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Il polittico di San Matteo

un vangelo dipinto

Matteo evangelista - olio su tela cm 80 x 80
particolare dal polittico di San Matteo

 

Descrizione dell'autore

 
 
il Polittico di San Matteo - olio su tela cm 895 x 428

 

 

MATTEO EVANGELISTA E L’ANGELO

Al centro, in alto, è rappresentato Matteo come Evangelista, perché ha vissuto l’esperienza cristiana come apostolo, ma poi l'ha ritrasmessa, e questo è l'aspetto essenziale del comportamento cristiano. Gesù ha detto di andare ad annunciare il Vangelo a tutte le genti, e l’esperienza cristiana non è completa, se non viene in qualche modo comunicata e trasmessa agli altri. Si può evangelizzare attraverso i modi più disparati, ciascuno secondo il carisma ricevuto. Ma l’evangelizzazione resta elemento costitutivo della vita cristiana. MatteoSan Matteo e l'Angelo evangelista è qui rappresentato come simbolo, e quindi come stimolo per tutti noi. Per questo ho scelto di rappresentarlo in veste di evangelista.

Accanto a sé l’angelo. Gli angeli, si sarebbe forse tentati di dire, ma in realtà è l’angelo. Nella mia pittura la duplicazione non significa pluralità, e la ripetizione va intesa come aspetto dinamico dell’unità. Qui l’angelo si dispone attorno all’Evangelista formando come delle quinte di palcoscenico. Matteo dal proscenio racconta, invitandoci all'ascolto.

LA FUGA IN EGITTO E L’INGRESSO IN GERUSALEMME

I due pannelli grandi in alto, a sinistra e a destra, rappresentano rispettivamente “La fuga in Egitto” e “L’ingresso in Gerusalemme”. Sono legati da un significato unitario. Nella fuga in Egitto si vedono in primo piano la Madonna con in braccio il Bambino Gesù. Sono su un somarello forse un po’ stupito, mentre San Giuseppe li precede a piedi, aprendo la strada. Sullo sfondo le stesse figure si ripetono come ombre stagliate nel cielo, intrecciandosi fra loro. Il significato è questo: al di là dell'episodio storico della vita di Gesù, rappresentato in primo piano, il fatto si trasforma in archetipo, rappresentando tutti i profughi costretti da sempre, compreso ai nostri giorni, a fuggire di fronte al sopruso e alla sopraffazione. Gesù è venuto anche ad incarnare, nella sua vita, la sofferenza di tutti i profughi.

la fuga in EgittoEd è storia di sempre: è il momento in cui è necessario fuggire dinnanzi al sopruso che sembra prevalere. Ma, legato a questo, è anche il momento del ritorno, della nuova speranza, della verità. E’ il momento in cui il bene trionfa. Ed anche se prima o poi sorgeranno nuovi soprusi, nuove tribolazioni, nuove sofferenze, come è stato per Gesù poco dopo il suo trionfale ingresso in Gerusalemme, ciò non toglie che questo momento rappresenti comunque il punto fisso verso cui guardare, con la fiducia di poterlo raggiungere. Anche qui le ombre ripetute, che si intrecciano nello sfondo, stanno a simboleggiare che il fatto è realtà di sempre, e non soltanto un evento storico. La colomba in cielo, che rappresenta lo Spirito Santo, mentre nel momento del pericolo accorre a proteggere il bambino e i profughi, ponendosi sopra di loro quasi a racchiuderli in un simbolico nodo, nel momento del trionfo parte invece da Gesù per diffondersi nel mondo ed annunciare la sua gloria.

LE BEATITUDINI

Nel pannello in basso a destra sono rappresentate le Beatitudini. Gesù predica su un simbolico monte, mentre sullo sfondo la sua figura è ripetuta otto volte a sottolineare le otto beatitudini. In primo piano la folla, distratta e quasi tutta voltata dall’altra parte. Sembra che il messaggio non interessi, e questo appare indubbiamente qualcosa di sconsolante. Ma dobbiamo ammettere che nella realtà tutti noi non siamo meno distratti. Ecco però la speranza: le sagome delle persone che rappresentano la folla, e che sono ripetute nello sfondo a rappresentare anche qui l’umanità di sempre, sono tutte orientate verso Gesù. Questo significa che il messaggio penetra, e anche se siamo distratti mentre lo ascoltiamo, lascia un segno capace di orientarci prima o poi nella sua direzione. Questa è comunque la mia profonda speranza.

CIÒ CHE ASCOLTATE NEL SEGRETO PREDICATELO SUI TETTI

In basso a sinistra un’allegoria della frase: ciò che ascoltate nel segreto predicatelo sui tetti. È l’esortazione che Gesù rivolge agli Apostoli dopo aver detto loro che non c’è nulla di nascosto che non possa essere svelato. Il cristianesimo è per tutti. Non conserva nulla di quell’esoterismo e di quell’occultismo caro a tante forme di religiosità. Il cristianesimo è un messaggio semplice, alla portata di ogni uomo, e non già una complessa religione che può esprimersi soltanto mediante le oscure interpretazioni di un'élite di esperti, i quali si arrogano il diritto di fungere da unici intermediari fra l’uomo e Dio. Nel dipinto la figuraciò che ascoltate nel segreto predicatelo sui tetti dell’evangelizzatore è la stessa del Gesù delle Beatitudini. Questo perché chiunque evangelizza nel suo nome ne assume le sembianze. La sagoma della figura si ripete poi incisa nel cielo, e s’identifica quasi con un’antenna radio che diffonde attraverso l’etere il messaggio, irradiando simbolicamente il soffio dello Spirito.

Oltre a un senso generale per il valore che hanno avere oggi i mezzi di comunicazione di massa nella diffusione del messaggio cristiano, questo pannello ha quindi anche un significato particolare. In questa parrocchia di San Matteo è stato da qualche tempo installato un apparecchio di trasmissione radio, in modo da poter portare più facilmente il messaggio nelle case disperse sul vasto territorio della borgata Casal Morena. Questo impianto radiofonico, che ha assunto la denominazione di “Radio Obiettivo Romano”, ha scelto come suo motto proprio la frase: "ciò che ascoltate nel segreto predicatelo sui tetti".

DALLA PARTE DI CRISTO

Al centro la grande crocifissione, Vista per la prima volta di spalle. Il dipinto si intitola: «Dalla parte di Cristo». La scelta di rappresentare la crocifissione da questo insolito punto di vista ha un significato preciso. Noi siamo abituati a metterci davanti a Cristo, a rivolgerci a lui per chiedere aiuto, e forse anche ad attendere da lui la soluzione dei nostri problemi. Ma questo è un atteggiamento solo parzialmente cristiano. Noi siamo chiamati anche a qualche cosa d’altro. Nel chiedergli aiuto dobbiamo ricordare che l’aiuto ce lo ha già dato, e continua quotidianamente a darcelo. Ma di questo suo aiuto fa parte integrante l’esortazione a metterci dalla sua parte ed a guardare gli altri con i suoi stessi occhi. Gesù ha lasciato un’indicazione veramente fondamentale quando ha detto: vi do un insegnamento nuovo, amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Per anni, da parte mia, ho confuso questo “nuovo comandamento” con quello più antico: ama il prossimo tuo come te stesso. Ma poi mi sono accorto di quale differenza vi sia. Perché noi, sovente, ci amiamo male. Ci amiamo cioè troppo, o troppo poco, o in modo possessivo ed esclusivista. Se, in simili casi, amiamo gli discesa agli inferialtri come noi stessi, è probabile che agli altri non faccia molto piacere. Dicendo invece: come io ho amato voi, l’indicazione diventa precisa e inequivocabile, e resta un parametro al quale dobbiamo costantemente rapportarci.

Così, per vedere Cristo nei nostri fratelli, dobbiamo capire bene che siamo incapaci di farlo se non sappiamo porci dalla parte di Cristo per guardare con i suoi occhi. Ecco il significato di questo dipinto: ponendoci dalla sua parte, scorgiamo nella folla, in ciascuno, la figura di Cristo, la stessa figura che predica le Beatitudini ed evangelizza sui tetti. Così tutti i fratelli si identificano con questa figura di Cristo, che si moltiplica all’infinito perdendosi come realtà di fondo, oltre il tempo e oltre lo spazio.

MORTE E RISURREZIONE

I due lunghi pannelli verticali ai due estremi rappresentano morte e risurrezione. A sinistra la discesa agli inferi, e a destra l’albero della vita. In entrambi è la figura di Cristo crocifisso a formare la composizione, moltiplicandosi. A sinistra in una cascata a piombo che potrebbe sembrare senza speranza, ma che riappare invece a destra in una salita che si accresce via via ramificandosi nella vita. Nella parte superiore di questo albero della vita, una particolare scelta di colori offre una vibrazione che crea un senso di movimento e di pulsazione.

I QUATTRO SIMBOLI

Ai quattro angoli vi sono i simbàli dei quattro evangelisti. Questo dipinto è dedicato al vangelo di Matteo, tuttavia i quattro simboli sono doverosi per sottolineare l’unitarietà dei vangeli, pur con le loro caratteristiche specifiche. In alto a sinistra l’angelo diGiovanni evangelista Matteo, in basso a sinistra il leone di Marco, in basso a destra il bue di Luca, in alto a destra l’aquila di Giovanni.

LE APPARENZE

Ai due lati, a dividere in senso orrizzontale le quattro grandi scene, abbiamo quattro piccoli pannelli intitolati «Le apparenze». A destra le apparenze reali ed a sinistra quelle immaginarie. Tutte le figure hanno un mantello che esprime la sovrastruttura delle apparenze. I vari personaggi si distinguono dal copricapo. A destra la corona e la Mitra a simboleggiare il potere temporale e spirituale, a sinistra l'aureola e le corna a simboleggiare i cosiddetti “buoni” e “cattivi”. Ma è un monito per noi uomini che giudichiamo secondo le apparenze, secondo le insegne che ciascuno porta. Dobbiamo invece ricordarci sempre che al cospetto di Cristo le apparenze non contano. Così, nei quattro punti estremi, le insegne rimangono vuote, mentre l’uomo resta accanto a Cristo nudo, spogliato di ogni apparenza, solo con se stesso.

lo Spirito Santo  lo Spirito Santo

LO SPIRITO SANTO

Ed infine, accanto al tabernacolo, ancora due voli di colombe e simboleggiare lo Spirito Santo, con la sua definitiva presenza che ci accompagnerà per sempre.


le apparenze: il mondano    le apparenze: il sacro

le apparenze: i cattivi   le apparenze: i buoni


L'OSSERVATORE ROMANO
25 febbraio 1979

Un polittico nella chiesa di San Matteo

Salvo la «memoria» del Caravaggio con il trittico di San Luigi de’ Francesi non si trovano altrel'albero della vita testimonianze in Roma sull’Apostolo ed Evangelista San Matteo.

Una antica cappella è stata demolita nel secolo scorso in seguito all’invadenza urbanistica assieme alle altre undici cappelle dedicate ai dodici Apostoli installate, lungo i secoli, attorno alla Basilica di San Giovanni in Laterano distanti, all’incirca, un chilometro una dall’altra.

Nella modesta dimensione e nella sua povertà di arredamento l’attuale cappella — salone della Parrocchia di San Matteo sita sulla Via Anagnina al limite sud della Diocesi — non esprime di certo la solennità delle «commemorazioni basilicali» di cui Roma è sublime nella grandiosità delle testimonianze.

Nella fiduciosa speranza della elevazione di un tempio capace di accogliere l’intensità di afflusso in un quartiere borgata in crescita vertiginosa, la parete dell’altare viene arricchita di una serie di pannelli descrittivi di alcuni episodi ed elaborazioni critiche desunte dal Vangelo dell’Apostolo San Matteo.

Caratteristiche dell'opera

Si tratta di un polittico di elevato cromatismo pittorico in una componente architettonica armonizzata detto appunto « Polittico di San Matteo » che copre circa quaranta metri quadrati di parete frontale, esattamente per complessivi cm- 895x428.

L’assieme dipinto con olio e smalto su tela ad opera di Antonio Thellung racchiude diciotto pannelli di diversa dimensione: quello centrale denominato «dalla parte di Cristo» (cm. 300x 190); quattro scene denominate rispettivamente «Predicate sopra i tetti», « La fuga In Egitto», «L’ingresso in Gerusalemme», « Le Beatitudini», di cm. 190x280 ciascuno; in alto sopra il pannello centrale campeggia San Matteo Evangelista (cm. 70x190); due verticali lunghi di lato (300x60 cm-) presentano il Cristo «Descendit ad inferos» sulla sinistra e a destra «L’albero della vita». Composizioni di minore volume sono: i quattro Evangelisti (70x90 cm.) agli angoli estremi; e Lo Spirito Santo, due serie di colombe (50x70 cm.) di lato al tabernacolo; e quattro pannelli che racchiudono le cosiddette «Apparenze» (40 x 138 cm.) poste come elemento intermedio tra le scene evangeliche centrali.

Marco evangelistaL’autore, il maestro Antonio Thellung, ha dato prova di altissima poeticità e drammaticità dell’immagine, sino dai primi impegni compositivi di arte propriamente sacra come «Il giudizio di Salomone» e il «S. Francesco e il lupo».

In questo «Evangelium vitae sancti Matthei» Thellung riecheggia il «messaggio biblico» di Marc Chagall non solo per il cromatismo prevalente del bleu e del rosso ma soprattutto per l’intensità drammatica e la soavità di ispirazione.

La poetica di Thellung risolta in sequenza di ombre traspositive in una duplicità di immagini semoventi, trasfigura il fantastico nella danza dei secoli, con un realismo immaginifico al di là del tempo e dello spazio.

Riecheggia il salmista quando recita: «Prenderò le penne dell’Aurora e abiterò all’estremità del mare» (Salmo 139-138, 9).

Nel polittico di Matteo la dialettica pittorica sembra superare il contenuto, e il contenuto, alternativamente, inabissa tra sequenze di chiaroscuri.

Merita analizzare alcune scene in una rapida doxologia.

Predicate super tecta

Il pannello denominato ((Predicate super tecta» prende spunto da Matteo al capitolo decimo, con una realizzazione pittorica di misteriosa modernità. Dal seno del Padre, al momento in cui si è deciso di inviare il Figlio Unigenito in mezzo agli uomini, si proietta una luce radiante come se provenisse dall’«antenna di Dio », mentre si adombra, negli abissi dei tempi, l’arrivo del Verbo che s’incarna.

Quando il Verbo si è fatto carne, si è calato nella Gerusalemme terrestre, ancora e sempre, assetata del messaggio di redenzione. «Predicate sopra i tetti» è il pannello che dà le motivazioni della Chiesa evangelizzante nel segno dei tempi di un Cristo che vive, oggi, ieri e sempre.

Fuga in Egitto – Ingresso in Gerusalemme – Beatitudini

L’umanità di questo quadro (la fuga in Egitto si trova solo in Matteo 2,13-14) è nel suole beatitudini umanesimo pittorico. La Madre con il suo bambino stretto stretto, l’animale composito e riflessivo, più in là Giuseppe, e quelle figure reduplicative di ombre infinite, danno il senso del tormento dell’uomo alla ricerca, nella fuga, di una stabilità che non è di questo mondo.

Gesù appare quasi metafisico nel fulgore della sua spiritualità in un trionfo che gli è dovuto. Ma è un Cristo sovrano che mimetizza la sua potenza divina, mentre l’umanità trepidante è come estatica, dopo l’Osanna, nella pensosità attonita e commossa.

La capacità di vivere le cose impossibili dello Spirito le troviamo in queste «Beatitudini». La filologia di questa immagine si desume dai tre livelli compositivi. Al tondo sta l’emblematismo delle otto beatitudini modellate sull’archetipo poggiata sul monte. Le ombre oscure hanno un’umanità dolente alla ricerca di una dimensione conflittuale tra scelte evangeliche e retaggi terrestri; Dolcissimi, con i lembi raccolti sulle mani sono gli ultimi, protagonisti di una contradizione cristiologica permanente: «Beati i pacifici, i puri di cuore, i misericordiosi».

Questo pannello, ricerca espressiva del linguaggio ineffabile del Cristo, è di difficile interpretazione: in esso si intreccia psicologismo e moralità, politica e trascendenza, terrestrità e trasfigurazione. Una pagina pittorica a sé stante, mobile nella fissità delle mmagini dischiusa al discorso profetico ai fraternità universale.

Dalla parte di Cristo

Il polittico di Matteo esalta il poema della redenzìone con una forza pittorica di presa immediata ma ingannevole per la difficile lettura. Cosa dire infatti dei pannelli verticali ai lati Luca evangelista«descendit ad inferos» e «L’albero della redenzione»?, due apparenti cornici alla iridiscenza trasfiguratrice del pannello centrale detto «dalla parte di Cristo»?

La dimensione in superficie (300 x190 ora.) nel pannello detto e dalla parte di Cristo, si esalta il misterium mortis rimesso in gioco da una croce possente di taglio longitudinale. Rievocazione inquietante delle vicissitudini umane condannate alla perversità della corruzione. «Se il grano di frumento non muore...» (Jo 10). Su quella croce il Thellung staglia libero negli spazi azzurri, il Corpo di Cristo, uscito dagli artigli della morte irradìante l’anima gloriosa di ritorno al seno del Padre.

Un Cristo pittoricamente nuovo di cui ci aveva dato le premesse Salvator Dalì C’è, in questa crosta, uno strano cumulo di rievocazioni dell’Arte Déco e dell’Art Nouveau con qualcosa di Modigliani di Dudovich o di Campigli. Un Cristo fulgente, radioso, beatifico; qualcosa, e non poco, di quanto scorre nelle vene di Thellung discendente dalla famiglia Fieschi da cui è germinata S. Caterina da Genova, mistica soavissima e tenebrosa.

Una dimensione conseguente, né secondaria né correlativa, è questa accoglienza festosa dell’umanità fasciata dalla fecondità della luce del Cristo.

«Dalla parte di Cristo» appunto, non per schieramento ma per dilatazione e partecipazionel'ingresso in Gerusalemme della «resurrezione» con le braccia aperte gioiose e vitali, nella vocazione felice di servizio e di appello ad entrare nel Regno, corpo mistico ed ineffabile di una chiesa in cui scorre il sangue di Dio.

Rinascimento e sociologismo pittorico

Mi sembra prematuro ed inopportuno volere esaurire un discorso critico su questo polittico di San Matteo in questo commento. Una critica approfondita dirà di quello che io definisco psicologismo metafisico di Antonio Thellung, o del suo «realismo mistico» del suo «umanesimo liturgico».

Certo è che Thellung, ha un grande merito, quello di «creare dal niente, come scrive di lui Leonida Repaci, dal silenzio creare una figura, un uomo, un’armonia, creare magari una tragedia».

Una opera d’arte, io penso, è un atto di umiltà che solo gli umili penetrano in pienezza. L’altro ieri due miei ragazzi di borgata sono stati qualche ora in contemplazione del polittico.

Non dimenticherò mai la gioia commossa e discreta di Matisse quando dinanzi alla vecchia suorina in preghiera nella sua Cappella e a Vence mi disse: «questa piccola donna (cette petite femme) è il mio più grande critico d’arte».

Con legittimità viene esaltato il polittico di San Matteo fiorito nel ghetto di una borgata polverosa, si come avvenne con Giotto ad Assisi e Padova, con il Masaccio a Firenze, con Leonardo a Milano nel rifiuto «della periferia dello spirito» e nella irradiazione della «Luce che splende nelle tenebre» (Jo. 1, 5).

Piero Pintus

dalla parte di Cristo - olio su tela cm 190 x 300

 

L'OSSERVATORE ROMANO11 settembre 1979

Le polyptique de la paroisse Saint Mathieu de Rome

Il y a quelque temps, le cardinal Vicaire Ugo Paletti a inauguré une oeuvre du peintre Antonio Thellung, un potyptyque paur la paroisse Saint-Mathieu de Rome. Le Cardinal James Robert Knox, prfect de la Sacrée Congrégation paur les sacrements et le culte divin était présent ainsi que dos personnalités du fonde de la culture et de nombreux fldèles.

Le Cardinal Paletti a été accueilli par le curé de la paroisse, don Piero Pintus, par le clergé, les membres du conseil pastoral et les fldèles. Puis il a prdsidé un célébration liturgique au cours de laquelle, avant de bénir la série des panfleaux, il a invité les assistants «a comprendre la lumière qui émane du poliptyque du fait de la densité des couleurs et du fait de la transparence de la valeur multiforme de son contenu».

«Nous devono» a poursuivi le cardinal «parcourir les itinéraires de rédemption opérés par Jésus en cheminant avec lui dans la fraternité et dans la joie de la participation o règne de Dieu».

Le cardinal a, en outre, souligné la valeur sociale de cette initiative qui met à la disposition des fidèles une oeuvre d’art dans un milieu ou manquent les ressources pour l’accroissement du développement civil et religieux.

Au terme de la cérémonie au cours de laquelle les chants ont été exécutés par le choeur paroissial dirigé per les Pères Rogationistes, le peintre Antonio Thellung a décrit les différents panneaux qui composent le polyptyque, san itineraire artistique et les raisons qui espliquent l’inspiratian de son oeuvre.

Cette oeuvre, il a essentiellement voulu la présenter camme un «somme picturale», une synthèse de la redemption opérée par Jésus, dont la valeur permanente est une invitation “sicut dilexi vos” a achever aver Lui l’oevre du salut.

Le cardinal vicaire a voulu feiliciter le peintre et le curé de la paroisse don Pintus, puis il a reçu les hommages des personnalités présentes, a salué les nombreux fidèles présents avant de prendre congé de la paroisse.

Nous reproduìsons ici un article de le curé de la paroisse Saint-Mathieu, don Piero Pintus qui a écrit cet article pour l’Osservatore Romano, en langue italienne, du 25 février 1979.

(Segue la traduzione in francese dell'articolo di Piero Pintus del 25 febbraio 1979)

Excepté la “mémoire” qu’en fait le Caravage dans son tryptyque de Saint Louis des Français, il n’existe pas d’autre  témoignage à Rome sur l’apôtre et evangéliste Saint-Mathieu.

Une ansienne chapelle a été démoulie au siècle dernier, du fait de l’invasion urbaine, en même temps que les onze autres qui étaient dediées aus douze apôttres et qui s’étaient installées, au cours des siècles, autour de la basilique de Saint Jean de Latran, une distance d’eriviron un kilomètre l’une de l’autre. Les dimensions modestes et la pauvreté de décoration de l’actueile chapelle — grande salle de la paroisse de Saint Mathieu qui se trouve aux confins du diocèse, via anagnina — n’expriment certainement pas la solennité des basiliques de commémoraison dont Rome est genéreuse dans sea témoignages grandioses.

Dans l’espoir confiant de voir s’élever une église susceptible d’accueillir la grande affluence d’un quartier populaire dont la croissance est vertigineuse, le mur qui est derrière l’autel vient d’ètre enrichi d'une série de panueaux descriptifs qui reproduisent certains épisodes et des compositions tirées de l’évangile de l’apôtre Saint-Mathieu.

I1 s’agit d’un polyptyque, haut en couleur et pittoresque, présenté en une architectonique harmonisée, intitulé “Polyptyque de Saint-Mathieu” et qui recouvre environ quarante mètres carrés di mur du fond, exactement un ensemble de 895 centimètres sur 422.

L’Ensemble est peint à l’huile et emaillé sur toile par les soins d’Antonio The1lung; il comprend dix huit panneaux de dimensions variées: celui du centre s’intitule «du côté du Christ” (300 centimètres sur 190). Quatre scènes respectivement intitulées «Préchez sue les toits», «1a fuite en Egypte», «l’entrée à Jérusalem», «les beatitudes», sont de 190 contirnètres sur 280 chacune. En haut, au dessus do panneau central, est campé Sain-Mathieu l’évangelisle (70 centimètres sue 190); deux panneaux verticaux suer les côtés representent le Christ «Descendit ad inferos» a gauche et a droite «l’arbre de la vie». D’autres eompositions de volume moindre sont: les quatre évangélistes (70 centlmètres sur 190), aux angles extrèmes «l'Esprit Saint» est representé par deux séries des colombes (50 sur 70), des deux còté du tabernacle, et enfin quatre panneaux intitulés «apparences» (40 sur 138) sont situés comme élément intermediaire entre les scènes évangéliques centrales.

L’auteur, le maitre Antonio Thellung, a fait la preuve d’un sens poetique très élevé et d’un sens dramatique dans l’image depuis ses premières compositions artistiques d’art sacré, commme par exemple «le jugement de Salomon» et «Saint Francois et le loup».

Dans cette «Evangelium vitae Sancti Matthei» Thellung fait écho au «message biblique» de Marc Chagall non seulment par ses tons dominants de bleu et de rouge mais surtout par l’intensité dramnatique de la suavité de son inspiration.

La poétique de Thellung se manifeste en séquences d’ombres transposées en un double jeu d’images mobiles; il transfigure le fantastique dans la dense des siècles avee un réalisme createur d’images au-delà du temps et de l’espace.

Il fait écho au psalmiste quand il chante: «Je prendrai les ailes de l’aurore j'habiterai aux extrémités de la mer” (Psaume 139-138, 9).

Dans ce polyptyque de Matthieu la dialectique picturale semble surpasser le contenu et le contenu à son tour, s’abime dans des éloquences de clair obscur. Il vaut la peine d’analyser quelques scènes en une rapide doxologie.

Préchez sur les toits: ce panneau tire son origine do ctapitre dix de Saint-Mathieu e donne une réalisation picturale d’une mystérieuse modernité. Du sein du Père, au moment où Il prend la dcision d’envoyer son Fils unique au milieu des hommes, une lumière radìeuse se projette comme si elle venait de “l’antenne de Dieu”, tandis que, dans l’abime des tempe, s’ombrage l’arrivée du Verbe qui s’incarne.

Quand le Verbe se fait chair, il est descendu dans la Jérusalem terrestre, assoiffée, encore et toujours, du message de la rédemption. Ce panneau «Prèchez sur les toits» donne la motivation qui pousse l’Eglise à annoncer, à travers les signes des temps, un Christ qui vit aujour d’hui, hier et toujours.

La fuite en Egypte: l’humanité de ce cadre — la fuite en Egypte n’est mentionn e que par Mathieu (2,13-14) — récide dans son umanisme pittoresque. La mère avec son enlant qu’elle tient serré tout contre elle, l’animal composite et réfléchi, puis plus loin... Joseph et ces figurants redoublés d’ombres infinies qui donnent l’tnpresion de le tourment de l’homme a la recherche, dans la fuite, d'une stabilite qui n’est pas de ce monde.

Jésus apparait pour aisi dire métaphysique dans la splendeur de sa spiritualité au milieu d’un triomphe mérité. Mais c’est un Christ souverain qui fait montre de sa puissance divine tandis que I’humanité trépidante et comme extatique, après l’hosanna, demeure songeuse, stupéfaite et bouleversée.

Nous trouvons dans ces «béatitudes» une capacité à vivre les réalités inaccessibles de l'Esprit.

La philologie de cette peinture vient des trois niveaux de sa composition.

Au fond sont représentées emblematiquement les huit béatitudes modeles sur l’archétype qui se tient sur la montagne. Les ombres obscures sont d’une humanité dolente à la recherche d’une dimension conflictuelle entre les choix evangeliques et les liens de la terre. Très douces sont les dernières figures qui retiennent dans leurs mains les pans de leur vétement, eles sont les protagonistes d’une contradiction christologique permanente: «Bienheureux les pacifiques, ceux qui ont le coeur pur, les miséricordieux».

Ce panneau est une recherche expessive du langage ineffable du Christ. Il n’est pas facile de l’interpréter: en lui se mèlent la psychologie et la morale, la pohitique et la transcendance, des éléments terrestres et une transfiguration. C’est une page pittoresque en ellemème, avee sa mobilité dans la fixité des images qui s’ouvrent au langage prophétique de la fraternité universelle.

Le polyptyque dé Mathieu exalte le poème de la rédemption avec une force pittoresque qui saisit immédiatement mais qui risque de tromper car le tableau est d’une lecture difficile. Que dire, en effet, des panneaux verticaux dos còtés “Descendit ad inferos” et “l’arbre de la rédemption”? Ce soant apparemment deux cadres qui mettent en valeur l’éclat transfiguré du panneau central intitulé «Du còté du Christ».

La superficie (300 centimètres sur 190) de ce panneau du coté du Christ exalte le mysterium mortis remis en jeu par une croix puissante dont les dimensions sont en hauteur. Rappel inquiétant des vicissitudes de la vie des hommes condamnés à la perversité de la corruption: “si le grain ne meurt” (Jn, 10). Sur cette croix Thellung découpe librement le corps du Christ dans l’azur de l’espace cleste. Ce corps est sorti des grifes de la mort et il irradie l’àme qui est retournée au sein du Père.

Picturalement ce Christ est nouveau par rapport aux réalisations dont Salvator Dali avait donné les prémisses. Il y a dans cette oeuvre une étrange accumulation de souvenirs de l’Art Déco et de l’Art nouveau avec quelque chòse de Modigliani, de Dudovich ou de Campigli. C’est un Christ fulgurant, radieux, dans la béatitude, avec ce quelque chose, et ce n'est pas peu, de ce qui court dans les veines de Thellung, descendant de la famille des Fieschi d’ou est née Sante.Catherine de Génes, mystique très suave et ténébreuse.

Il s’ensuit une dimension qui n’est ni secondaire ni corrélative, c’est cet accueil fastueux de l’humanite enveloppée par la fécondite de la lumière qui émane du Christ.

«Du còté du Christ», en effet, est non pas dans une sorte d’alignement mais par dilatation une participation à la “résurrection” avec ces bras ouverts dans la joie et la vitalité, dans une vocation au bonheur de servir et dans une invitation à entrer dans le royaume, corps mystique et ineffable d’une Eglise en qui coule le sang du Christ.

Il me semble qu’il est prémature et inopportun de vouloir épuiser ici la critique que l’on pourrait faire de ce polyptyque de Saint-Mathieu. Une critique plus approfondie parlera de ce que j’appelle “le psychologisme métaphysique” d’Antonio Thellung, ou de son “réalisme mystique” ou de son “humanisme liturgique”.

Il est certain que Thellung a un grand mérite, celui de «créer à partir de rien» comme l’écrit de lui Léonide Repaci «à partir du silence il crée un personnage, un homme une harmonie, voire une tragédie».

Une oeuvre d’art est, à mon avis, un acte d’humilité que seuls les humbles peuvent pénétrer en plénitude. L’autre jour, deux gamins de ce quartier populaire sont restés quelques heures en contemplation devant ce polyptyque.

Je n’oublierai jamais la joie émue et discrète de Matisse quand il me disait en voyant une vieille soeur en prière dans sa chapelle de Vence: ‘cette petite femme est mon plus grand critique d’art”.

C’est à juste titre qu’est mis à l’honneur ce polyptyque de Saint-Mathieu: il a fleuri dans le ghetto d’un quartier poussiéreux, comme il advint à Giotto à Assise et à Padoue, à Masaccio à Florence, à Léonard à Milan, dans un refus de “la périphérie de l’esprit” et dans le rayonnement de la “lumière qui resplendit dans les ténèbres” (Jn 1, 5).




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