimenti che Dio sarebbe!?!
Ecco l’immagine divina che Gesù ha rivelato: un’immagine che costringe il cuore a travalicare i suoi limiti, per dimostrare in quale Dio si può veramente credere.


XIX domenica del tempo ordinario anno B
13 agosto 2000 - 10 agosto 2003

Dal vangelo secondo Giovanni (6, 41-51)
In quel tempo, i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?».
Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».


Commento
del 13 agosto 2000

UNO COME NOI

E' uno come me, conosco suo padre, sua madre, i suoi fratelli, è proprio tale e quale a me: che gli salta in mente di dire certe cose? Sono il pane vivo disceso dal cielo, chi mangia di questo pane vivrà. Mah!?!
E' vero, è uno come me, ma con la differenza che io non sono capace di guardare la realtà, di riconoscere il senso delle cose, di abbandonare quello scetticismo tanto comodo per riposarsi nel disimpegno. Se non vedete un segno non credete, dice ancora Gesù, e mi domando quanto l'ammonizione mi riguardi personalmente. Il pane disceso dal cielo. Ma che significa? Se lo sentissi dire da qualche ciarlatano da strapazzo, di quelli che si circondano di aloni misteriosi, probabilmente mi sforzerei di attribuirgli significati esoterici. Ma uno che ha le mie stesse caratteristiche non può dire cose più grandi di me, non può compiere gesti straordinari. Che lo Spirito soffi dove vuole, passi, ma non può farmi di questi affronti!
Eppure, perché no? La difficoltà è rendersene conto: un problema d'accoglienza, insomma. E' venuto nel mondo, ma i suoi non l'hanno accolto. E' normale. Chi ha un nome e cognome, figlio di genitori conosciuti, non può essere altro che una banalissima persona umana. Eppure, sia fatto a voi secondo la vostra fede. Sono coloro che lo accolgono ad avere la possibilità di farsi figli di Dio, ma è necessario stabilire un rapporto intimo, andare oltre il formalismo, capire il senso profondo che le parole vorrebbero esprimere, al di là delle loro naturali ambiguità. L'accoglienza non si limita all'ascolto, ma entra nel progetto, scioglie le riserve, aderisce al programma. Bisogna averne voglia, superare i luoghi comuni, guardare al di là del proprio naso, scorgere quella potenzialità divina sempre pronta a rendersi attuale, appena si sente accolta.
Era uno come me: ecco il punto chiave. Sacralizzare Gesù, radicalizzarlo nel diverso da noi, credere che le sue parole riguardino solo lui, è un modo per non accoglierlo, per rifiutarlo, per tenerlo a distanza. La mia carne, per la vita del mondo: questo il pane vivo disceso dal cielo. Meno male che sono parole di uno come me, anche se l'aggiunta mi mette in crisi: quel che ho fatto io lo farete anche voi. Il significato non è forse abbastanza chiaro, oltre che tremendamente impegnativo? Chi lo mangia vivrà. Anch'io posso trasformarmi e farmi cibo per gli altri. Se accolgo lo spirito, naturalmente.
La sua carne, offerta in sacrificio per riscattare meschinità, sofferenze, soprusi, tristezze. Ma anche per trasmettere gioia e pace: quella gioia che, una volta accolta, nessuno potrà più rapire. Chi ha fede, chi ha fiducia in Cristo, sa che il suo messaggio vale non tanto perché lo ha detto lui, quanto per la possibilità di farlo rivivere, nella carne di ogni uomo, di coloro che lo accolgono e lo fanno rimbalzare, donandosi ad altri, creando una catena di amore e solidarietà che lega tutti assieme, oltre le debolezze di ognuno. Una manifestazione dello spirito capace di coinvolgere l'umanità intera.
Non tutti vivono le stesse esperienze, talvolta per scelta propria ma spesso anche per cause esterne. C'è chi ha una vita fortunata, piena di gioie e di soddisfazioni, e chi si trova costretto a vivere tremende sofferenze. Eppure tutti coloro che si alimentano di quel pane che crea vita restano immersi, in ogni caso, nella stessa speranza. Perché se contasse solo l'individuo, se ciascuno sperasse solo per se stesso, allora quando la sofferenza assume dimensioni insuperabili il negativo trionferebbe, e Cristo crocifisso esprimerebbe soltanto un'esperienza di morte. Invece chi si trova coinvolto in eventi tristi e angoscianti, e vive il dramma di una vita sfortunata, è contento di sapere che la realtà è anche bella, e qualcuno riesce a essere felice. Il segreto sta nell'uscire dall'individualismo, oltre ad accontentarsi di quel poco che, condiviso con gli altri, diventa abbondanza.
Condividere il corpo, dare in nutrimento la propria carne, offrire la vita per lenire le sofferenze altrui. Ma anche per costruire gioia, trasmettere speranza, vivere momenti d'amore tangibile. Chiunque capisce l'importanza di nutrirsi reciprocamente l'un l'altro, anche se si trova invischiato in qualche tragedia, continua a sperare che figli, nipoti, fratelli, amici, possano incontrarsi con una vita che esprime tutto il suo splendido significato. La speranza che a loro possa andar meglio è già sufficiente per trascendere qualsiasi dramma. Il pane di vita lega tutti insieme, in un destino comune.

Commento
del 10 agosto 2003

IL MIRACOLO DEL PANE CHE DIVENTA UMANITÀ

Sono il pane disceso dal cielo. Parole strane, incomprensibili, soprattutto al giorno d'oggi che certi linguaggi non sono più graditi. Anche ai tempi di Gesù suonavano incomprensibili, nel significato, a chi ragionava secondo schemi tradizionali. Qualcuno reagisce indignato: come può uno come noi dire cose più grandi di noi?
Un atteggiamento istintivo, allora come oggi: come puoi dire che sei disceso dal cielo? Ti conosco, so chi sono tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle: non puoi essere diverso da me, non puoi saperne più di me, non puoi mostrarti migliore di me. Altrimenti che cosa dovrei pensare? Che anch'io potrei essere come te? Spontanea una scrollata di spalle. Vero che Gesù ha detto chiaramente: chi crede in me compirà le opere che io compio, e ne farà di più grandi (Gv 14,12), ma mi chiedo, francamente, quanto credo sul serio, nell'intimo, alle sue parole. E quanto mi sento spronato a farle mie.
Nessuno può venire a me se non è attratto dal Padre.... chiunque ascolta il Padre e impara da lui, viene a me. Questa poi! Intende forse dire che ci sono forze misteriose e soprannaturali che manovrano nell'ombra, indirizzando le scelte di qualcuno o di qualcun altro? Mi accorgo però che il senso diventa più semplice e chiaro quando ricordo che pensare secondo gli uomini significa, per Gesù, fermarsi a un'ottica miope e senza prospettive; mentre pensare secondo Dio è guardare lontano, è tener conto dell'insieme (cfr. Mt. 16,23). Gesù usa volentieri simboli e metafore, perché sa che le sue parole sono difficili da accogliere, da capire, da fare proprie, senza aderire all'ottica divina. Nessuno può diventare uomo o donna in pienezza, se non si sente attratto dallo Spirito, se non desidera uscire dal ristretto dei suoi limiti, se non impara a coltivare la speranza. Non si tratta perciò di affidarsi a Gesù per trovare Dio, ma, al contrario, di pensare secondo Dio per capire Gesù, per tentare di somigliargli. Perché è la sua caratteristica emblematica, ossia la pienezza umana, a essere alimento di vita, pane vivo che discende dal cielo (dall'ottica divina), che si dona come nutrimento ad altri al solo scopo di aiutare altre vite a farsi umanità in pienezza. Non un tipo di cibo esterno a sé, quindi, ma la nostra vitalità che può farsi alimento, se viene donata perché altri vivano. Chi perderà la sua vita per causa mia la troverà (Mt. 10,39): so che vale anche per me, a pensarci sento un brivido, ma è inutile che tenti di nascondermi: vale per tutti coloro che scelgono di spendere la loro vita per gli altri. Basta volerlo.
Una cosa mi appare chiara: se mi dico cristiano, le parole di Cristo devono avere un senso concreto, devono incidere nella mia vita quotidiana. Non possono riferirsi a realtà diverse, irraggiungibili, inimitabili. Che Gesù sia vero Dio e vero uomo non ho difficoltà a crederlo, ma sul vero Dio so di non saperne nulla, salvo per qualche piccola intuizione. Vero uomo invece posso capirlo: significa uno come me, comprese tutte le difficoltà psicofisiche della natura umana, che rendono complesso e faticoso realizzare le proprie potenzialità personali. Difficoltà che valgono per ciascuno, a qualsiasi livello si trovi. Neppure per Gesù credo sia stato facile essere Cristo: ha dovuto impegnare tutto se stesso, tutti i suoi talenti. Dio, il Padre da lui rivelato, non chiede all'uomo (e alla donna) di essere diverso da sé, ma gli chiede di essere uomo (o donna) in pienezza, ciascuno secondo le sue possibilità: né più né meno. Così Gesù, esempio di pienezza umana, esprime quel che posso far mio: una possibilità concreta, proprio perché me lo dice uno come me.
Si tratta di vivere una religiosità non basata su riti e precetti, e tanto meno su incensature e sottomissioni per guadagnarsi la benevolenza di un potente. Gesù invita semplicemente a somigliargli: Fate come me, amatevi l'un l'altro come io vi ho amato (Gv 13,34). Quanto m'interessa veramente? Qualcosa mi sembra di aver capito: non si tratta di rispondere a formule e parole, ma di aver fiducia in me stesso, nella possibilità di non lasciar scadere la mia mediocrità, ma di trasformarla in proposte di vita. Sento non poche resistenze: chi me lo fa fare? Meglio svalutare Gesù anziché tentare di raggiungerlo: so chi è, conosco i suoi genitori, è nato e cresciuto in un ambiente simile al mio. Perché dovrei dar retta proprio a lui? Non vale più di me, dev'essere così, mi conviene che sia così, altrimenti sarebbe troppo impegnativo.
Chi crede ha la vita eterna, aggiunge Gesù. Non un credo fatto di parole o formule, ma l'orientamento a farsi uomo o donna, realizzando in pieno le potenzialità vitali. È necessario crederci al punto da osare provarci, riconoscendo senza timori la propria mediocrità che, se accolta, diventa capace di trasformarsi in straordinarie possibilità. Chi crede ha la vita eterna. Non è invito ad atteggiamenti mentali: la vita eterna è patrimonio di chi esce da ogni ottica di potere per mettersi al servizio degli altri; di chi spera ancora, anche contro ogni speranza, nella possibilità di costruire un mondo migliore; di chi continua a fare la propria parte, senza lasciarsi frenare dagli angoscianti conflitti odierni; di chi non cede alla tentazione di scoraggiarsi, malgrado la realtà si mostri sempre più scoraggiante. Con semplicità, rinunciando alla prosopopea di voler insegnare a vivere, ma ponendosi umilmente al servizio della vita. Al solo scopo di vederla crescere, farsi umanità in pienezza, riproporsi con la sua vitalità ogni volta che viene maltrattata, soffocata, seviziata, uccisa.

XX Domenica del Tempo Ordinario Anno B
17 agosto 2003

Dal vangelo secondo Giovanni (6, 51-58)
In quel tempo, Gesù disse alla folla: « Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno ».

Commento

L'EUCARESTIA ESISTENZIALE

Io sono un pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. Viene subito da pensare a una bellissima immagine simbolica, naturalmente, ma Gesù incalza: darò la mia carne per la vita del mondo. A quel punto com'è possibile credergli? Come può darci da mangiare la sua carne? Prendere la frase alla lettera può essere il modo più comodo per non prenderla sul serio, per svalutarne il senso.
Gesù però non dice parole a caso, così, tanto per dire. Ripete e ripete che è lui il pane di vita, che per vivere bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue. La sua insistenza lascia intuire un senso concreto, da mettere in pratica nel contesto quotidiano. Le sue sembrano parole di qualcuno che offre materialmente il proprio corpo, come alimento, per dare energia a chi ne ha bisogno. Interpretarle soltanto come invito a istituire un rito, sia pure un sacramento, sembrerebbe riduttivo. La sua proposta mostra ben altri orizzonti: Gesù spezza il pane per indicarci la sua totale donazione agli altri, invitando ciascuno a fare altrettanto.
Il sacramento può essere uno strumento efficace per noi, che siamo distratti, sempre pronti a lasciarci trascinare lontano dalle circostanze. Per questo mangiare il simbolo eucaristico è la via maestra per accogliere lo spirito di Cristo, farlo vivere in noi, trasformarci in lui, offrirci l'un l'altro, diventare alimento reciproco, mangiare la carne, il corpo, il fisico, consumarlo, metabolizzarlo, trasformarlo in soffio vitale. Perché la carne non serve a nulla, dice ancora Gesù, se non come alimento dello spirito. Ma fermarsi al rituale sarebbe tradire le sue intenzioni, che invitano invece a creare concretamente eucarestia nel quotidiano, a coinvolgersi con fratelli e sorelle per offrire in nutrimento la propria vita, senza bisogno di farsi materialmente masticare, ma con l'atteggiamento benevolo, il gesto gentile, il lavoro comune, il sorriso incoraggiante, la mano tesa. Vi ho dato l'esempio perché come ho fatto io facciate anche voi. Un'esortazione a trasformare i conflitti in armonia di pace, gli schieramenti in condivisione fraterna, l'individualismo in coinvolgimento da vivere in pienezza, da vivere in quell'ottica divina che non si riesce a percepire senza donarsi agli altri. Ecco l'eucarestia: fate questo in memoria di me ha detto Gesù, ma con la parola questo non ha inteso riferirsi a gesti formali, da istituzionalizzare in rituali e formule. Il senso è ben altro: fate anche voi questo che io ho fatto: donate concretamente il vostro essere per la vita del mondo, ciascuno come può, secondo i propri talenti. Una eucarestia esistenziale, da celebrare ogni giorno nei rapporti con sorelle e fratelli: ecco la via per scoprire la verità e trovare la vita.
Ma gli ascoltatori di allora (come anche quelli oggi) tendono a ragionare per linee formali, guardando al di fuori di loro. Non capiscono che il discorso vale per ciascuno, o forse non vogliono capirlo, perché si tratta di un atteggiamento troppo impegnativo da accogliere e fare proprio. Meglio considerare Gesù uno stravagante imbonitore che parla di stregonerie non credibili. Come potrebbe fare queste cose? È forse un mago? Meglio lasciarlo perdere! Non capiscono che fare alimento della propria vita è l'unica occasione disponibile per raggiungere la pienezza umana, per vivere la vera vita. Un alimento che dilata i limiti: amarsi è coinvolgere insieme le proprie vite, e come Gesù, uomo in pienezza, è tutt'uno con Dio e vive la vita divina, così tutti gli esseri umani che accolgono Cristo senza riserve (che accolgono fratelli e sorelle con tutti i loro limiti e difetti) si fanno tutt'uno con lui, vivendo nella pienezza del reciproco amore. Ecco il pane di vita eterna. Eucarestia esistenziale, quindi, e non il semplice rito, che per quanto rivestito di profondo spirito devozionale rischia di rivelarsi sterile, se resta fine a se stesso. Senza tuttavia negare che il rito, a patto che sia vissuto come richiamo per andare oltre, possa avere funzione importante per risvegliare le energie, per facilitare l'orientamento sulla via di Cristo. Me ne accorgo quando sento l'affanno quotidiano riproporsi con insistenza, con la sua capacità di annacquare le migliori intenzioni. Per questo, cosciente che il rituale sarebbe inutile se restasse isolato in se stesso, anzi sarebbe addirittura dannoso se non si traducesse concretamente in quell'eucarestia di vita quotidiana fatta di condivisione e servizio attivo ai fratelli, percepisco che la celebrazione rituale, nell'equilibrio complementare d'una medaglia a due facce, mi offre momenti privilegiati di richiamo dalle distrazioni, che sono sempre abilissime a portarmi fuori strada.
Così, come colui che mangia scegliendo pasti sobri e nutrienti, cadenzati secondo il bisogno per ricavarne l'energia necessaria da spendere poi al meglio nel quotidiano, cerco di alimentarmi frequentemente del simbolo eucaristico, perché lo sento strumento particolarmente adatto a ricaricare gli accumulatori di energia spirituale. Credo che lasciarsi interpellare dal richiamo di Cristo che continua a farsi presente ogni volta che lo vogliamo incontrare, sia un ottimo trampolino di lancio per non stancarsi di celebrare la vita. Attraverso quell'eucarestia esistenziale che si nutre costantemente per farsi nutrimento agli altri.

XXI Domenica del Tempo Ordinario Anno B
24 agosto 2003

Dal vangelo secondo Giovanni (6, 60-69)
In quel tempo, molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? E` lo Spirito che dá  la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio».
Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio ».

Commento

CONVERTIRSI O PERIRE

Qualsiasi discorso è duro, se costringe a cambiare il proprio atteggiamento e il proprio credo. Duro perché siamo sempre pronti ad applaudire esperti e maestri, a patto però che le loro autorevoli affermazioni dicano quello che vogliamo sentirci dire, a patto che i loro insegnamenti servano da conferma a posizioni tranquillizzanti e ben consolidate. Ma quando affiorano proposte stridenti, quando l'inatteso scombussola un equilibrio fatto di quiete soporifera, allora il rischio è di dover uscire davvero dal proprio nido, di ritrovarsi su strade nuove e sconosciute. Lasciarsi avvolgere dallo spavento, prima ancora di chiedersi se non si tratti di nuove opportunità, diventa la reazione più spontanea.
Chi può accettare un linguaggio così duro? Possiamo credere che la nostra realtà, tangibile, fatta di carne e sangue, non valga nulla? E che cosa sarà mai questo Spirito che pretende di farla da padrone? Qualcosa che neppure si vede, una immagine teorica, astratta, impalpabile: come si può sacrificargli tutto? Non scherziamo, la mia realtà va bene così com'è, io sono a posto, pago le tasse, non faccio male a nessuno, mi occupo dei fatti miei. Che cosa volete da me?
Gesù capisce bene il travaglio dei suoi fratelli, che per certi versi si sentono affascinati dalle sue parole, e tuttavia hanno voglia di essere lasciati in pace. Per lui, uomo in pienezza, il cuore non ha segreti. Anche il suo percorso personale è pieno di ostacoli, insidie, aspetti drammatici, ma lui non si tira indietro perché ascolta la voce del Padre e non scende a compromessi con la sua coscienza. Non esita a farsi tutt'uno con quel linguaggio che talvolta è duro, ma per proporre vita, per esprimere creatività, per esortare a uscire dalle banalità, a convertirsi, a donare gratuitamente quello che è comunque destinato a perdersi.
È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla. Le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni fra voi che non credono. Cristo sa bene chi lo tradirà: sono coloro che non ascoltano il Padre, che ragionano secondo un'ottica miope, che lo vorrebbero capo di un qualche schieramento contro nemici e avversari, che non capiscono il significato di essere figli di Dio. Perché senza ascoltare il Padre, che comunica costantemente attraverso lo Spirito, non si può credere a Cristo, non si può somigliargli, non si può realizzare in pienezza la propria umanità. In sostanza, non un tradimento nei confronti di altri, ma verso se stesso, verso la propria potenzialità vitale.
Mentalità comune, si potrebbe dire, tipica di chi si sente dalla parte giusta, dalla parte dei buoni, dalla parte di coloro che pensano di non dover cambiare nulla di sé. Sono i cattivi a doversi convertire, quelli che non rispettano la realtà così com'è strutturata, che vorrebbero modificare leggi e diritti, che disturbano i benpensanti, che osano manifestare nelle piazze che pretenderebbero di rivoluzionare i rapporti sociali, che vorrebbero scalzare le strutture di governo e di potere. È duro, certamente, sentirsi dire che la propria realtà materiale e tangibile non serve a nulla, che peccatori, prostitute e cattivi di tutti i generi possono passare avanti (cfr. Mt. 21,31), che da oriente e da occidente giungeranno altri a prendere il nostro posto (cfr. Lc. 13,29). È duro sentir scombussolare le proprie certezze. Come si possono accettare linguaggi di questo tipo?
È fuori discussione che il fariseo, ritto ostentatamente a pregare nel centro del tempio, si trovasse a ben altro livello rispetto al pubblicano rannicchiato nell'angoletto. L'ottica di Cristo però è completamente differente, e la fede da lui proposta non si misura su livelli di bravura o di devozione. Si basa invece sull'orientamento: si tratta di volgere gli occhi verso di lui, di aprire le orecchie ai messaggi che il Padre profonde in abbondanza attraverso lo Spirito. Una fede alla portata di tutti, perché a qualunque punto del cammino, a qualsiasi livello di conoscenze o di maturità ci si trovi, è sempre possibile orientare lo sguardo verso l'orizzonte, anziché lasciarlo vagare nell'artificioso o nell'inutile.
Infinite sono le vie del Signore, tutte valide ed efficaci, purché l'attenzione resti puntata su di lui. Ma senza capire che il Padre è mio padre, che faccio parte della famiglia divina, che tutte le persone del mondo, tutte indistintamente, sono mie sorelle o miei fratelli, che è giunta l'ora (quella a disposizione in ogni momento presente) di superare schieramenti, contrapposizioni, conflitti, allora c'è sempre il rischio di tirarsi indietro. Convertirsi o fuggire è l'unica alternativa.
Dove sto andando adesso, mi chiedo? Confesso che non riesco a capirlo bene. Sento soltanto ripetermi nelle orecchie: forse anche voi volete andarvene? So che in quel "voi" sono compreso anch'io. Ma dopo aver ascoltato Gesù viene anche a me da dire: dove potrei andare? Una volta percepito il senso della vita, mi appare chiaro che rinunciarvi sarebbe un autentico suicidio.


XXVI domenica del tempo ordinario, anno C.
26 settembre 2004

Dal vangelo secondo Luca (16, 19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi ».

Commento

IL MIRACOLO DI EPULONE

Lusso, sprechi, godersi la vita incuranti di chi soffre la fame, non ha medicine per curarsi le piaghe, si riduce a vivere a livello dei cani. Non è difficile trovarsi d'accordo nel definire riprovevole il comportamento terreno di uno sfrenato gaudente, come fa la notissima parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro. E tuttavia, oltre a questo significato, la parabola ne offre altri che sembrano in contraddizione fra loro.
Il senso primario è un'ammonizione molto chiara: attenzione, perché il domani dipende dal comportamento odierno. Come dire a ciascuno: sei tu a costruire il tuo futuro, e lo stai facendo ora, attraverso il tipo di rapporto che stabilisci con le sorelle e i fratelli. Fin qui la parabola non fa altro che ripetere il messaggio sottolineato più volte nei vangeli, quella reciprocità illustrata da numerosi esempi, tutti in qualche modo riassunti nella frase: quel che volete gli altri facciano a voi, voi fatelo a loro.
Poi, nel dialogo tra il ricco che continua a insistere e Abramo che nega ogni speranza, l'evangelista ha probabilmente inteso dire che non si può costringere chi non vuole. Ma qui comincia ad affiorare qualche scricchiolio: rifiutare l'aiuto richiesto, tanto più quando non è per sé ma per il bene altrui, fa parte forse dello spirito di Cristo? Qualcosa non quadra: come uscire da tali contraddizioni?
Se fosse presa alla lettera, la parabola finirebbe per creare difficoltà insuperabili: il ricco peccatore mostra infatti di non perdere mai la speranza e continua a preoccuparsi non per sé ma per gli altri (i suoi fratelli), mentre Abramo finisce per sembrare uno spietato legalista che non conosce la misericordia. In altre parole, il cattivo apparirebbe più cristiano del giusto! Evidentemente il senso non è quello che appare a una lettura superficiale, e va approfondito meglio.
È difficile capire quanto gli evangelisti fossero condizionati dalla cultura dell'epoca, ancorata alla legge del taglione, che neppure i seguaci di Cristo potevano superare con facilità. Fatto sta che la parabola sembra riproporla tale e quale, come esempio di giustizia (hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti). Taluni esegeti mostrano di credere che in casi come questo gli evangelisti abbiano conservato, accanto all'insegnamento di Cristo, vecchi condizionamenti culturali, tanto che qualcuno giunge a dire: «Lazzaro che non tocca con il suo dito la lingua riarsa del ricco Epulone è il dio di Luca, non di Gesù». (Ortensio da Spinetoli in Bibbia e Catechismo, Paideia Editrice Brescia 1999, pagg. 251/252).
Effettivamente, prendendo alla lettera il testo, sarebbe difficile non provare simpatia e tenerezza per il cattivo Epulone, che pur soffrendo le pene dell'inferno finisce per accettare la propria sorte, e tuttavia non cessa di chiedere pietà per i suoi fratelli. Un appassionato peccatore, insomma, che si è goduto egoisticamente la vita, ma poi segue un'evoluzione che lo porta a preoccuparsi del bene altrui. Assai meno simpatia, invece, sembrerebbe suscitare il buono Abramo, che dal suo paradiso si limita a confermare una giustizia rigida, spietata, irreversibile.
Il vangelo, però, offre sempre qualcosa in più, a chi se ne lascia avvolgere senza pregiudizi. Anche in questo caso, al di là delle apparenze più immediate, ecco affiorare un significato profondo e nuovo, tale da scompaginare le cristallizzazioni culturali di allora e di sempre. Il cattivo assoluto, quello irrecuperabile che meriterebbe di venir cristallizzato per sempre in un luogo negativo, non esiste. E neppure il buono assoluto, quello che può isolarsi nell'alto delle sue sfere, quasi non avesse più nulla da offrire. Il miracolo di Epulone, che scopre la misericordia e non rinuncia alla speranza, richiama l'esempio del Fariseo e del Pubblicano nel Tempio, e invita a prendere sul serio Gesù, quando dice: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori.
Via l'assurda contrapposizione fra buoni e cattivi, e ancor più la pretesa che i cattivi debbano convertirsi per diventare come i buoni. Dobbiamo invece convertirci tutti, buoni e cattivi, per diventare figli, per imparare ad amare di più e meglio. Gli abissi invalicabili possono valere come esempi e come ammonizioni, ma la genialità divina continua a ripeterci di sperare perfino contro ogni speranza. E ce lo manda a dire anche attraverso apparenti contraddizioni evangeliche.




[Scritti][Pittura][Automobilismo][Comunità][Quotidiano][Contatti]


© 2009 /2019 tutti i diritti riservati.