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Galleria Dimensioni Arte Moderna - Torino

mostra personale dall'8 al 27 maggio 1974


Presentazione al catalogo di Renzo Guasco

E’ la prima volta che Antonio Thellung espone a Torino. E’ sempre difficile per i visitatori delle mostre avvicinare un artista sconosciuto. Di fronte ai quadri di Thellung consiglierei attenzione e cautela: attenzione nel guardare e cautela nel giudicare.

I primo riferimento che mi venne spontaneo quando vidi, due anni fa, qualche suo quadro, fu ai manifesti che mi incantavano da bambino, come quello, notissimo a Torino, di Dudovich per la Merveilleuse. Le silhouettes delle figure femminili di Thellung (il suo è un mondo abitato da sole donne), i larghi cappelli, i boa di Struzzo, i colli di volpe, le pose morbide, le movenze fluttuanti, appartengono a quegli anni. (Antonio Thellung è nato nel 1931. Quegli anni sono compresi tra il 1914 e il 1930, tra Ubert ed Art Déco. Si sa che la nostalgia inconscia va agli anni della giovinezza dei propri genitori. E’ questa la ragione dei revivals ai quali assistiamo)

Queste figure di Thellung, ridotte al puro contorno, ricordano quelle sflhouettes ritagliate in carta nera ed incolate su di un cartoncino bianco, in voga un tempo. L’artista, che lavorava veloce e sicuro in mezzo alla folla delle fiere, ritagliava con le forbicine un foglio nero piegato in due, in modo da ottenere due immagini identiche, come quelle che stanno accostate in quasi tutti questi quadri.

Queste mie divagazioni non hanno forse (anzi quasi certamente) nessun rapporto reale con il lavoro di TheIlung, ma mi sembra che possano aiutare a circoscrivere la sua area poetica.

In tempo di iperrealismo, immagini ridotte alla pura apparenza, ad un gioco di ombre cinesi? Albino Galvano, presentando l’anno scorso una mostra di Thellung a Roma, si era già posto a stessa domanda. Di questa sua posizione alteramente appartata — scriveva Galvano — il pittore è cosciente, ben deciso a seguire la strada scelta e ad approfondire le proprie ragioni espressive senza guardarsi intorno; sapendo di trovare in se stesso, nella chiarezza della propria visione e nella dedizione accanita all’approfondimento del mestiere, le più valide premesse per una realizzazione sempre più totale della propria figura d’artista.

La dedizione accanita all’approfondimento del mestiere e i risultati raggiunti nella resa pittorica, sono la giustificazione dell'arte di Thellung.

Dicevo all'inizio di questo discorso, che questi quadri vanno guardati con attenzione. Solo osservandoli ad uno ad uno e facendo dei confronti si noterà la sottile varietà dei colori. Si tratta a volte di differenze minime: di due rossi sovrapposti si percepisce appena la differenza di timbro. Thellung ama i colori caldi, dalle sonorità piene: le lacche rosse, l’arancio, gli azzurri profondi, il viola, il nero.

Quasi tutte le sue figure sono inquadrate in rigide strutture geometriche verticali ed orizzontali che, mentre suggeriscono l’ambiente e la profondità dello spazio, richiamano anch'esse, con il loro spoglio rigore, agli anni dell’Art Déco. Pensavo, osservandole, alle scenografie della Compagnia dei Giovani per Pirandello, ispirate esplicitamente a Mondrian ed a Casorati. Non è un caso che Thellung abbia dipinto un ritratto, anchesso pirandellianarnente «doppio» di Rossella Falk.

Da tutto questo sembrerebbe legittimo ricavare l’immagine di un artista che da un mondo chiuso, elegantemente sofisticato, guarda con distacco il mondo degli uomini comuni. Thellung ha scritto una dichiarazione che tende a dissipare questa immagine: «Gran parte della pittura d’oggi tende a rispecchiare gli aspetti estremamente drammattici del mondo in cui viviamo, cerca, cioè, in vari modi, di far la cronaca visiva del dramma umano. Ma io credo che la pittura debba anche indicare una strada. La mia fede nel mondo e la mia speranza sono strettamente legate al sorriso. Non però un sorriso spensierato e incosciente, ma un sorriso in agguato, pronto a lottare per conquistarsi il posto. Un sorriso che filtra attraverso il dramma e lo riscatta».

E’ noto che un artista sa cosa vuol dire, ma non sa che cosa realmente dice. Ciò che soprattutto ci interessa (e che, attraverso le interpretazioni nostre, interessa l’autore) è quello che inconsciamente mette nell’opera. Non vedo d’altra parte perché un’arte aristocratica e volutamente démodé debba cercare giustificazioni. Il testo di Thellung, che mi è sembrato onesto citare, dimostra comunque come la sua pittura abbia un retroterra culturale ed etico profondo e complesso.

 

RAITV – rubrica Arti e Lettere

16 maggio 1974

Nel capoluogo piemontese anche la mostra di Antonio Thellung che si realizza in una propria appartata e aristocratica visione. Le sue donne, pirandellianamente doppie, sono oggi più che mai un emblema dell'anima del mondo.

Antonio Donat Cattin

AVVENIRE12 maggio 1974

Su opposte posizioni; quasi a sottolineare il valore della pluralità d’espressioni estetiche, si muove Antonio Thellung (Galleria Dimensioni, via S. Francesco da Paola 4, Torino), convinto che, al di là della visione drammatica di tanta pittura contemporanea; possa esistere un’altra strada legata alla speranza, alla visione di un mondo in cui prevalgano quelle componenti dell’animo umano in grado di riscattare il dramma. Infatti le sue eleganti figure ridotte al puro contorno, in equilibrio tra raziocinio e fantasia, racchiuse nella dimensione armoniosa della forma, schiudono una felpata e assorta atmosfera, in cui effettivamente l’ingorgo delle passioni si decanta.

Sono figure senza volto, impostate su un severo registro di sintesi geometrica, ma rimandano a qualcosa d’altro, lasciano spazio all’immaginazione, soprattutto quando il colore prende il sopravvento e la figurazione, sempre presente, finisce quasi per dissolversi, per essere sopraffatta dalle intense e calde sonorità dai rossi, dagli azzurri, dal nero, dal viola, dai gialli.

Sono questi i risultati di un lungo e assiduo esercizio che travalica i limiti dell'edonismo a tutto vantaggio di un messaggio significante intriso di poesia.

R. Prestipino

L'ECO DELLO SPETTACOLO18 MAGGIO 1974

Antonio Thellung profonde la vita a silhouettes di donne tra iperrealismo e «Bella époque», che ricordano vagamente cartelloni pubblicitari. Il colore ed il taglio preciso conferiscono a queste sagome dipinte un movimento che si avvale d percezioni surreali. Spazio ad accogliere personaggi di un mondo femminile avvincente pur nella schematica rigidezza della posizione, mentre il rigore grafico porta in evidenza caratteristiche che posseggono certamente un fondo culturale notevole.

Vittorio Bottino

La revue moderne ottobre 1974

Antonio Thellung

Des silhouettes limpides de fernmes parées comme en 1915 - 1930 se détachant sur des fonds aux harmonies pures et somptueuses caractérisent l’art surprenant et subtilement décoratif d’Antonio Thellung.

Son graphisme souple et ferme à La fois définit avee précision ses personnages dans un style très botticellien d’une gràce pure, tandis que sa composition, extrémement serrée et très rythmée donne un sens monumental à son ceuvre.

Milet

LA STAMPA 16 maggio 1974

Un’atmosfera piena di romantico silenzio si avverte nei dipinti che il genovese Antonio Thellung espone alla galleria «Dimensioni». Sono silhouettes di donne con larghi cappelloni stile anni 20 che si stagliano su fondi rigidamente geometrici e si ripetono come se si sdoppiassero nella propria ombra. Immagini limpide, costruite con un colore caldo e appassionato (rossi intensi, azzurri fondi, violetti) che sembrano riemergere da un’età felice e lontana con tutto il loro mistero e il loro fascino.

Augusto Minacci

IL NARCISOagosto/settembre 1974

La Problematica Esistenziale in ANTONIO THELLUNG

Conversando con Antonio Thellung si ha la sensazione precisa di come la pittura non sia per l’artista genovese un mero fattore ornamentale, decorativo o visivo.

E’ una pittura la sua che, sotto la rappresentazione mito grafica della precisione, sotto il tratto armonioso dell’analisi controllata delle figure, lascia trapelare l’intero modus vivendi et videndi dei personaggi ritratti. La poliedrica riverberazione o afocalizzazione dell’immagine (bina, trina, multipla), resa ancora più stimolante ed interessante dai colori usati quasi sempre in calibrati contrasti o in graduali antitesi, è la trasposizione sulla tela del linguaggio mentale che da tempo Thellung va proponendo ad un pubblico sempre più vasto.

Lasciando da parte le dichiarazioni programmatiche che, quanto più sono vere in un senso, tanto più possono esserlo in un altro, mutatis mutandis nella Mostra torinese, che si è conclusa il 27 maggio, si è notato come più che nella linea fluida dei corpi scomposti in sequenze quasi cinematografiche al rallentatore, Thellung sia riuscito ad esprimersi pienamente attraverso una furiosa quanto abbagliante campitura cromatica. E’ proprio grazie a quei rossi, arancioni, azzurri, gialli, neri che si imprimono quei profili antropomorfi sussultanti, pur nell’apparente olimpica immobilità, della Falk, di Caterina, di Patrizia, di Gioia, di Maria, di Gianna, di Dolores, di Aralda, di Veronica, di Gloria, di Ombretta, di Tatiana, di Jolanda, di Mafalda o della Monaca di Monza. A guardarle bene queste figure muliebri, che spesso non hanno lineamenti sul volto, sono il simbolo perenne di stereotipi femminili che già nel fascino del nome conservano arcani, misteriosi, provocanti segreti; sono il simbolo, a ben meditare, di una molteplice visione di una umanità che, alla ricerca di una personalità, si dibatte continuamente tra le maglie di una inevitabile problematica esistenziale.

Giuseppe Nasillo




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