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Una scelta una proposta

Carta e Regolamento della Comunità del Mattino

 
 

PREMESSE ALLA CARTA DELLA COMUNITÀ

 

Parliamo un po' di noi

Ci siamo incontrati, confrontati, messi in discussione, aiutati, contrastati, coinvolti nella ricerca del senso della nostra via. Abbiamo riscoperto insieme la speranza e la gioia di camminare verso il Padre, e 1’idea di costituirci in comunità È nata come conseguenza automatica. Il confronto con gli altri, l'attenzione a osservazioni e critiche, accompagnano costantemente il mostro cammino. Ci proponiamo di vivere un cristianesimo sempre più esistenziale, ricercando, come laici, nuovi modi per camminare sulla via»di Cristo, pur restando legati ad una vita «normale».

Pensiamo che la vita comunitaria, oltre a consentirci dei punti fissi di confronto quotidiano per far crescere in noi la fede e la consapevolezza, possa risolvere anche alcuni dei grandi problemi sociali,

come l’educazione dei bambini in ambiente aperto, la cura dei malati coprendo contemporaneamente le necessita dei loro familiari, l'assistenza agli anziani mantenendoli nel loro ambiente, l'accoglienza di ospiti per consentir loro di fare esperienza concreta di vita in comune, la possibilità di liberare qualcuno da impegni primari per consentirgli di proiettarsi all'esterno in attività di servizio.

Pur avendo scelto un'impostazione libera, rispetto a schemi e strutture esistenti, ci sentiamo e siamo in profonda comunione con la Chiesa intera, impegnati in attività parrocchiali e coinvolti attivamente con altre realtà ecclesiali.

Allo stato attuale la comunità è: formata in modo piuttosto articolato. Tre coppie di sposi di età diverse (dal mezzo al quarto di secolo) si sono già assunte gli impegni comunitari a tempo pieno, e vi sono altri che, già da tempo, convivono di fatto nello stesso spirito, anche se non hanno ancora preso impegni espliciti. Poi i figli, alcuni dei quali, maggiorenni, condividono part-time la vita comunitaria. Infine gli amici, molti dei quali trovano nella nostra comunità un punto di riferimento, e vivono un rapporto pii1 o meno coinvolto, secondo le necessita.

Sara solo l'esperienza vissuta a dimostrare quale struttura e quale assestamento pratico potrà assumere in futuro la Comunità del Mattino. In linea di principio riteniamo che una concreta condivisione di vita quotidiana possa realizzarsi e dare frutto se si esprime in un numero contenuto di persone. L’eventuale sviluppo della comunità potrà realizzarsi, presumibilmente, mediante costituzione di autonomi gruppi che, uniti dalla comune impostazione espressa nella Carta e nel Regolamento, restano liberi di autogestirsi, ciascuno nel proprio nucleo abitativo,  per quanto riguarda le necessita pratiche di vita.

Forse qualcuno, leggendo Carta e Regolamento della comunità, potrà avere l'impressione di un'impostazione rigorosa e severa. Ma non E: cosi. Se abbiamo ritenuto fondamentale scegliere dei punti di riferimento rigorosi e precisi, nell’applicarli corriamo sempre il rischio di essere troppo elastici, e non viceversa. Le regole sono fatte per l’uomo e non l’uomo per le regole, e l'esperienza ci ha dimostrato che diventa facile andare d'accordo quando si scelgono dei punti comuni di confronto, ai quali potersi riferire in caso di difficoltà.

Non ci resta che continuare. Camminando s'apre cammino, purché si sappia dove si vuole andare. Noi vogliamo andare ai Padre, attraverso Cristo che incontriamo quotidianamente nei nostri fratelli. Lo Spirito Santo, che soffia dove vuole, mostrerà un giorno se la nostra scelta avrà dato frutto.

Roma, estate 1983

Date significative

1977

Maggio/giugno: comincia a farsi strada l'ipotesi di impostare un lavoro comune per far fruttare meglio  la propria vita.
Ottobre: si forma un gruppo di ricerca che si riunisce una volta la settimana.
Novembre: la ricerca si concentra sulle caratteristiche esistenziali della fede.
Dicembre:  si affaccia l'idea di formare una comunità di vita.

1978

Gennaio/giugno: gli incontri di condivisione e di ricerca diventano bisettimanali. Si alternano momenti di confronto dialettico, preghiere, meditazioni e celebrazioni eucaristiche.
Agosto: prima esperienza di convivenza estiva a Montefalco.
Settembre: si consolida l'ipotesi di costruire una comunità a tempo pieno.
Novembre: la ricerca si allarga al campo psicologico. Viene aperto un centro sperimentale di psicologia preventiva. Continuano anche gl’incontri specifici su argomenti di fede e le celebrazioni eucaristiche comunitarie.

1979

Gennaio/maggio: si definisce una prima bozza dei principi del gruppo.
Giugno: il centro di psicologia si chiude per difficoltà economiche. Viene deciso di dar corso alla costruzione della comunità.
Agosto: seconda esperienza di convivenza estiva a Montefalco.
Settembre: prima stesura della Carta della Comunità.
Novembre: viene scelto il nome: Comunità del Mattino.

1980

Gennaio/marzo: continuamo gli incontri bisettimanali che si allargano frequentemente ad altri gruppi per far conoscere il nostro cammino e le nostre intenzioni, e per ascoltare osservazioni, critiche, contributi. Altre persone si avvicinano al nostro progetto.
Aprile: inizio lavori di ampliamento e sistemazione casa.
Settembre: Fine lavori casa.
Ottobre: inizio convivenza-noviziato.

1981

Gennaio/ aprile: sulla base dell'esperienza vissuta viene corretta ed emendata la Carta della Comunità, e composta nella sua stesura definitiva.
Maggio: nasce Raffaele, il primo nato in Comunità. Si avverte la necessità di un regolamento.
Ottobre: il regolamento è pronto, ed entra in funzione con l'inizi0 del secondo anno di convivenza.

1982

Gennaio/maggio: ci sentiamo più maturi, sentiamo che i1 noviziato ha esaurito i1 suo compito.
Novembre: dopo la pausa di riflessione estiva, alcuni di noi sciolgono ogni riserva e si sentono pronti ad assumersi anche esplicitamente gli impegni ccomunitari.

1983

12 febbraio: in una grande celebrazione eucaristica viene pubblicamente costituita la Comunità del Mattino.


 

CARTA DELLA COMUNITÀ DEL MATTINO


Chi perderà la propria vita la troverà

Vorrei perdere

Il mio individualismo                    per essere insieme
Il mio egocentrismo                      per costruire insieme
Il mio difensivismo                       per rischiare insieme
La mia solitudine                          per vivere insieme
La mia dimora                              per camminare insieme verso il futuro

Vorrei perdere

Tutto ciò che possiedo                  per essere libero
Tutto ciò che si può perdere          per conservare la gioia di vivere
Tutto il mio «avere»                     per poter «essere»

Vorrei perdere

La paura di perdere                       per trovare la vita

Padre, dammi il coraggio di perdere.

 

Una scelta di vita

La nostra scelta nasce dalla speranza che vi sia ancora un futuro, e dalla convinzione che, oggi più che mai, sia necessario conquistarselo compiendo scelte coraggiose. Convinti che la vita comunitaria sia una risposta valida agii odierni interrogativi sociali e spirituali, ci proponiamo di viverne e testimoniarne un modello particolare, senza pretendere né che sia l'unico né che sia il migliore.

Questa Carta comunitaria, elaborata e maturata insieme, non indica il nostro modo di essere, ma il modello verso il quale abbiamo scelto di muoverci per costruire e sviluppare, giorno dopo giorno, una comunità orientata verso il futuro. Se vi saranno frutti li vedremo nel tempo: ora siamo soltanto all'inizio dei nostro cammino. Alcuni aspetti di questo modello li sentiamo già vivi dentro di noi, altri pensiamo possano diventare realtà abbastanza presto, altri sono ancora lontani e rappresentano una speranza. Sappiamo che, in ogni caso, il nostro modello non e realizzabile nella sua pienezza. Abbiamo scelto di camminare in tale direzione e siamo ben coscienti che, a qualsiasi livello si possa giungere, si potrà comunque andare ancora più in la. Vogliamo vivere un presente dinamico, sempre in cammino verso un traguardo che si rinnova continuamente.

È questa la caratteristica della nostra comunità: ricercare e sperimentare un cristianesimo esistenziale, nel quale l'orientamento al futuro, anziché fuga dalla realtà, sia il modo per costruire e vivere un presente migliore.

 

LA NOSTRA SCELTA ESISTENZIALE

1. La scelta

Viviamo immersi nelle contraddizioni a tutti i livelli, e ci lasciamo spesso trascinare da elementi estermi a noi e alla nostra volontà. Possiamo uscire da questa situazione soltanto compiendo delle scelte, con risultati tanto più positivi quanto più sapremo compiere scelte consapevoli. La scelta non e un punto di arrivo ma di partenza, è una linea di tendenza. La scelta positiva e un cammino verso la presa di coscienza, verso una sempre maggiore consapevolezza, verso la pienezza della vita; e diventa particolarmente costruttiva e operante quando assume la caratteristica di un modello al quale potersi costantemente rapportare. Perché dia frutti deve essere confermata e seguita quotidianamente. È la fedeltà alla scelta che ci permette di costruire coerentemente giorno per giorno la nostra vita. È solo attraverso la scelta che diventiamo via via sempre più padroni di noi stessi e sempre meno schiavi delle circostanze esterne. Imparare a scegliere significa imparare a gestire se stessi e la propria vita.

2. La rinuncia positiva

Ogni scelta comporta inevitabilmente delle rinunce, che tuttavia non pesano se fatte a fronte di una scelta positiva. La nostra scelta è di valorizzare il più possibile in noi la dimensione «essere» e di rinunciare sempre più alla dimensione «avere». È un cammino di rinuncia alla schiavitù del possesso, comunque inteso, è una scelta di libertà e di vita. Vogliamo rinunciare alla solitudine, all’ignoranza, all’individualismo, per scegliere la condivisione, la  consapevolezza, il coinvolgimento.

3. Condivisione, consapevolezza, coinvolgimento

La condivisione è il rapporto con gli altri basato sullo scambio reciproco nell’armonia, nella gioia, nella pace. È imparare a scegliere insieme ciò che unisce e rinunciare insieme a ciò che divide.
La consapevolezza è il rapporto con se stesso; è rendersi conto, sia a livello mentale che emozionale, del significato delle proprie possibilità e delle proprie scelte. Richiede uno studio e una ricerca legati alla verifica sperimentale nella vita quotidiana.
Il coinvolgimento e la sintesi complementare-unitaria di condivisione e consapevolezza, nella quale il nostro «essere» diventa un tutt’uno con il nostro «fare»; E: uscire da ogni dissociazione tra teoria e pratica per diventare coerenti con se stessi e con i valori nei quali si crede. Coinvolgimento è vita responsabile e densa di significato, è la pienezza della vita umana che esce dall’isolamento dell’individualismo per esprimersi in un continuo e fecondo scambio reciproco.

4. Il rapporto can gli altri

Scegliere di condividere la vita con gli altri significa rinunciare alla sopraffazione, alle contrapposizioni, agli schieramenti. La condivisione può realizzarsi per gradi e intensità diverse. Quando avviene non soltanto sul piano degli averi, ma anche sul piano del proprio essere, divienee un profondo coinvolgimento di vita nel quale si mettono in comune gioie e sofferenze, preoccupazioni e speranze.

5. Il rapporto con se stesso.

Turbamenti e deviazioni psicologiche derivano sempre da una dissociazione tra la propria realtà e la propria coscienza (tra come si è e come si vorrebbe essere). Questa dissociazione conduce al disprezzo o all’esaltazione delle proprie caratteristiche psico-fisiche. La conseguenza è un cattivo rapporto con se stessi (ed anche con gli altri e con l’ambiente di vita).
Ricercare la consapevolezza significa innanzitutto trovare un equilibrio interiore; significa rinunciare a vivete occasionalmente alla giornata lasciandosi trascinare dagli avvenimenti, per scegliere di capire e conoscere il significato della propria realtà personale e dei rapporti di vita nei quali siamo immersi.
Quando la consapevolezza si fa profonda, diventa coinvolgimento con se stesso, non soltanto sul piano del sapere mentale e razionale, ma anche sul piano del «conoscere» nell'intimo della propria coscienza. È la consapevolezza che rende capaci di dare l'orientamento voluto alla propria vita.

6. Il rapporto con la natura e con le cose

È una proiezione del rapporto con se stesso. La natura è il nostro ambiente vitale, è un aspetto complementare della nostra vita. L’uomo che vuole dominarla e sfruttarla finisce per creare danni irreparabili, equivalenti a un suicidio. È impossibile un rapporto equilibrato con se stesso senza essere in armonia con la natura.
I1 possesso è alienante, e finisce per rendere l’uomo prigioniero di ciò che possiede. Utilizzare come strumento di crescita le cose che si trovano sul proprio cammino, anziché tentare di impossessarsene, è il modo per costruire una maggiore liberta.
Sfruttamento della natura e possesso creano divisione. Armonia con la natura e uso costruttivo delle cose sono invece motivo di serena convivenza con gli altri e di miglior rapporto con se stessi.

7. Un rapporto alla pari

Nella dimensione «avere», in una vita cioè intesa come una competizione, le differenze psico-fisiche e culturali conducono sempre a qualche forma di sopraffazione o di sottomissione.
Nella dimensione «essere» invece il coinvolgimento pone tutti alla pari, perché le singole capacità personali (abilità, intelligenza, erudizione e simili) non sono più viste come possesso o proprietà privata di ciascuno, ma come patrimonio comune che arricchisce tutti in una condivisione reciproca.

8. Interesse personale e collettivo

Quando il coinvolgimento lega unitariamente il rapporto con se stesso, con gli altri e con il proprio ambiente vitale in una concreta ed equilibrata realtà di vita, allora la conseguenza e stupefacente: interesse personale e collettivo corrispondono. Infatti in questa unitarietà complementare il rapporto con se stesso è pieno, solido, sereno e quindi ricco di gioia e di pace (vero, profondo e duraturo interesse personale) e automaticamente spinge a coinvolgersi sempre più con gli altri, perché gioia e pace sono vive e si alimentano solo quando vengono condivise (interesse collettivo). Di conseguenza si crea un rapporto a catena nel quale ciascuno diventa sempre più disponibile ad aiutare e a lasciarsi aiutare.
Inter-esse, ovverosia essere tra, in mezzo. Il profondo «inter-esse» è coinvolgimento di vita, e infatti vivendo insieme in un coinvolgimento reciproco ciascuno vede svanire dalla propria vita la solitudine e l'incomunicabilità, e quindi l’alienazione e l'angoscia. Per questo motivo l’interesse nostro e di quanti vivono attorno a noi si identificano. E quindi, in senso più generale, interesse personale e collettivo coincidono.

9. Interesse e morale

Il termine «morale»,  spesso usato a proposito o ridotto a vuoto moralismo, viene oggi facilmente recepito come qualcosa di artificioso·o negativo. Perciò è necessario ricuperarne il reale significato.
La morale non è una serie di norme astratte ed esteriori da seguire senza comprenderne il senso. Non è qualcosa di oppressivo che lascia perplessi sulla sua validità. Non è rinuncia a un proprio personale interesse per seguire un· ipotetico beneficio futuro. Se il Vero interesse personale e collettivo coincidono, ciò significa che la morale è il concretizzarsi di questa coincidenza.
Ecco il significato di questa parola: nella dimensione «essere» la morale è rinuncia ad un interesse illusorio ed equivoco per far consapevolmente vivere e valorizzare il proprio vero, reale e concreto interesse. Il quale è tutt’uno con l’interesse altrui.

10. Scegliere la propria vita

Finché restiamo condizionati da un tipo di vita occasionale e contraddittoria, finché siamo così miopi e così legati all’avere da scambiare per nostro interesse un misero e temporaneo tornaconto, finché ci lasciamo indurre a pensare che morale significhi rinuncia anziché valorizzazione del proprio essere, allora ci sembra inevitabile il contrasto tra interesse proprio e altrui.
Quando invece, imparando a guardare al di la delle apparenze, scopriamo che il proprio e l’altrui interesse coincidono, allora questa consapevolezza diviene una spinta permanente verso una scelta di condivisione sempre più profonda, e automaticamente rende sempre maggiore il. coinvolgimento reciproco. E così, da una vita contraddittoria e affidata al caso, è possibile finalmente passare a una propria vita, scelta e voluta quotidianamente.

 

LA NOSTRA SCELTA CRISTIANA

Il messaggio

11. Perché il cristianesimo

Il cristianesimo è uno solo, ma diversi sono i modi di viverlo, tanti quanti sono i cristiani. Nel formare la nostra comunità vogliamo delineate brevemente quelle caratteristiche fondamentali che più sentiamo vive e importanti per noi, e che costituiscono, in concreto, la nostra scelta cristiana.
Nella nostra vita il cristianesimo riveste un valore essenziale e irrinunciabile, perché le scelte che ci proponiamo di seguire e che abbiamo descritte in termini esistenziali potrebbero anche rivelarsi soltanto utopia,  ridursi a un discorso puramente teorico. È Gesù Cristo a testimoniarci e garantirci concretamente con la sua vita i valori radicali della condivisione, della consapevolezza, del coinvolgimento.
La fede ha un senso soltanto se e intesa come realtà concreta che si identifica con l'esistenza. Cristo è venuto a proporci una strada che conduce verso la piena realizzazione della vita umana, perciò, quando si avvertono contrasti tra fede cristiana ed esistenziale, vi e sempre qualche deformazione o nel modo di intendere e programmare la vita umana, o nel modo di interpretare e di vivere il cristianesimo.

12. Il messaggio di Cristo

Cristo e la via, la verità, la vita (cfr. Gv. 14,6) e l’identificarsi di Cristo con l’uomo Gesù è la garanzia che l’uomo può seguire la via, scoprire la verità, trovare la vita. Prendendo a modello Cristo, il cristiano chiede costantemente al Padre il dono dello Spirito (cfr. Lc. 11,13), lo accoglie dentro di sé (cfr. At, 4.31), e ne resta trasformato fino a diventare Cristo egli stesso (cfr. Gal. 2,20). Nel chiedere segue la via; nell'accogliere scopre la verità; ne1 trasformarsi trova la vita.
Cristo via e la condivisione con i fratelli nella realtà di vita quotidiana. È una nostra iniziativa, è un nostro «dare», è sul piano del fare e dell’azione. È un mettere in comune se stessi. Nella via Cristo è stato interamente uomo per gli altri.
Cristo verità è la consapevolezza, e il rapporto col Padre e con se stessi. È conseguenza della nostra disponibilità, e un nostro «ricevere», è sul pianodell’essere e della contemplazione. È lasciare che la realtà entri in contatto con noi. È ascoltare e accogliere la rivelazione. Nella verità Cristo è stato interamente uomo del Padre, e traeva la sua consapevolezza da questo stretto legame col Padre. Il rapporto con se stesso (consapevolezza) è lo specchio del rapporto col Padre (verità).
Cristo vita è il coinvolgimento. È la sintesi unitaria del messaggio cristiano. È la fede viva e vissuta in ogni aspetto concreto della vita quotidiana. Nella vita Cristo, uomo-del-Padre-per-gli-altri, è stato coerente con se stesso e col suo messaggio perfino di fronte alla morte: si e coinvolto in modo totale. Cristo vita è Dio coinvolto con noi, nella nostra esistenza umana, e noi coinvolti con lui, nella sua esistenza `divina.

13. Una scelta permanente

Una sintesi evangelica molto significativa viene proposta nel racconto dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc. 24,13-35), nel quale è descritto con precisione come seguire la via: camminare insieme ai fratelli, accoglierli in casa, condividere i propri beni anche se non si riconosce Cristo in loro; è indicato come scoprire la verità: ascoltare con intenzione e interesse, percepire il calore che entra nel proprio cuore, riconoscere Cristo nei fatti, diventare consapevoli; è proposto il modo di trovare la vita: non tenere per sé quanto ricevuto, ma portarlo «senza indugio» agli altri, coinvolgendosi nella loro realtà.
Si può seguire la via (la condivisione) senza partecipare alla verità (consapevolezza), ma equivale a fare senza conoscere le motivazioni, senza saperne il perché, senza capirne il senso. A questo livello la scelta di seguire la via resta un fatto reversibile. Al contrario partecipare alla verità (consapevolezza) conferma automaticamente la scelta della via (condivisione) e conduce alla pienezza della vita (coinvolgimento).
Seguire la via diventa così una scelta permanente perché, quando si penetra nella verità, la via s’identifica con la propria realtà di vita, e rinunciarvi equivarrebbe a danneggiate volontariamente se stessi.
Via e verità sono entrambe indispensabili alla vita, e non possono mai essere scisse o vissute separatamente dal loro insieme unitario-complementare.

14. La direzione di marcia

Uma volta scelta la via di Cristo (uscire dal proprio individualismo per condividere con i fratelli), la ricerca della verità (impegnarsi per essere più consapevoli) diviene il punto chiave, capace di rendere permanente la scelta e di condurre alla pienezza della vita. Cristo ha legato la verità (consapevolezza) al rapporto col Padre, ed e in tale direzione che noi vogliamo particolarmente cercare.

 

Il Padre e i fratelli

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo e simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la legge e i profeti (Mt. 22,37-40).
Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (Gv. 13,34).

15. L'immagine del Padre

Che senso ha la parola Dio? Talvolta indica qualcosa di lontano e distaccato, qualcosa di estraneo alla nostra vita. Qualcosa che non si può amare, se non a parole. Ci siamo chiesti: in quale modo è dunque possibile realizzare dentro di noi questo amore totale? Quale Signore Dio nostro potrebbe essere tanto attraente, tanto stimolante, tanto entusiasmante da spingerci ad amarlo con tutto il nostro essere?
Non certo un’immagine astratta e teorica con la quale si può avere un rapporto soltanto mentale, ma una realtà concreta che impegna in profondità tutto il nostro essere. Non qualcuno che dall’esterno ci «salva», ma una realtà che permea e da significato alla nostra esistenza, salvandoci in tal mode da una vita senza senso. Non un potente che interviene a tappare i buchi e le deficienze del nostro essere, ma una realtà che entra dentro di noi per rovesciare le nostre debolezze e le nostre incapacità, determinando in tal mode la nascita e la crescita dell’uomo nuovo. Non un governante che ci domina legandoci a lui in un perenne rapporto di sudditanza, ma una realtà che riempiendoci del suo spirito ci insegna e ci aiuta a diventare adulti e responsabili. Insomma un Dio che ci è Padre perché è, in tutti i sensi, la fonte della nostra vita. Un Padre che ci ama e ci dona il sue spirito d’amore; che si fa amare perché il sue mode di essere è bello, attraente, e ci riempie di gioia; che ci offre sicurezza liberandoci dalla paura, e non costruendoci attorno sterili baluardi difensivi; che ci stimola ad essere costruttivi sollevandoci dall’incertezza e dall’angoscia. Un Padre che ci insegna a vivere una vera vita.

16. Il rapporto col Padre

Dobbiamo quindi rivolgerci al Padre non con l’atteggiamento del suddito verso un governante-tiranno o verso un padre-padrone, ma con le spirito di un figlio che lo cerca perché si trova bene con lui, e lo ama perché trova in lui l’alimento stesso della propria vita. Non con uno spirito servile per cercare solo rifugio e protezione, ma con piena convinzione e profonda fiducia che attraverso questo rapporto si può diventare sempre più adulti, maturi, responsabili. Non per un dovere da compiere verso uri Dio lontano e incomprensibile, ma perché essere con lui significa vivere pienamente la nostra stessa vita.
Coinvolgersi nella realtà del Padre in un rapporto fecondo e costruttivo significa partecipare alla verità e diventare consapevoli del significato della propria esistenza. Gesù ci ha spiegato che anche noi possiamo avere un rapporto confidenziale con il Padre, e ci ha esortato a cercarlo direttamente e personalmente nel «segreto» del nostro animo, senza delegare a nessuno questo compito (cfr. Mt. 6).

17. Preghiera e consapevolezza

La fede ha bisogno di essere manifestata e condivisa. La preghiera comunitaria è il momento in cui la fede cresce, si alimenta, si coinvolge e si rinnova in un impegno di vita sempre più totale. Pregare insieme è riconoscersi fratelli, è scoprire di aver fiducia gli uni negli altri, è stimolarsi a vicenda ad essere migliori. È dichiarazione esplicita di rinuncia all’individualismo, è gioia di essere insieme, è riconoscersi tutti figli dello stesso Padre.
Ma non soltanto questo. Pregare significa entrare in rapporto con il Padre e mettersi in contatto con la verità; e dal momento che la nostra partecipazione alla verità ci rende sempre più consapevoli, la preghiera si riflette su di noi come un autentico esercizio di consapevolezza. Quando è capita a fondo, la preghiera assume un'importanza concreta e fondamentale, per la nostra vita. Per questo è necessario sia riscoprirla nei suoi momenti specifici particolari, sia imparare a inserirla in qualsiasi momento di vita, attraverso un cammino che si arricchisce sempre più via via che si compie, fino a trasformare il mangiare, il bere e qualsiasi altra azione quotidiana in preghiera al Padre (cfr. Cor. 10,31), fine a farci raggiungere une state di preghiera permanente (cfr. Tess. 5,¤17).

18. Il rapporto speculare

Quando si ha un cattive rapporto con se stesso, allora inevitabilmente anche il rapporto col Padre è artificioso, equivoco, negativo. Il rapporto col Padre è le specchio del rapporto con se stesso. Osservando attentamente il nostro modo di essere e il nostro comportamento, possiamo accorgerci se abbiamo un rapporto col Padre sincero, fecondo e costruttivo, oppure se stiamo inseguendo pericolose illusioni o cercando coperture di comodo. L'equilibrio in questo rapporto speculare tra noi e il Padre è fondamentale per un equilibrio generale di vita.

19. Il dinamismo cristiano

I cattivi rapporti con se stessi derivano sempre da un rifiuto della propria realtà, e per scarso amore verso le proprie caratteristiche psicofisiche, o per amore eccessivo e disordinato. Quando l’amore è possessivo, amare se stessi è una manifestazione egoistica; invece quando vive in noi l’uomo nuovo, amare se stessi diviene il contrario dell’egoismo: è amare Cristo che vive in nei. E allora la nostra realtà psicofisica, vista come dimera di Cristo, ci appare sempre positiva: Cristo può vivere a qualsiasi livello.
Il cristiano è un essere dinamico, sempre proteso verso il futuro. Il cristianesimo è un cammino e non un punto d’arrivo; è una direzione di marcia e non un grado di abilità e di bravura. Per questo è universale e accessibile a tutti. È sempre possibile infatti orientarsi verso il Padre e mettersi in cammino da qualsiasi punto e in qualsiasi momento. Anche subito.

20. Spirito di servizio

Da queste premesse scaturisce naturale lo spirito di servizio, che non è qualcosa di umiliante, ma è scegliere gli altri e voler condividere con loro la nostra vita, senza aspettare che siano gli altri a creare le premesse per un rapporto con noi. È prendere 1’iniziativa per primi e donare gratuitamente la nostra disponibilità, senza pretendere una contropartita.
Ciascuno è tenuto, nella sua coscienza, a essere coerente con quanto può fare, e, se non sempre è possibile svolgere un’attività di servizio perché le necessità quotidiane comprimono il tempo a disposizione, è invece sempre possibile far vivere in sé lo spirito di servizio. Accoglienza, ascolto, comprensione e partecipazione sono atteggiamenti che esprimono meglio di ogni altra cosa 1’annuncio e 1a testimonianza cristiana.
Non si può essere col Padre, non si può avere un rapporto sereno e costruttivo con se stessi, non si può vivere nella gioia e nella  pace, senza passare attraverso il servizio ai fratelli, e specialmente ai fratelli più piccoli. «Colui che vorrà diventare grande tra voi si farà vostro servo… come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito ma per servire» (Mt. 20,26-28).

21. Riscattare e non emarginare

Consapevoli di essere tutti figli dello stesso Padre, che non emargina mai nessuno ma «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt. 5,45), ci rendiamo conto finalmente che gli uomini non si dividono in buoni e cattivi, ma che bene e male convi1vono in ciascuno di noi. Non esiste uno schieramento di «farisei» e uno di cristiani, ma in ciascuno di noi c’e un po’ di fariseo e un po’ di cristiano. Nostro compito è far prevalere la parte cristiana, e aiutare ciascuno a far emergere il bene che s1 trova in lui, è lavorare per riscattare 1l male e trasformarlo in bene (cfr. Rm. 12,21). Non dobbiamo perciò limitarci a combattere il male quando si è manifestato, ma dobbiamo soprattutto impegnarci per eliminare la sua ragione di esistere.

22. Comunione ed eucarestia

«Che tutti siano uno, Padre, come tu in me ed io in te, siano anch’essi uno in noi» (Gv. 17,21). La nostra scelta di fede è una scelta di comunione, e la nostra ricerca e un lavoro diretto verso l’unità. Quando c’immergiamo nella vita divina, che contemporaneamente s’immerge dentro di noi, ci troviamo in comunione con i fratelli, con la natura e perfino con gli oggetti d’uso quotidiano; ci scopriamo in comunione con noi stessi, con la nostra coscienza, coi valori che proclamiamo; ci sentiamo in comunione con lo Spirito che entra in noi, con Cristo che vive in noi, col Padre che dialoga con noi.
L’indispensabile punto di riferimento di questa comunione è la celebrazione eucaristica. L'eucarestia è la sintesi del nostro essere cristiani è il momento della verità. Se la nostra fede si incarna realmente nella nostra esistenza, allora il momento dell’eucarestia penetra dentro di noi provocando una profonda gioia che da significato a tutta la nostra vita. Se invece nel nostro modo di essere permangono dissociazioni e contraddizioni, allora il momento dell’eucarestia provoca un senso di disagio che ci costringe a una scelta precisa: «convertirsi» oppure alienarsi nelle giustificazioni di comodo per poter rimanere «uomo vecchio».
L'eucarestia è assemblea della cornunità, è invito a una sempre maggiore consapevolezza delle scelte fatte, è stimolo comunitario-personale a un coinvolgimento sempre più profondo. L’eucarestia è il momento privilegiato nel quale siamo invitati a rispondere al Padre che ci da il pane, «quello vero che discende dal cielo per dare la vita al mondo» (Gv. 6,33), disponendoci a far vivere in noi Cristo che è «il pane vivente disceso dal cielo» (Gv. 6,51).

23. Il comandamento nuovo

Come è impossibile partecipare alla «verita» senza seguire giorno per giorno la «via», cosi è impossibile amare il Padre senza condividere costantemente lo stesso amore con i fratelli in un coinvolgimento di vita quotidiana. Per questo «i due primi comandamenti» sono indissolubilmente legati, perché sono complementari fra loro e non possono mai essere vissuti separatamente. Se questa unicità del messaggio di Cristo viene sempre tenuta presente non c’e alcun pericolo d’isolarsi in sterili personalismi, né individuali né collettivi.
Fra i due comandamenti vi e tuttavia una differenza sostanziale. Se infatti «chi non ama il proprio fratello che vede non pub amare Dio che non vede» (1 Gv. 4,20) è anche vero che diventiamo consapevoli «d’amare i tigli di Dio quando amiamo Dio» (1 Gv. 5,2). Come è la «verità» a dare significato alla «via», come è la consapevolezza a rendere esplicito il valore e il significato della condivisione, così è il primo comandamento (amore per il Padre) a dare significato al secondo (amore per i fratelli). Per questo e importante ricercare e trovare un equilibrato e fecondo rapporto col Padre, perché e il rapporto col Padre a renderci sempre più consapevoli, facendoci penetrare nella pienezza del significato della nostra esistenza.
Questa e la novità cristiana: rendere uno solo i due primi comandamenti (cfr. Mc. 12,31) senza pero confonderli tra loro. «Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli » (Gv. 13,34-35).
E ben diverso dall’an1are il prossimo come se stessi, perché noi possiamo anche amarci troppo, o troppo poco, o in modo `possessivo, o squilibrato; e in questi casi amare gli altri allo stesso modo non sarebbe cosa buona. Gesù non si distacca mai dal suo rapporto d’amore col Padre: per questo ha saputo amarci con intensità nuova. È nell’amore contemporaneo e complementare Verso Padre-fratelli che troviamo la garanzia di amare senza secondi fini.

24. Con tutto il nostro essere

Indipendentemente da qualsiasi descrizione teorica, a noi interessa soprattutto quale concreto riflesso abbia la presenza di Dio nella nostra realtà quotidiana di vita. Per noi, Dio è liberta dalla paura, dall’angoscia, dalla solitudine, dalla contraddizione, dal condizionamento, dal possesso; è alimento della gioia, della fiducia, della speranza, della serenità, dell’armonia, della pace; é l’essenza, il significato, la realtà dinamica del nostro essere e della nostra vita; è l’amore che si manifesta in noi e nei nostri fratelli.
Con la consapevolezza di questo amore, «sperimentato» in concreto nell’intimo della propria realtà di vita, diviene facile e naturale amare Dio Padre con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, e allo stesso tempo amare il prossimo e se stessi così come Gesù ci ha amati.


Essere e agire

25. Nella Chiesa

La Chiesa e formata dall’insieme del popolo dei fedeli. Il Concilio Vaticano II ha particolarmente sottolineato questa dimensione ecclesiale che impegna tutti i fedeli a una partecipazione attiva. Ma la nuova coscienza di essere Chiesa deve guardarci dal rischio di cadere nell’arbitrio. Se siamo ben consapevoli della profonda responsabilità personale che investe ciascuno di noi, non possiamo certamente dimenticare che sono Chiesa anche i preti e i vescovi, anche il Magistero e il Papa.
La nostra comunità, che vuole essere inequivocabilmente parte della Chiesa, guarda a loro con il rispetto e l'attenzione dovuta.

26. Presa di coscienza

«Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc. 11,28). È la spiegazione che nel cristianesimo la parola obbedienza significa ascolto attivo, e non sottomissione. È un invito a far diventare vivi nel nostro intimo gli insegnamenti di Gesù. Il cristianesimo è presa di coscienza. Non avrebbe alcun senso l’adesione esteriore a riti e formule, o a una serie di norme di comportamento da seguire supinamente senza sentirne la linfa vitale nel proprio intimo.
La presa di coscienza e il punto d’equilibrio tra autoritarismo e arbitrarietà. Qualsiasi autoritarismo non e mai cristiano, perché soffoca le coscienze. Ma neppure il comportamento arbitrario è cristiano, perché svaluta le coscienze. «Se sarete miei discepoli conoscerete la verità, e la verità vi farà 1iberi» (Gv. 8,31-32). La libertà esiste soltanto nella piena autonomia della propria coscienza, e si esprime con scelte responsabili maturate secondo coscienza.

27. Valorizzare le qualità personali

La presa di coscienza è possibile soltanto collaborando insieme verso una dimensione ecclesiale sempre più unitaria. L'individualismo conduce inevitabilmente a contrasti e divisioni, ed e solo nel coinvolgimento che si possono superare le contraddizioni e le contrapposizioni, per trascendere ogni personalismo.
L’unità non deve però essere appiattimento. Al contrario dev'essere impostata in modo da valorizzare le qualità personali, affinché vengano arricchite e accresciute dallo scambio reciproco. «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1 Cor. 12,7).

28. La formazione di coscienza

«Non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettetele alla prova per saggiare se provengono veramente da Dio» (1 Gv. 4,1). «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1 Tess. 5,21). È fondamentale porre molta attenzione a tutto e a tutti, perché da qualsiasi parte la verità pub mettersi in contatto con noi. Tuttavia è altrettanto fondamentale saper distinguere ciò che vale, per imparare a scegliere e per guardarsi dai «falsi profeti» (Mt. 7,15). La formazione di coscienza richiede alcune scelte consapevoli. Vogliamo indicarne due che sono per noi molto importanti.
La prima ez rinunciare a ogni forma di acquiescenza. Accogliere e seguire le indicazioni altrui, da qualunque parte provengono, e positivo soltanto come scelta volontaria, mentre e sempre negativo quando, in qualsiasi modo, diviene un subire contro voglia. Vogliamo far penetrate dentro di noi ogni indicazione di vita o di fede che ascoltiamo, per sentirne vivo il significato nella nostra coscienza.
La seconda è . guardare a coloro che con la loro vita testimoniano di aver raggiunto risultati simili a quelli che vogliamo proporci noi. Se sono i frutti a garantirci la bontà dell’albero (cfr. Mt. 7,16), dobbiamo ascoltare attentamente coloro che hanno dato frutto, perché le indicazioni che riceviamo da loro non sono pure teorie ma realtà vissuta.
In tal modo la nostra coscienza imparerà a valutare sempre meglio il significato delle alternative che incontriamo sul nostro cammino, e quindi ad avere la capacita e il coraggio di scegliere e di restare coerente alle scelte fatte.

29. Grazia divina e risposta umana

«Senza di me non potete far nulla» (Gv. 15,5). È vero. Se lo Spirito divino è il fondamento stesso della nostra vita, se e lo «spirito» del nostro «uomo nuovo», se la nostra vita diviene realtà soltanto quando finalmente è Cristo che vive in noi (cfr. Gal. 2,20), allora senza di «lui » non possiamo veramente far nulla. Ma chiediamoci come questa sua realtà può giungere a manifestarsi in noi. Sappiamo che l’azione divina é diretta a tutti gli uomini, per offrire a tutti la salvezza e per indicare a ciascuno il proprio cammino. Ma l’uomo deve dare la sua risposta alla Grazia che Dio gli offre. A noi interessa particolarmente sottolineare la necessità che l’uomo faccia tutta intera la propria parte. Se vi sono convinzioni e interpretazioni diverse sul significato e sul modo di esprimersi della Grazia, in ogni caso l’uomo e sempre chiamato a dare la sua risposta. Se nel farlo impegnerà tutto se stesso e tutte le sue capacita potenziali non sbaglierà certamente.
La Grazia e già in contatto con noi, e attende con pazienza la nostra risposta. Ora tocca a noi muoverci.

30. L'abbandono attivo

Si parla sempre di abbandono a Dio: è un modo di esprimersi efficace ma anche pericoloso. Efficace quando il rapporto col Padre è concepito in senso interiore. Allora abbandonarsi a lui diviene un atto di fiducia: significa smettere di creare ostacoli e resistenze a que1l’azione vitale e vivificante che preme dentro di noi. Per diventare uomo nuovo dobbiamo abbandonare il vecchio, per far vivere Cristo in noi dobbiamo abbandonare il nostro egoismo. Ma se il rapporto col Padre e concepito in senso esteriore, e la sua azione come qualcosa che produce risultati dall’esterno, allora la parola abbandono diviene pericolosa. Rischia infatti di favorire un nostro atteggiamento passivo, di incoraggiare la speranza che sia lui a fare quello che dobbiamo fare noi, di aiutarci a stare supinamente con le mani in mano, anziché agire per costruire il Regno di Dio.
L’abbandono a Dio è indispensabile, purché sia un atteggiamento attivo, sempre legato al compiere contemporaneamente tutta intera la propria parte di uomo. Altrimenti la parola abbandono rischia di diventare un alibi per consentirci di rimanere perennemente uomo vecchio.
Dobbiamo riconoscere i nostri limiti: da soli non possiamo essere autosufficienti. Ma quando lavoriamo in sintonia con lo Spirito che si manifesta dentro di noi, allora diventiamo adulti e responsabili, capaci finalmente di assumerci la nostra specifica autonomia. Dio vuole la nostra piena e attiva collaborazione. Egli ha scelto di agire attraverso di noi. Il tralcio senza la vite secca e muore; ma la vite senza i tralci non è feconda: è il tralcio che porta i frutti.

Vivere il presente

31. Futuro e presente cristiano

Senza voler diminuire il valore della promessa futura, noi teniamo in particolare a mettere in evidenza il significato presente del cristianesimo. Essere cristiani significa sapere per che cosa si vive. È il modo migliore di vivere il presente. «Non c’e nessuno che abbia lasciato case o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del Vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi» (Mc. 10,29-30).
Prima ancora di guardare alla promessa futura, la vita cristiana è il Regno di Dio che comincia qui, nella nostra vita terrena, con una possibilità di trasformazione del proprio essere e dei propri rapporti di vita talmente totale e radicale da costituire un vero e proprio anticipo escatologico. È soprattutto questa realtà presente ad alimentare la nostra speranza e a rendere più credibile il futuro.

32. Un cristianesimo vissuto

Questa, in sintesi, è l’essenza della nostra scelta cristiana. Ma non ci sentiamo legati ad alcuna rigidità formale. Nel compiete la scelta comunitaria ciascuno di noi resta libero nelle opinioni, nelle convinzioni, e soprattutto nel modo di descriverte gli aspetti che caratterizzano la propria fede. Purché, come punto fermo irrinunciabile, il suo orientamento interiore, il suo modo di comportarsi e il suo atteggiamento siano conformi alle scelte comuni, indirizzate cioè verso il coinvolgimento e non verso la contrapposizione.
Ci interessa più il cristianesimo vissuto di quello teorico.

 

LA NOSTRA SCELTA COMUNITARIA

Lo specifico della comunità

33. Una vita normale

La nostra comunità è il mezzo attraverso il quale ci proponiamo di vivere il cristianesimo secondo un modello di vita che pensiamo si possa definire normale, senza rinunce clamorose, senza distacco dalla realtà quotidiana, senza eroismi. La decisione di mettere in comune noi stessi e legata a un orientamento di vita nel quale

— la povertà è intesa come liberazione dal possesso (condivisione dei beni, vivere del necessario, lavorare per procurarselo)
— l'obbedienza come ascolto e presa di coscienza (consapevolezza, ricerca della verità, confronto in comune)
— la castità come fedeltà creativa (coinvolgimento di vita, rinuncia all’individualismo, costruttività e perseveranza).

Nella vita religiosa l’adesione a questi «cmsigli evangelici» si esprime con i tre voti tradizionali. In un contesto esistenziale, come il nostro, si può esprimere con la disponibilità, che è il fondamento di ogni cammino cristiano. Il senso quotidiano dei tre voti tradizionali e della disponibilità è approfondito nell’Appendice (a questa Carta).

34. Collaborazione e fedeltà

La condivisione comunitaria si fonda su due elementi: collaborazione e fedeltà. La collaborazione è la base della scelta di vita con gli altri, e la fedeltà a questa scelta è la garanzia che la comunità continua a essere viva. Collaborazione significa rinunciare volontariamente al proprio individualismo per vivere e agire insieme agli altri. Entrando in comunità ciascuno assume l’impegno a

— non restare solo con i propri problemi
— cercare sempre la collaborazione di qualcuno
— essere sempre disponibile verso chi chiede collaborazione e aiuto.

Ciascuno, di fatto, appartiene alla comunità nella misura in cui è fedele a questi impegni.

35. La maturità comunitaria

L’impegno comunitario si realizza in concreto attraverso un rapporto di collaborazione spirituale, che ha soprattutto il senso di aiutarsi reciprocamente a ricordarsi ogni giorno le scelte fatte. Ciascuno s'impegna a non vivere chiuso in se stesso problemi e difficoltà, ricerche e scoperte, sofferenze e gioie, o, in altre parole, il positivo e il negativo della propria vita.
La maturità comunitaria non deriva dall’aver risolto i propri problemi, ma dal modo di affrontarli; e il minimo del rapporto comunitario sta nel desiderio di affrontarli in collaborazione anziché in modo individualistico.
Pur auspicando comunque la massima condivisione a livello comunitario, l’impegno minimo richiesto è di cercare sempre la collaborazione di almeno una persona della comunità con la quale confrontarsi e consigliarsi.

36. Fedelà come atteggiamento attivo

La fedeltà é un atteggiamento attivo sul quale impegnare tutta la propria vita. Non e un diritto che si acquista da impegni altrui, e sul quale misurare e giudicare le loro azioni. La fedeltà è creativa quando pone in atto tutto quanto è possibile per facilitare la fedeltà altrui, quando si preoccupa prima di  tutto di aiutare gli altri ad essere fedeli.
Soltanto dopo aver fatto tutta intera la nostra parte, soltanto cioè dopo averli realmente aiutati ad essere fedeli e dopo esserlo stati noi stessi, allora possiamo chiedere agli altri la loro fedeltà.

37. Fedeltà è responsabilità comunitaria

Per noi la fedeltà comunitaria è fedeltà alle scelte fatte e non alle strutture. Le scelte costantemente rinnovate ogni giorno restano sempre vive. Le strutture rischiano di cristallizzarsi e diventare devianti.
La comunità nasce e si alimenta nell’intimo di ciascun componente, il quale pub in qualunque momento rendersi conto se il suo spirito sia comunitario, osservando quanto gli sia spontaneo cercare e desiderare la collaborazione altrui. Questo spirito di fedeltà alla scelta comunitaria, vissuto come una realtà creativa che impegna ciascuno in prima persona alla costruzione in comune, sentito come stimolo ad aprirsi per aiutare la fedeltà altrui, inteso come un dovere e non come un diritto, è la garanzia che le necessita, le diflicoltà, i problemi saranno affrontati in modo costruttivo. Con questo spirito sarà più facile non lasciarsi deviare da difficoltà contingenti per tenere sempre in primo piano il fine stesso della comunità, che è: quello di aiutare ciascuno a far crescere il proprio «essere».
Ogni membro della comunità partecipa all’intera responsabilità comunitaria, assumendosi i propri obblighi e facendosi carico delle necessita altrui.

38. Rapporto con i figli

I figli minorenni fanno parte della comunità a pieno diritto cosi come fanno parte della loro famiglia. Le decisioni fondamentali sulla loro educazione devono essere prese dai loro genitori, i quali sono tenuti pero a maturarle in spirito comunitario. La comunità ha comunque una propria responsabilità educativa diretta, e ha il dovere e il diritto d’intervenire, con la dovuta attenzione, quando lo ritiene opportuno.
I figli maggiorenni, in qualunque momento e di comune accordo con la comunità, possono entrare a farne parte a pieno diritto per propria scelta esplicita.

39. Un rischio particolare

Siamo ben consapevoli che la vita comunitaria comporta inevitabilmente difficoltà e problemi, ed è inutile tentare di delineare a priori astratte soluzioni. Per questo riteniamo assai più importante preoccuparci di creare le premesse per riuscire ad accostarvisi con disponibilità e spirito costruttivo a mano a mano che si presentano. La collaborazione spirituale ha questo scopo.
Vi è tuttavia un problema particolare che riteniamo di dover affrontare in modo esplicito. Si tratta del rischio che all’interno della comunità possano crearsi rapporti affettivi o sessuali irregolari, i quali, indipendentemente da ogni altra considerazione, sarebbero comunque distruttivi per 1’equilibrio comunitario. Non bastano la serietà d’intenzione e la stima reciproca ad escludere questo rischio, che talvolta può trovare alimento anche dal manifestarsi di circostanze contingenti assolutamente imprevedibili.

40. Un impegno particolare

La comunità è formata sia da persone libere da impegni coniugali, sia da coppie di sposi. La comunità non entra in merito all’impegno di fedeltà coniugale che ciascuno assume autonomamente all’atto del proprio matrimonio, né a eventuali impegni personali assunti dai non coniugati. Siamo convinti che una fedeltà attiva e creativa, vissuta pienamente con la dovuta attenzione e dedizione reciproca, è sufficiente a prevenire qualsiasi deviazione.
Nel caso si manifestassero eventuali problemi di carattere affettivo o sessuale, l'impegno assunto con la scelta comunitaria resta, come di fronte a qualsiasi altra difficoltà, quello di condividere il problema nella forma di collaborazione spirituale descritta, ma su questo argomento specifico la comunità chiede a tutti i suoi componenti, coniugati e non, un ulteriore impegno esplicito: al momento di entrare in comunità ciascuno si assume l’impegno, qualunque cosa accada e qualsiasi motivazione possa esistere, a non praticare, cercare o favorite rapporti affettivi o sessuali irregolari tra i componenti la comunità.

Il futuro della comunità

41. Comunità aperta

Ci domandiamo se la generalizzazione di questi principi, che abbiamo scelto e definito insieme, ha valore universale. Se cioè, per chi li sceglie, diventa conseguenza naturale, spontanea, automatica sentirsi spinto verso qualche forma di vita comunitaria (che può esprimersi, ovviamente, in molte maniere diverse).
La nostra è una comunità aperta. Per questo da un lato si propone di muoversi costantemente verso l’esterno, e dall’altro spera di poter offrire ospitalità a chiunque abbia desiderio di fare esperienza di vita comunitaria.
Per quanto riguarda l’aspetto servizio, allo stato attuale non possiamo prevedere alcun tipo particolare di attività,·mentre ci proponiamo di vivere in spirito di servizio la nostra condivisione quotidiana, l'accoglienza agli ospiti e la disponibilità verso chi ne ha bisogno. E siamo anche convinti che una feconda condivisione di vita costituisca lo stimolo migliore per saper scegliere, quando sia possibile, le attività di servizio più adatte alle circostanze e alle necessita concrete.

42. Apertura a nuovi componenti

La comunità accoglie con gioia chiunque desideri entrare a farne parte, facendosi carico di accertare insieme che la scelta sia accompagnata da profonda e chiara consapevolezza.
Colui che chiede di entrare a far parte della comunità è invitato a condividere la vita comunitaria per un periodo non inferiore a un anno, durante il quale dovrà tenersi in stretto rapporto con un collaboratore spirituale, incaricato appositamente dalla comunità. Insieme a lui potrà verificare il suo reale grado di consapevolezza e la sua determinazione relativa alla scelta che si propone di fare, confrontandosi quotidianamente con l’esperienza di vita comunitaria vissuta. Quando il parere di entrambi sarà maturato in senso favorevole, la comunità accoglierà il nuovo componente, il quale entrerà cosi a farne parte.
La comunità non respinge mai la richiesta di adesione: risponde di si e accoglie appena la scelta è stata maturata insieme, oppure chiede di continuare a lavorare per superare le difficoltà, qualora vi siano ancora degli ostacoli. La comunità è sempre disponibile a lavorare, con la pazienza necessaria, per raggiungere questo scopo. In tal modo la comunità si fa carico responsabilmente di ogni nuovo aderente, prendendo le decisioni insieme a lui di comune accordo.

43. L'adesione e la conferma

L'ingresso in comunità si concretizza con un esplicito atto di adesione durante un incontro con la comunità riunita. Il momento, il contesto e l’impostazione di questo incontro saranno scelti da ogni nuovo aderente secondo i propri desideri, e programmati d’accordo con la comunità. Non viene proposta una formula rigida per lasciare ciascuno libero di esprimersi secondo le proprie parole. Oltre a scegliere la forma di espressione che più gli è congeniale, il nuovo aderente e libero di sottolineare qualsiasi aspetto della scelta comunitaria, restando pero inteso che il solo fatto della sua presenza indica inequivocabilmente la sua consapevole e piena adesione esplicita a tutti i principi contenuti nella Carta della Comunità, e la sua approvazione del Regolamento in vigore.
Nel corso dell’imccmtro ciascun membro della comunità, quando lo riterrà opportuno, dovrà dare una risposta al nuovo aderente, anche mediante un gesto simbolico, che assumerà il senso della sua accoglienza e della recipmcità degli impegni assunti. Affinché la scelta comunitaria resti sempre viva e voluta, e non rischi di cedere il pesto all’abitudine, la comunità chiede anche una verifica periodica delle proprie intenzioni. Ogni tre anni ciascun componente la comunità è invitato a esprimere esaurientemente le sue considerazioni sulla vita comunitaria e a confermare esplicitamente la sua scelta.

 

SCELTE QUOTIDIANE DI COMPORTAMENTO

Norme e regole
aiutano a comportarsi
con maggiore consapevolezza


44. Il metro di misura

La comunità non è formata da coloro che convivono insieme, ma da colono che mentre convivono aderiscono interiormente ai principi comuni che la animano c la caratterizzano. Lo indicazioni qui di seguito descritte sono parametri di riferimento e di confronto per aiutarsi l’un l’altro a crescere e maturare in uno spirito di collaborazione.

I parametri devono essere interpretati:

— con rigore nelle definizioni di principio
— con elasticità e tolleranza nelle difficoltà pratiche di applicazione.

Non sono una ricerca di perfezionismo, ma una linea di tendenza verso cui muoversi costantemente in modo dinamico. Essere della comunità non significa saperne seguire rigorosamente i principi, ma scegliere e riscegliere quotidianamente di camminare nella direzione da essi indicata, ricordando prima di tutto che è sempre necessario l’aiuto reciproco.

45. La consapevolezza dinamica

Mentre l’adesione iniziale alla comunità è una scelta esplicita che si concretizza quando vi siano le circostanze richieste, la permanenza nella comunità è di fatto regolata in modo autonomo da ciascuno nel proprio intimo. La scelta comunitaria impegna il presente, e si proietta nel futuro soltanto come profonda convinzione di essere, al presente, ben determinati a voler rinnovare continuamente le scelte fatte anche in ogni momento futuro; e ben decisi a voler lavorare sempre costruttivamente per superare e risolvere le difficoltà che inevitabilmente si incontrano.
Affinché la partecipazione comunitaria resti sempre viva è indispensabile:

— essere ben consapevoli delle scelte fatte
— non cristallizzarle mai nell’abitudine
— non aver paura di verificare il proprio comportamento in relazione a esse
— rinnovare costantemente nel proprio intimo l’adesione alle scelte.

La comunità è a un tempo una realtà immediata e un cammino verso il futuro.

46. Essere comunità

Essere comunità non significa agire è comportarsi seconde il principio «o tutti o nessuno», ma partecipare da un late alla responsabilità di tutte ciò che la comunità esprime, sentendosi coinvolti nelle azioni comunitarie da chiunque compiute; e dall’altro lato sapere che le proprie azioni coinvolgono sempre in qualche modo la comunità intera. È importante ricordare sempre che:

— non è obbligatorio fare comunità
— se cambia la propria disponibilità interiore è assurdo restare legati a un’esperienza che non si senta più valida
— non bisogna aver paura di abbandonare la comunità se non corrisponde più alla propria scelta.

La comunità non è un fine. È un mezzo per:

— alimentare la propria fede
— crescere insieme e costruire il proprio essere
— cercare di rendere se stessi e gli altri sempre più autonomi e liberi
— vivere e testimoniare un tipo di rapporto sociale armonioso e costruttivo.

47. Accogliersi per trasformarsi

Il cristianesimo è invito a riconoscere e a superare i limiti e le contraddizioni della natura umana. È invito ad accogliere ogni uomo con tutti i pregi e i difetti della sua realtà personale, non per lasciarlo cosi com'è, ma per trasformarlo in meglio. Il lavoro d1 trasformazione richiede impegno e determinazione insieme a paz1e11za e tolleranza. Essere cristiani è:

— stimolare e chiedere di essere stimolati continuamente
— non «lasciarsi in pace» ma costru1re insieme la pace comune
— accogliere chiunque nella sua realtà per aiutarlo nella sua trasformazione
— lavorare insieme per trasformarsi in meglio
— non pretendere dagli altri un cambiamento contro la loro libera scelta.

Talvolta contrapposizioni ed emarginazioni, che sono pesanti ostacoli allo sviluppo dello spirito comunitario, nascono da piccoli conflitti quotidiani. Vogliamo perciò imparare a:

— non alimentare equivoci e incomprensioni
— non facilitare gelosie e rivalità
— non favorire contrasti e divisioni.

Vogliamo sforzarci di eliminate ogni forma di emarginazione (compresa l'autoemarginazione) per superare ciò che divide e valorizzate ciò che unisce.

48. Valorizzare gli aspetti sostanziali

Sull’esempio di Gesù, che insegnava con autorità (Mc. 1,22) pur non avendo alcuna investitura ufficiale, noi scegliamo di ricercare, valorizzare, proporre tutto ciò che è autorevole (i valori sostanziali) e di rinunciare, rifiutare, eliminare ogni atteggiamento autoritario imposto o subito (coercizione o sudditanza). Per non cadere nella prevaricazione vogliamo impegnarci a:

— sostenere le proprie convinzioni senza essere acquiescenti
— non difendere mai «per principio» la propria posizione
— proporre argomenti convincenti senza pretendere di «imporsi»
— non preoccuparsi troppo di stabilire chi ha torto o ragione
— cercare di superare insieme le divergenze
— saper guardare anche dal punto di vista altrui.

49. Sincerità e fiducia

La sincerità è la base di ogni collaborazione. La difficoltà a essere sinceri deriva da mancanza di fiducia negli altri, dalla paura che approfittino di noi e dal tentativo di prevalere su di loro, La sfiducia diventa facilmente permalosità, nuocendo così a se stessi e alla comunità intera. A se stessi perché l’essere permalosi rende difficile lo scambio e la comunicazione, e quindi impedisce di conoscere bene il pensiero altrui; alla comunità perché crea disagi e diffidenza nei rapporti reciproci.
Il nostro spirito comunitario esclude ogni volontà di offendere e, di conseguenza, elimina ogni motivo di offendersi. Nel nostre cammino comunitario, basato sulla fiducia reciproca, è indispensabile:

— parlare spontaneamente e senza mezzi termini
— dire francamente e affettuosamente a ciascuno ciò che si pensa di lui
— rendere esplicito ogni problema
— informare e tenersi infermati.

La fiducia è invito a non scoraggiarsi, non drammatizzare, non colpevolizzarsi, non «rinvangare» il passate; è invito a considerare ogni esperienza e utilizzare ogni difficoltà per costruire insieme un miglior presente.

50. Essere disponibili e lasciarsi aiutare

Per giungere a coinvolgersi realmente con gli altri, confrontarsi con loro, affrontare comunitariamente centrasti e problemi, cercare insieme di risolverli, rinunciare al proprio individualismo e saper eventualmente sacrificare se stesso, occorre una grande disponibilità verso gli altri e il desiderio di volerli aiutare secondo le loro esigenze (e non secondo i nostri criteri). Collaborare nella fiducia reciproca è:

— avere uguale disponibilità verse tutti
— guardare alle differenze come a valori complementari
— sentirsi intimamente alla pari al di la di ogni differenza
— cercare, pur nelle differenze, di avere con ciascuno i migliori rapporti possibili.

Sovente il nostro desiderio di aiutare gli altri è fragile, e si infrange alle prime difficoltà. L’autentica disponibilità richiede un cuore puro, un animo sincero, un atteggiamento libero da secondo fini. È necessario raggiungere una vera e profonda umiltà, capace di costruire con perseveranza e fiducia. Il primo passo (e il più difficile) è:

— imparare a lasciarsi aiutare.

«Quel che volete gli altri facciano a voi, voi fatelo a loro» (Lc. 6,31). Vale anche 1’inverso: quel che vogliamo fare agli altri, lasciamo che loro facciano a noi. Non possiamo aiutare correttamente nessuno, se non siamo capaci si accogliere l’aiuto che ci viene dato.

Norme e regole sono superflue
quando si vive ogni situazione
con il maggior amore possibile

  

APPENDICE ALLA CARTA DELLA COMUNITÀ
I consigli evangelici nella vita quotidiana


Il senso quotidiano dei tre voti

1. Una scelta di libertà

Il messaggio-testimonianza di Gesù Cristo è invito all’amore. La chiamata è uguale pei: tutti, mentre la risposta può esprimersi in molti modi, secondo le caratteristiche di ogni uomo: non esiste una via che possa essere considerata oggettivamente «la migliore», ma ciascuno è invitato a trovare la più adatta per lui. Una delle possibili vie, per tentare una risposta piena, è la professione dei «consigli evangelici» mediante i «tre voti». Nella tradizione ecclesiastica i voti hanno una loro particolare configurazione regolata da precise norme del diritto canonico. Ad evitare ogni rischio di confusione, vogliamo chiarire subito che le nostre considerazioni non si riferiscono a quell'aspetto dei voti che si può definite giuridico-ufficiale, ma cercano di tradurne il senso nella vita quotidiana.
Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, i voti religiosi non si propongono di porre limiti o costrizioni a chi li pronunzia. Esprimono invece la decisione di liberarsi dai condizionamenti per rendersi disponibili alle necessità del cammino di fede; manifestano l'intenzione di sciogliersi da ogni legame temporaneo e relativo per agganciare la propria vita all'assoluto; valorizzano gli aspetti positivi dell'esistenza.

2. La povertà

Il voto di povertà ha lo scopo di liberarsi dal possesso, dal denaro, dalla cupidigia. Di liberarsi cioè dall'io-freddo, distaccato, indifferente, insensibile, che guarda a se stesso rifiutando ogni coinvolgimento con gli altri. Di superare quell'atteggiamento passivo e difensivistico che comprime l’amore rendendo sterile e inutile la propria vita. «Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni» (Lc. 12,15).
Il possesso condiziona il presente, che viene subordinato al futuro e al passato. Al futuro nella ricerca di nuove conquiste, al passato nella difesa della proprietà privata (che priva cioè qualcuno della possibilità di usufruirne). Sono condizionamenti alienanti. Il possidente si vede continuamente sottrarre la sua realtà presente da un avvenire che non è mai conforme alle aspettative, e da un passato che è romanticamente ricordato e deformato secondo le frustrazioni in atto. Insaziabilità e rimpianto rifiutano il presente come momento comunque insoddisfacente. È una perenne fuga dalla realtà: in avanti verso la conquista, all'indietro ancorati a fantasiosi ricordi.
Povertà è vivere in pienezza, momento per momento, il reale presente che comprende contemporaneamente passato e futuro in una consapevolezza a-temporale. O, per dirla in altre parole, è vivere quel Regno di Dio che e già qui tra noi. «Beati voi poveri, perché vostro E: il Regno di Dio» (Lc. 6,20). Non si tratta di un auspicio proiettato verso il futuro, ma di una beatitudine che comincia al presente.
Il voto di povertà è una scelta di libertà da ogni tipo di possesso, cioè dalla mentalità legata al dare-avere. «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt. 10,8). L'atteggiamento è di semplicità, discrezione, riservatezza, non-ostentazione, senso della misura. Liberarsi dai possessi per condividere con i fratelli è la via.

3. L'Obbedienza

Il voto di obbedienza ha lo scopo di liberarsi dalla superbia, dalla presunzione, dalla vanità, dall'orgoglio; ma anche dall’autoritarismo, dal dogmatismo, dal predominio, dalla sudditanza, dalla spersonalizzazione, dall’arbitrio. Di liberarsi dal proprio io contraddittorio, complesso, incoerente: a volte aggressivo, a volte sottomesso.
Aggressività e sottomissione sono entrambe indice d'insicurezza, e spingono a ricercare predominio e protezione a un tempo. Portando all'estremo il tipo di rapporto esistente nella gerarchia militare, si può formulare l'esempio della stessa persona che riceve e impartisce ordini, che é contemporaneamente comandante e suddito. Ed E proprio questo tipo di struttura gerarchica a creare protezione e sicurezza. L'io contraddittorio tende a fuggire i problemi: la presa di coscienza impegna al discernimento, al dubbio, alla scelta, con tutti i rischi che ne derivano. Talvolta se ne resta spaventati, mentre l'inserimento in un ordine gerarchico facilita ogni cosa. Con il potere in mano comandare é facile. Non c'e bisogno di sforzarsi per capire che cosa va bene o male, di avete una visione globale delle cose, di tener conte delle esigenze altrui: basta applicare la legge del più forte (sempre a fin di bene, s'intende!). E sottostate al potere, salvo casi estremi, offre una comoda contropartita. Intanto, in una struttura gerarchica, subire l’autorità di qualcuno offre sempre in cambio uno spazio ove esercitare il proprio potere; ed inoltre, seguire una strada già tracciata è meno faticoso (non deve progettarla e costruirla da me), consente un coinvolgimento relativo (non resto impegnato con tutto me stesse e posso sempre sganciarmi), precostituisce alibi e giustificazioni (se sbaglio non è colpa mia). Proprio questa possibilità di tenere il piede in due scarpe fornisce la massima protezione psicologica.
La debolezza del proprio io contraddittorio spinge perciò verso l'aggressività o la sudditanza, e talvolta in successione alternata verso entrambe. Questo duplice atteggiamento favorisce il sentirsi dalla parte giusta, fine a trarne motivo di vanto e a voler difendere una posizione ritenuta privilegiata (trionfalismo e difensivismo). «Non chiamate nessuno Padre sulla terra, perché uno solo e il padre vostro, quello nel cielo» (Mt. 23,9) (e l'invito a non cercare protezione nella sudditanza), «e non fatevi chiamare maestri, perché uno solo e il vostro maestro, il Cristo» (Mt. 23,10) (è l’invito ad astenersi da qualsiasi forma di autoritarismo).
Il voto di obbedienza è una scelta di ascolto. L'etimologia stessa della parola (ob-audire = udire da) lo conferma. «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc. 11,28): tutte le scritture ripetono incessantemente l'invito all’ascolto. L'atteggiamento è di attenzione agli altri, accoglienza, vera umiltà (che è anche fierezza e mai servilismo). È scelta di non subire le circostanze, di non rassegnarsi alle consuetudini, di non affidarsi al caso, per orientare e gestire con senso di responsabilità la propria vita. È una scelta faticosa, perché mai consente di adagiarsi sul «più comodo» e sul «più facile». È un cammino che riparte immediatamente ogni volta che ha centrato un obiettivo o raggiunto un traguardo.
«A quanti cercano la verità dona la gioia di trovarla, e il desiderio di ricercarla ancora dopo averla trovata». Con questo orientamento si riesce a vivere con sempre maggior pienezza la propria realtà. L'ascolto è presa di coscienza e partecipazione consapevole alla verità.

4. La castità

Il voto di castità ha lo scopo di liberarsi dalla concupiscenza, dalla lussuria, dalla sregolatezza. In particolare, la castità è rinuncia all'uso scomposto della sessualità, è liberarsi dall'io-caldo che tende a cedere il dominio di sé alla propria passionalità, fino a rendersi schiavo dell’incoerenza. La passionalità crea molti ostacoli sul cammino quotidiano, rendendo difficile la fedeltà alle scelte fatte. È il difetto (peccato) più naturale dell'uomo, e per questo anche il più comprensibile.
Gesù è stato molto drastico verso i peccati dell'io-freddo, e assai più tollerante verso i peccati dell'io-caldo. Al contrario, invece, tutte le impostazioni moralistiche o autoritaristiche reprimono l’io-caldo (passionalità, sesso) e tollerano o favoriscono l'io-freddo (possesso). Il motivo è logico: l'io caldo è per sua natura anarchico e disordinato, cioè difficilmente controllabile, mentre l'io freddo è per sua natura gerarchico e ordinato, e quindi controllabile. L'insegnamento di Gesù ci ammonisce. Guai a utilizzare l'ordine come strumento di potere: per opprimere, per nascondere le contraddizioni, per mascherare l'ipocrisia e l'iniquità (cfr. Mt. 23,28), per far proseliti e renderli figli della perdizione (cfr. Mt. 23,15), per soffocare la vita, cioè non entrare nel Regno e impedire agli altri di entrare (cfr. Mt. 23;13). L’io freddo prospera nell'egocentrismo, nel distacco dagli altri, nel rifiuto della com-passione, e finisce per generare una tale aridità d'animo da eliminare ogni coinvolgimento di vita. Non a caso i «guai a voi» di Gesù sono sempre rivolti contro qualche forma di io freddo.
L’io caldo e fonte di molti difetti umani perché influisce negativamente sull'equilibrio, sulla coerenza, sulla fedeltà. E tuttavia difficilmente interrompe il coinvolgimento con gli altri, che è premessa indispensabile alla conversione e al ricupero. (In tutte le parabole il perdono e facile e quasi automatico quando c'è un coinvolgimento di vita). Gesù non promuove l'anarchia e il disordine, ma contesta ogni forma di repressione (fatta o subita, imposta o accettata) indicando la strada della presa di coscienza, pin difficile ma unica a offrire la possibilità di superare le contraddizioni e giungere all'autocontrollo. Nell’assolvere l'adultera le raccomanda di non peccare più; l'io caldo non deve essere represso, col rischio di soffocare i sentimenti, ma orientato secondo una scelta di vita coerente con lo sviluppo dell'amore, unico elemento capace di riscattare l'uomo. Molto è perdonato a chi ama molto (cfr. Lc. 7,47). (È interessante ricordare che le parole casto e castigo derivano dalla stessa radice. Castigare non ha nulla a che fare con punizione o vendetta, ma significa invece ripristinare uno stato di pulizia e di purezza).
Il voto di castità è scelta di fedeltà a un progetto globale di vita. Un progetto orientato verso il Padre, che richiede determinazione e costanza nel cammino quotidiano. «Chi persevererà fino alla fine sarà salvo» (Mt. 10,22). La castità è purezza in tutti i sensi: se vissuta pienamente congloba in sé anche povertà e obbedienza, giacché essere puri è automaticamente essere anche liberi da possessi e aperti all’ascolto. La castità sessuale può realizzarsi rinunciando una volta per tutte al sesso, ma anche valorizzandolo in senso positivo, imparando cioè a governare la propria sessualità per utilizzarla come mezzo d'incontro e di comunicazione, anziché con finalità edonistiche. In altre parole, è una scelta creativa che finalizza ogni mezzo, anche i piaceri della vita, alla costruzione in comune. L'atteggiamento è di equilibrio, autocontrollo, moderazione, lealtà, coraggio, franchezza, pulizia morale e mentale. Scegliere la fedeltà creativa significa coinvolgersi nella realtà senza fuggirne o svalutarne il peso, per sviluppare e realizzare in pienezza il proprio progetto di vita.
I «tre voti» sono tre aspetti caratteristici di un'unica scelta-decisione: liberarsi di sé per poter amare.

La scelta di disponibilità

5. Disponibilità creativa

La possibilità di assumersi precisi impegni in merito ai «consigli evangelici» è d'importanza primaria nella nostra visione cristiana-esistenziale. I tre voti, però, sono strutturati per un tipo di vita particolare, diversa da quella che ci proponiamo di testimoniare noi. Dobbiamo perciò ricercare nuove strade.
Per noi, lo spirito dei consigli evangelici si può esprimere globalmente con la parola disponibilità,
che indica apertura (agli altri, al futuro, al nuovo) anziché chiusura (difensivismo, pregiudizio, contrapposizione); che utilizza in modo dinamico i valori del presente per la costruzione futura: «credo Signore, ma tu aiuta la mia incredulità» (Mc. 9,24) anziché bloccare in un immobilismo che distrugge ogni valore: «ti ringrazio, o Dio, di essere quello che sono» (cfr. Lc. 18,11).
Lo spirito cristiano è disponibilità

— a liberarsi dai possessi (senza rimpianti). «Fate del bene e prestate senza sperare nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’altissimo» (Lc. 6,35).
— ad ascoltare (senza pregiudizi difensivistici). «Coloro che ascoltano e accolgono la parola prtano molto frutto» (Mc. 4,20).
— alla fedeltà creativa (costruire qualcosa ogni giorno). «Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto» (Lc. 16,10).

6. Disponibilità esplicita

Spesso, nell'intimo dell'uomo, vive latente l'impulso a dedicare la propria vita agli altri, e molti cristiani vivono spontaneamente, qualche volta in modo esemplare, i valori della disponibilità. Ma tutto ciò che resta implicito e sottinteso, seppure talvolta possa avere una sua importanza particolare, sovente non è un aiuto e uno stimolo alla coerenza. Anche i valori dei tre voti possono essere vissuti in atteggiamento implicito, e tuttavia l’importanza e l'efficacia di assumerli pubblicamente e fuori discussione. «Non c'e nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di nascosto che non debba essere manifestato» (Mt. 10,26). Tutta la nostra impostazione comunitaria è un invito a muoversi verso l'esplicito.
La disponibilità sostanzialmente non cambia con la scelta esplicita, tuttavia l'implicito spesso non è «deciso in piena coscienza», ma resta generico e latente. La scelta di disponibilità (come avviene per i tre voti tradizionali) richiede invece una decisione: quella di rinunciare una volta per tutte a «rivangare» nel passato. O, per dirla in altre parole, è un modo di metter mano all'aratro dichiarando pubblicamente di non volersi più voltare indietro (cfr. Lc. 9,62).

7. Disponibilità pubblica

Esprimere pubblicamente la propria disponibilità è importante per sé e per gli altri. È un modo per prendere coscienza delle proprie possibilità, per uscire da ogni nebuloso sottinteso, per riuscire finalmente a compiere quel salto di qualità che genera l'uomo nuovo. E, nei confronti degli altri, è una testimonianza, un invito a utilizzare la disponibilità offerta, uno stimolo a fare altrettanto.
La scelta esplicita di disponibilità può colmare uno spazio vuoto. Infatti soltanto nella vita religiosa  o ecclesiastica, in un contesto cioè che si distacca dalla «normalità» quotidiana, si usa consacrare pubblicamente la propria vita a Cristo. I cristiani laici non hanno (salvo casi particolarmente eccezionali) questa possibilità: non con il battesimo, che viene impartito loro da bambini; non con la cresima, che viene amministrata generalmente in età prematura; neppure col matrimonio, che ha acquisito un senso assai più sociale che sacramentale. Non essendogli proposte altre forme d'impegno, il cristiano laico, di fatto, non può esprimere solennemente davanti alla comunità  ecclesiale la propria specifica risposta alla chiamata del Padre: è costretto a conservarla nel segreto della propria coscienza. Si sente cosi talvolta invischiato e spersonalizzato nel mucchio amorfo e acefalo di coloro che seguono passivamente una spiritualità trovata per caso nel proprio ambiente di vita, anziché cercata e scelta volontariamente. Spesso, troppo spesso, non trova l'aiuto e l'incoraggiamento necessario per riuscire a essere concretamente «sale della terra» e «luce del mondo» (cfr. Mi. 5,13-14).

8. Disponibilità consacrata

Molti cristiani vivono la loro religiosità e la loro esistenza come due realtà distinte, difficilmente armonizzabili tra loro; e pensano che sia possibile consacrare la propria vita soltanto entrando in un istituto religioso, chiudendosi in un convento, prendendo i voti, facendosi prete. E invece possibile consacrarsi a Cristo continuando a fare una vita assolutamente normale. La pubblica scelta di disponibilità può dimostrare meglio questa possibilità e aprire strade nuove (nel senso di proporre nuovi modi di esprimere e di valorizzare quello stesso spirito cristiano presente da sempre nel popolo di Dio).

9. Disponibilità piena

Se i tre voti, cosi come vengono pubblicamente pronunziati in forma ufficiale nella Chiesa, hanno anche una loto veste giuridica ben configurata nel diritto canonico, la scelta di disponibilità invece non richiede alcun contesto giuridico perché non si basa su alcun «diritto». Con l'impegno assunto di fronte ai fratelli comunitari, che rappresentano la chiesa locale e domestica, pronunciare pubblicamente la propria scelta di disponibilità rappresenta soltanto un punto fermo di riferimento e di confronto per la propria coscienza.
La scelta di disponibilità non ha la pretesa di essere equiparata ai tre voti tradizionali. E una proposta diversa adatta a scelte di vita diverse. Rispetto ai tre voti presenta una possibilità più ampia: come punto di partenza è memo impegnativa, ma può essere altrettanto valida se viene vissuta nella sua pienezza. Per essere disponibili non c’e bisogno di possedere particolari attitudini, di saper esprimere grandi capacità, di aver raggiunto un certo livello di maturazione. Basta esserlo cosi come si è: la disponibilità sviluppa e valorizza al meglio le proprie possibilità, divenendo essa stessa strumento di crescita e di maturazione. Inoltre la disponibilità elimina ogni tentazione di isolarsi in se stessi col rischio d'inaridire i rapporti di condivisione con i fratelli, perché impone sempre di vivere con gli altri e per gli altri. In questo senso, pur essendo una strada diversa, esprime pienamente, come i tre voti, la scelta di liberarsi di sé per poter amare.

10. Disponibilità trasparnte

Impegnare pubblicamente la propria coerenza e credibilità è certamente un rischio, ma è anche un eccellente stimolo a compiere quel salto di qualità che indirizza verso la pienezza della vita cristiana.
La scelta di disponibilità è:

— rinuncia consapevole a tutti quegli ostacoli di comodo che condannano a un perenne immobilismo (specialmente a tutti quei «se», «ma», «però», «purtroppo», che impediscono di mettere in pratica le buone intenzioni)
— introduzione al servizio. Si può assumerla anche se l'atteggiamento verso gli altri è ancora contrastato e contraddittorio, ma viverla coerentemente significa conquistarsi ben presto un autentico spirito di servizio, e comportarsi di conseguenza
— ricerca di coerenza tra teoria e prassi, tra ciò che si dice e ciò che si fa, tra «idee» e «vissuto».

Si può esprimere la propria coerenza con una frazione, nella quale al numeratore viene pesto il «vissuto» (prassi) e al denominatore le «idee» (teoria). Quanto più il vissuto si avvicina alle idee, quanto più la frazione si avvicina all’unita, tanto più si è coerenti. In Gesù Cristo teoria e prassi erano equivalenti, e la sua frazione di coerenza era uguale a 1.

frazione di coerenza   =         vissuto (prassi)
                                            idee (teoria)

L’uomo nuovo nasce quando la propria realtà interiore e il proprio comportamento si ritlettono l'uno all’altro, e la disponibilità è indispensabile a rendere trasparente il proprio essere.

11. Disponibilità orientata

Per fare la scelta di disponibilità è necessario avere uno stato d’animo orientato alla benevolenza, e cioè:

— avere fiducia negli altri
— far credito alle loro intenzioni
— guardare innanzi tutte ai loro pregi
— mettersi nei loro panni
— cercare di capire i loro punti di vista.

Ciò non significa rinunciare a esprimere osservazioni e critiche, sempre utili per crescere e maturare, ma essere fermamente intenzionati a:

— adoperarsi con perseveranza per migliorare le relazioni interpersonali
— non guardare mai agli aspetti negativi indipendentemente da quelli positivi
— non criticare mai per offendere o stigmatizzare, ma per stimolare a migliorarsi
— non pretendere mai di dire agli altri che cosa è giusto per loro, ma aiutarli a trovare quanti più elementi possibili affinché possano far meglio le loro scelte
— aiutare a crescere senza costringere.

12. Disponibilità specifica

Lo specifico della scelta di disponibilità può assumere caratteristiche diverse per ciascuno, a seconda delle intenzioni particolari che si vogliono valorizzare. L’importante, per quanto riguarda il suo aspetto esplicito, è che si tratti, come per i tre voti, di scelte ben definite e verificabili di fronte alle singole circostanze della vita quotidiana. Noi proponiamo in particolare d'impegnarsi a:

— non chiudere mai di propria iniziativa rapporti o dialoghi (rispettando però) eventuali volontà diverse)
— dichiararsi e mostrarsi sempre pronti a riaprire in qualsiasi momento rapporti o dialoghi interrotti
— ascoltare, con atteggiamento attivo, chiunque desideri comunicare qualcosa (in particolare i più deboli e i più soli).

Con la piena consapevolezza che gli impegni presi, per restare vivi e validi, dovranno essere confermati, realizzati e verificati praticamente giorno dopo giorno nella vita quotidiana.
Compiendo pubblicamente questa scelta esplicita, la disponibilità esce dal generico per assumere contorni precisi.

13. Disponibilità aperta

Al di la di ogni aspetto specifico, la disponibilità non può essere compressa e contenuta in formule precostituite, ma resta soprattutto aperta ad ogni invenzione creativa capace di valorizzarla. Se é importante stabilire alcuni punti fermi sui quali potersi misurare, è ancor più importante sapere che la disponibilità consacrata é vita libera da schemi, strutture, gerarchie, regolamenti e leggi. È vita libera di offrirsi cosi come allo Spirito piaccia disporre.

14. Disponibilità libera

La scelta di disponibilità non è obbligatoria per appartenere alla Comunità del Mattino. Innanzi tutto perché la nostra vita comunitaria È anche un mezzo e un cammino per imparare a diventare disponibili; me poi perché vogliamo lasciare liberi i comunitari, se preferiscono, di seguire la strada della disponibilità implicita. A coloro che vogliono esprimere pubblicamente la loro scelta di disponibilità davanti alla Comunità del Mattino, sono invitati a concordare c seguire un cammino comunitario di preparazione e maturazione.

15. Disponibilità e speranza

Non sappiamo quanto valgano e quale sviluppo avranno queste proposte, maturate in noi insieme al desiderio di ricercare c realizzare un cristianesimo sempre più globale. Le offriamo alla comunità ecclesiale come seme da coltivare, e invitiamo tutte le piccole comunità locali a trovare modi e formule per promuovere, incoraggiare, ricevere, sostenere e custodire la scelta di disponibilità, preparando così la strada a coloro che desiderano rispondere pubblicamente al richiamo dello Spirito.

 

      REGOLAMENTO

 

Preghiera del mattino

Padre
ti offriamo la nostra giornata
manda il tuo Spirito
per far vivere Cristo in noi
Amen.

Le premesse

1. Programmi e intenzioni

Dopo aver sperimentato praticamente la convivenza per circa un anno, sentiamo la necessità di darci uno strumento pratico (regolamento) per poter facilitare e verificare meglio il nostro cammino. Consapevoli, anche per esperienza vissuta, delle difficoltà di mettere in pratica le «buone intenzioni», ci proponiamo di realizzare i nostri progetti per tappe successive, scegliendo tempi lunghi ma controllati. Il nostro primo obiettivo è quello di riuscire a creare un ambiente di vita ove la condivisione nella gioia diventi un'abitudine, in modo da favorire e far crescere in ciascuno la capacità e la voglia di proiettarsi sempre più verso la pienezza della vita cristiana.

Il nostro programma è di realizzare e consolidare questo obiettivo, controllandolo con delle scadenze precise. Ad esempio, dedicando un anno in particolare all'assimilazione mentale e pratica dello spirito comunitario, e al consolidamento dell'impegno e della determinazione di ciascuno. Un altro anno allo sviluppo delle motivazioni che sono alla base della nostra scelta, in modo dà giungere attraverso di esse a un comportamento comunitario spontaneo e naturale. E così via, augurandoci che i risultati sappiano suggerirci sempre nuove creatività rivolte alla costruzione del futuro.

Nel nostro programma c'è anche la disponibilità a mutarlo se nuovi fatti lo consiglieranno.

2. Responsabilità comune

La nostra comunità non si basa su alcun principio di autorità: ciascuno risponde a se stesso e alla propria coscienza. Quando sono necessari interventi comunitari per correggere mancanze e difetti, il nostro proponimento è di ricercare e di riconoscere insieme ciò che è positivo e negativo, senza attribuire a nessuno il diritto di giudicare. Ogni intervento della Comunità in relazione a quanto previsto dal Regolamento deve perciò essere considerato strumentale, mentre nessuno è autorizzato a ritenerlo «giusto» o «ingiusto».

La struttura della nostra comunità è, in tal senso, volutamente precaria. Si regge sulla volontà e la scelta di costruire insieme, e non sulla coercizione. Questo, lungi dal favorire uno scarico di coscienza, ci impegna invece a una responsabilità ben più profonda. Ciascuno di noi infatti, libero nel segreto della propria coscienza di stabilire autonomamente quali impegni può e vuole assumersi, tenendo conto che i talenti sono dati «a ciascuno secondo le proprie capacità» (Mt. 25,15) e «quanto più uno ha ricevuto, tanto più gli sarà chiesto» (Lc. 12,48), sceglie consapevolmente un'impostazione che ci rende tutti, in qualche modo, contemporaneamente pastori e pecorelle dello stesso gregge. E tutti siamo ben consapevoli che «verrà imputato al pastore (ciascuno di noi) tutto il minor utile che avrà ricavato dalle sue pecorelle (ciascun altro di noi)» e «sarà scusato unicamente se a vantaggio del gregge inquieto e riottoso avrà impiegato ogni diligenza e della loro malsana condotta avrà tentato ogni cura» (dalla Regola di San Benedetto-cap. 2).

3. Primato della coscienza

Non sappiamo se un'impostazione comunitaria di questo tipo (senza autorità istituzionalizzata e con assunzione comune di tutte le responsabilità) avrà un futuro. Del resto oggi assistiamo a molti casi nei quali, di fatto, l'autorità esiste solo sulla carta. Al principio di un'autorità esteriore, noi preferiamo quindi «istituzionalizzare» realisticamente il principio interiore della nostra coscienza. E rispetto a talune altre regole dove, in pratica, vale l'obbedienza « assoluta» (con assunzione totale di responsabilità morale da parte del superiore, e conseguente scarico di coscienza da parte dell'inferiore) noi ci sentiamo più vicini al tipo di obbedienza proposta da San Francesco, che valorizza le coscienze personali là dove dice: « se un ministro avrà comandato a un frate qualcosa contro la nostra vita o contro la sua anima, il frate non sia tenuto a obbedirgli; poiché non è obbedienza quella in cui si commette delitto o peccato » (dalla prima Regola di San Francesco-cap. 5).

Siamo tuttavia ben consapevoli del rischio di cadere nella superficialità e nell'arbitrio, perciò, proponendoci di render vivo nella nostra coscienza ogni elemento della nostra vita di fede, ci sentiamo impegnati ad ascoltare e ad approfondire con la massima attenzione tutto ciò che viene proposto:

— dai Vangeli e dalle Scritture
— dalla Tradizione ecclesiale
— dal Magistero e dal Papa

ed inoltre ad ascoltare attentamente, valorizzare e favorire tutto ciò che la Comunità esprime, in mo­do da maturare comunitariamente le nostre scelte di vita. Ma ci dichiariamo fedeli al fondamentale principio cristiano del primato della coscienza. Da un'obbedienza intesa prima di tutto come ascolto attivo e presa di coscienza, e poi come coerenza e fedeltà alle scelte comuni, scaturisce questa norma generale di comportamento:

— nessuno resti mai solo con la propria coscienza quando deve prendere decisioni importanti, ma con molta disponibilità e attenzione si consulti con chi gli ispira fiducia.

Vogliamo fare nostra questa norma di carattere generale: quando in due o tre coinvolgiamo le nostre coscienze in nome di Cristo, egli è insieme a noi (cfr. Mt. 18,20).

4. Presente e futuro della nostra realtà comunitaria

Il cristianesimo, nella sua maturità, è essenzialmente povertà e servizio. Si può giungere a questa maturità attraverso strade diverse. Noi pensiamo sia importante costruire un ambiente di vita che, quasi come tappa intermedia per facilitare il cammino, serva da supporto e stimolo verso un cristianesimo maturo. Per il momento, il nostro proponimento è tutto qui.

La Carta della Comunità delinea una vita ideale verso la quale ci proponiamo di camminare, ma che oggi, indubbiamente, è lontana da noi. Vogliamo che il Regolamento, al contrario, sia adeguato alla nostra realtà odierna. Anche se siamo ancora in fase di consolidamento, pensiamo attualmente di poterci definire:

una comunità cristiana che

— sperimenta la condivisione
— ricerca la consapevolezza
— stimola al coinvolgimento

per aiutare tutti coloro che partecipano, direttamente o indirettamente, alla vita comunitaria a:

— vivere nel proprio animo
— confrontare con gli altri
— portare nel mondo

lo spirito cristiano.

Il Regolamento è un mezzo per consolidare la realtà presente e proiettarla verso il futuro. Serve a:

— modellare il nostro individualismo in funzione comunitaria
— formulare indicazioni pratiche atte a favorire la vita in comune
— trasformarci gradatamente da un'impostazione ancora legata al dare-avere a una disponibilità fondata sul gratuito.

Tutto questo allo scopo di rigenerarci e costruirci in una «vita nuova».

5. Un cammino di libertà

Il regolamento è studiato ed elaborato tenendo presente la necessità di inserire lo spirito comunitario nei concreti eventi di condivisione quotidiana, in modo da favorire un'impostazione di vita attenta a valorizzare e a non soffocare le persone, secondo un ragionevole equilibrio tra momenti in comune e spazi a disposizione di ciascuno per necessità personali, coniugali, familiari. Per restare vivo e aderente alla realtà, e conforme a tutta la nostra impostazione comunitaria, il regolamento dovrà essere frequentemente riesaminato, esplicitamente confermato nelle sue parti valide, e modificato dove nuove esigenze lo richiedono.

Le regole aiutano a percorrere un cammino di liberazione. Quando sono scelte volontariamente ci si accorge che non comprimono affatto la propria creatività ma, al contrario, riducono spazio all'incoerenza e all'arbitrio. Per nostra natura dobbiamo obbligatoriamente sottostare a condizionamenti e limiti: siamo liberi quando possiamo sceglierli secondo i nostri desideri, non siamo liberi quando ci vengono imposti dall'esterno. Per paradosso, si può dire che libertà è scegliersi la schiavitù preferita. Essere liberi significa poter agire secondo la propria volontà, la quale resta tuttavia pur sempre condizionata in qualche modo, se non altro dalle proprie scelte pre­cedenti. Ogni scelta crea infatti nuovi limiti: chi sceglie la comunità non è più libero di non essere comunitario.

Le regole devono essere precise e rigorose nella formulazione, ma flessibili nella pratica applicazione, tenendo conto del loro significato e dello scopo che si prefiggono, e rifuggendo da ogni formalismo. Cristo ci ha insegnato che le regole sono fatte per l'uomo e non l'uomo per le regole (cfr. Me. 2.27). Il Regolamento è strumento di libertà e non una prigione.

6. Struttura del regolamento Il Regolamento:

— prescrive gli obblighi comunitari
— chiarisce gli impegni personali conseguenti alla scelta comunitaria
— formula raccomandazioni
— propone alcuni metodi per rendere armoniosa e serena la vita comunitaria.

La Comunità pone come obbligatori quegli incontri e quei comportamenti che incidono direttamente sulla vita comunitaria nel suo insieme. Gli obblighi non sono altro che le scelte comuni maturate insieme attraverso l'esperienza vissuta. Non rispettare gli obblighi è mancanza grave verso la Comunità intera e verso ciascuno dei suoi componenti.

Il Regolamento indica come impegni personali quegli atteggiamenti e comportamenti che incidono indirettamente, ma in modo sensibile, sui rapporti comunitari. Gli impegni personali sono gestiti da ciascuno secondo coscienza. È auspicabile che ogni comunitario senta importante verificare, con frequente periodicità, la sua coerenza agli impegni, confrontandosi con le impressioni e le opinioni altrui.

Non rispettare gli impegni personali indicati nel presente Regolamento è comunque scorretto, sia nei confronti della Comunità intera, sia nei confronti di ciascuno dei suoi componenti. Le raccomandazioni si propongono di aiutare lo sviluppo dello spirito cristiano e comunitario. La Co­munità si augura che vengano sempre considerate con la massima attenzione.

Non attenersi alle raccomandazioni senza validi motivi è indice, come minimo, di scarso spirito comuitario.

Metodi e impostazioni sono necessari per favorire concretamente la crescita dello spirito cristiano e comunitario. Suggerire stati d'animo positivi e comportamenti costruttivi sarebbe vano senza proporre strumenti pratici per realizzarli. Il grado di utilizzazione degli strumenti proposti indica il reale desiderio di costruire la Comunità.

L'altra faccia del Padre Nostro

Padre
noi che siamo in terra
v
ogliamo collaborare con te
a costruire il tuo Regno
perché la tua e la nostra volontà
sono una cosa sola

Le norme

7. Obblighi di comportamento comunitario

I membri della comunità sono tenuti a partecipare (salvo quando si trovano fuori casa per validi motivi) ai seguenti incontri:

— preghiera comunitaria del mattino
— preghiera comunitaria della sera
— celebrazione liturgica comunitaria settimanale
— assemblea comunitaria ordinaria
— eventuali assemblee comunitarie straordinarie.

La tabella degli orari e le comunicazioni straordinarie saranno affisse in bacheca. Gli orari sono da considerarsi tassativi (salvo casi straordinari comunicati personalmente a tutti). Anche quando vi siano valide giustificazioni per astenersi dal partecipare a qualcuno degli incontri obbligatori, è comunque considerato scorretto non comunicarne i motivi in forma esplicita (e se possibile preventiva). Inoltre, è scortesia arrivare in ritardo.

8. Impegni personali

Con la scelta comunitaria ciascuno è impegnato, in modo proporzionato alle sue possibilità, a costruire attivamente la comunità. Oltre a tutte le iniziative personali o concordate che riterrà opportuno prendere, ogni comunitario è comunque impegnato a:

— conoscere bene sia la Carta della Comunità che il Regolamento
— leggere quotidianamente quanto affisso nella bacheca
— consultare frequentemente la documentazione comunitaria per ricordarsene, ricordarla agli altri, e mantenerla sempre viva al presente
— partecipare agli incontri con interesse e atteggiamento attivo
— prepararsi ed esercitarsi a condurre incontri e preghiere
— svolgere con serietà e con cura le proprie mansioni
— informarsi attentamente su tutto ciò che riguarda i propri incarichi
— informare gli altri su tutto ciò che può essere interessante.

Inoltre, chiunque avvertisse il manifestarsi nel suo animo di sensi di colpa o frustrazioni (per qualsiasi causa) è impegnato a comunicarlo appena possibile a qualcuno dei comunitari, consigliandosi sul da farsi. Trattenere dentro di sé simili stati d'animo è scorretto e indice di scarso spirito comunitario. Ogni comunitario è comunque impegnato a porre la massima attenzione agli altri, e soprattutto a coloro che mostrano di trovarsi in qualche difficoltà; e ci si augura che abbia sempre voglia di accorrere in loro aiuto.

9. Raccomandazioni

Si raccomanda, per una sana vita spirituale e psichica, una partecipazione regolare e frequente al sa­cramento della riconciliazione; curando in particolare, quando è il caso, la riconciliazione di coppia.

Si consiglia a ciascuno di scegliersi e assumersi un impegno di confronto periodico del proprio cammi­no spirituale personale (che può essere compiuto insieme al sacramento della riconciliazione o in altri modi).

Si raccomanda anche di partecipare il più frequentemente possibile all'eucarestia domenicale in par­rocchia, sottolineando l'importanza di tenere un contegno corretto, simpatico e coinvolto con tutte le persone con le quali si viene a contatto.

Ogni comunitario ricordi sempre che, con la sua scelta, si è impegnato a dare una testimonianza cri­stiana, e ricordi che il suo comportamento impegna sempre in qualche modo la comunità intera.

«E si guardino i comunitari di mostrarsi tristi all'esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente allegri». (dalla prima Regola di San Francesco-cap. 7).

Ciascuno curi ogni cosa come se fosse propria e si preoccupi di conservare sempre tutto efficiente, pulito, ordinato. E sia parsimonioso nell'usare i beni comuni come luce, gas, acqua, telefono, cibo, bevande, mezzi di trasporto.

Tra gli scopi della comunità c'è anche quello di incidere positivamente sui singoli rapporti coniugali, intervenendo a sdrammatizzare le tensioni tipiche tra i coniugi (specialmente se giovani e focosi). Se ne ricordino e ne facciano buon uso i coniugi comunitari. Sappiano utilizzare la comunità a tal fine, e non facciano invece che, al contrario, i dissapori coniugali incidano negativamente sulla comunità intera.

Ci si augura che tutti abbiano sempre voglia di confrontarsi con le opinioni altrui e di ascoltare con gratitudine osservazioni e critiche, traendone spunti di crescita e di miglioramento.

Si sottolinea l'importanza di leggere e ascoltare con la massima attenzione tutte le elaborazioni di argomenti spirituali che vengono proposte in comunità, e di apportare il proprio commento.

Si consiglia di scegliersi e curare dei propri spazi di silenzio volontario, indispensabile per ascoltare il messaggio di Cristo e favorire la propria consapevolezza. La nostra Cappella è lieta di essere utilizzata anche in questo modo.

A ciascuno secondo le sue capacità .

Padre
quando nella nostra preghiera ti diciamo
che la tua e la nostra volontà
sono una cosa sola
sappiamo di esagerare.

Non perché le nostre possibilità
sono nulla di fronte alle tue
ma perché tu sai lavorare a tempo pieno
per costruire il Regno
e noi non ne siamo ancora capaci.

Vogliamo però, questo sì, lo vogliamo
che la nostra volontà diventi
una cosa sola con la tua.
Sappiamo che è possibile:
basta che anche noi
ci mettiamo a lavorare a tempo pieno
insieme a te.

Non importa nulla
se le nostre capacità
sono tante o poche.
Se ciascuno di noi
impegnerà tutto se stesso
come fai tu
allora, finalmente, la tua e la nostra volontà
saranno una cosa sola.

Questo tu ci chiedi, questo tu vuoi da noi
lo sappiamo sai, abbiamo capito
che nella tua genialità
ci chiedi di fare né più né meno
di quanto possiamo fare!

I metodi

10. Rendere esplicito il positivo e il negativo

«Non c'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manife­stato» (Mt. 10,26); «sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt. 5,37). Sincerità e chiarezza sono alla base della fiducia reciproca:

— l'assenso esplicito a ciò che si ritiene positivo è stimolo a un arricchimento che crea nuovi fer­menti
— coltivare il dissenso nel proprio animo o, peggio, mormorare «sottobanco» è da uomo vecchio.

La fedeltà comunitaria, ovverosia la coerenza alle scelte fatte, si esprime e si dimostra rendendo subito espliciti i propri pensieri e le proprie considerazioni, sia rispetto ad atteggiamenti o comportamenti altrui, sia su eventuali propri cambiamenti di opinione sul contenuto della Carta e del Regolamento. Secondo lo spirito che ci anima, ciascuno resta libero di cambiare in qualsiasi momento le sue scelte, e di svincolarsi quindi dagli obblighi assunti. Ma ciò sarà lecito e corretto soltanto dopo averne dato comunicazione esplicita alla comunità riunita. (Le conseguenze naturalmente dovranno essere valutate e affrontate collettivamente). Senza comunicazione esplicita s'intende che Carta e Regolamento, con tutto ciò che contengono, non sono messi in discussione.

La comunità intera e tutti i suoi componenti sono moralmente impegnati a facilitare una diversa si­stemazione di vita per coloro che decidessero di sciogliersi dagli impegni comunitari. Chiunque de­cida di uscire dalla comunità è comunque vincolato al Regolamento finché alloggerà negli ambienti comunitari (salvo dispense particolari concordate comunitariamente) .

11. Il sole non tramonti sulla tua ira (cfr. Ef. 4,26)

La scelta comunitaria impegna a rendere limpido ed esplicito il proprio stato d'animo, sia nei confronti di ogni comunitario, sia nei confronti di se stessi. I comunitari sono invitati a farlo ogni sera, durante la preghiera collettiva, per liberarsi dalle ombre nascoste e potersi coricare con animo sereno. Questo tipo di comunicazione, non verbale, sarà effettuato nel modo seguente:

— nella Cappella è posto un cestino pieno di sassi. Durante uno spazio di silenzio appositamente stabilito, il comunitario che avrà da rimproverare qualcosa a se stesso prenderà un sasso e lo poserà sul pavimento davanti ai suoi piedi (e se vorrà potrà esporne i motivi in spirito di preghiera). Chi invece deve comunicare un'osservazione critica o un proprio stato d'animo negativo nei confronti di qualcun altro, prenderà un sasso dal cestino e lo consegnerà alla persona interessata (oppure glielo poserà sul pavimento davanti ai piedi). La dimensione dal sasso può indicare l'importanza della comunicazione.

Si raccomanda di evitare chiarimenti sul momento, ma di rinviarli a un secondo tempo (in privato, di fronte ad altri o alla comunità intera, secondo il desiderio degli interessati). Chi riceve il sasso è invitato a formulare al più presto (ma comunque dopo la fine della preghiera in corso) il programma per giungere al chiarimento. Reticenze o rinvii ingiustificati sono considerati scorretti. Evitare di rendere esplicita e mascherare nel proprio animo qualsiasi istanza negativa nei confronti altrui è indice di grave mancanza di spirito comunitario, e toglie ogni «diritto» a lamentarsi (sia con altri che fra sé e sé),

12. Il sole sorga sulla tua disponibilità

Così come è importante rendere esplicite le ombre, è altrettanto importante comunicare la propria disponibilità. Se coloro che si sentono in un particolare momento di grazia rendono esplicita, nelle parole e nei fatti, la loro intenzione di proporsi come forza traente, sarà più facile per gli altri non rassegnarsi a subire passivamente i momenti difficili. Chi si sente d'impegnarsi a trascorrere una giornata:
— particolarmente attenta e disponibile verso gli altri
— con uno stato d'animo volto a trasmettere serenità, speranza, fiducia
— tenendo un comportamento stimolante e capace di aiutare chi sta vivendo momenti difficili

è invitato a comunicarlo esplicitamente all'inizio della giornata.

Accanto alla bacheca è disposto un apposito spazio sul quale, chi vuole comunicare la sua disponibilità, può scrivere il proprio nome. Ogni sera i nomi saranno cancellati.

I comunitari sono invitati sia a non assumersi affrettatamente e con superficialità l'impegno di proporsi come forza traente del giorno, sia a non averne timore. Da un lato non c'è niente di male ad astenersene, mentre è spiacevole cadere nell'incoerenza; dall'altro lato sarebbe ancor peggio chiu­dersi in qualche forma d'immobilismo per paura di sbagliare. Perciò, chi non si sente non si colpevolizzi, e sia lieto se altri si assumono questo compito per il bene di tutti; ma chi ne sente lo stimolo e l'importanza abbia anche il coraggio di esporsi. Non prendere iniziative soltanto per evitare rischi significa essere già in difetto.

13. Incarichi e deleghe

La comunità distribuisce incarichi e mansioni a ciascuno secondo le sue possibilità, quindi delega ogni comunitario a rappresentarla in determinati momenti, circostanze, azioni. Ciascuno, cosciente­mente responsabile di rappresentare nelle sue azioni la comunità, s'impegna a compiere interamente gli incarichi ricevuti. Qualora non possa farlo (per qualsiasi motivo) è tenuto a comunicarlo immediatamente in modo chiaro ed esplicito. Inoltre, quando si ha bisogno di aiuto, .si è tenuti a chiederlo sempre esplicitamente. Non chiedere aiuto per orgoglio, quando è necessario, è mancanza di spirito comunitario.

Sappiamo poi, per esperienza vissuta, che è sempre negativa ogni forma di delega implicita o sottintesa (che talvolta si esprime di fatto senza neppure rendersene conto). Si raccomanda perciò, sia nei casi importanti come in quelli banali, di esprimersi sempre in modo esplicito, senza timore e senza remore. Diciamo no alle deleghe implicite.

14. Momenti di vita quotidiana e settimanale

Tutti i comunitari sono impegnati a lavorare a tempo pieno per la comunità (a parte spazi e momenti per le necessità personali). La giornata comunitaria comincia con la preghiera del mattino. Ciascuno è libero di svegliarsi e alzarsi quando crede, ma per l'ora della preghiera tutti sono tenuti ad aver ter­minato le proprie cure personali. Si ritiene conveniente e opportuno consumare quotidianamente un pasto in comune, e per l'altro pasto lasciare libero ciascuno di provvedere per sé (e per i propri figli). All'ora fissata per il pasto comune ci si augura che gli incaricati alla preparazione sappiano essere sempre ragionevolmente puntuali, e si ricorda ai commensali che il pranzo è anche un importante momento di condivisione comunitaria. Per questo motivo, pur se non viene imposta, è gradita la puntualità. Durante il pasto, quando tutti sono presenti, viene pronunciata in comune una breve preghiera di ringraziamento. Dopo la preghiera della sera, quando non sono programmati altri impegni comunitari, ciascuno è libero di fare ciò che vuole. Si raccomanda di coricarsi per tempo, tenendo presente che la propria efficienza è elemento d'interesse comunitario. In una comunità come la nostra, che si basa fondamentalmente sulla condivisione e, d'altra parte, è formata da persone che hanno impegni di vita e di lavoro anche molto diversi fra loro, si ritiene fon­damentale, compatibilmente con le possibilità di ciascuno, stabilire nell'equilibrio della settimana una giornata comunitaria (presumibilmente il sabato) e una libera da impegni comunitari (presumibilmente la domenica).

Alla giornata comunitaria tutti sono tenuti a partecipare alla pari (si precisa che tutti i lavori ordinari di casa, sia comuni che personali, devono, di norma, essere eseguiti nei cinque feriali). I lavori della giornata comunitaria (custodia bambini, preparazione pranzo e pulizia cucina, lavori in giardino, lavori straordinari in casa, accoglienza e intrattenimento degli ospiti) sono tutti d'interesse comune, e saranno ripartiti equamente tenendo presente sia l'opportunità d'alternarsi in ogni tipo di lavoro, sia l'importanza di lavorare insieme. È interesse della comunità, che si propone di essere sempre aperta all'esterno, invitare e coinvolgere nella giornata comunitaria amici e conoscenti. Per va­lorizzare questi contatti sarà opportuno, durante la giornata, programmare anche un incontro di conversazione, aperto a tutti, come momento di particolare comunicazione tra la comunità e gli ospiti. La giornata libera da impegni comunitari consentirà di trovare un adeguato spazio per le necessità personali, coniugali, familiari.

15. Prepararsi ed essere parte attiva

Per costruire la comunità è necessario farsi parte attiva. Ciascun membro della comunità è perciò in­vitato, compatibilmente con le proprie capacità personali, a ricercare e proporre iniziative e metodi costruttivi. Chi sente scarse le proprie capacità creative è invitato a coinvolgersi e sostenere attivamente le iniziative altrui: è la strada migliore per far maturare la propria creatività.

Di fronte a proposte altrui che non si condividono, in tutto o in parte, l'atteggiamento corretto è preoccuparsi di scoprirne il senso e intervenire attivamente suggerendo quelle alternative che si ritengono più valide: coinvolgersi e proporre, oppure seguire attivamente le iniziative altrui. Ogni atteggiamento di rifiuto passivo è frustrante e rallenta la costruzione della comunità.

Si raccomanda a ciascuno di curare attentamente la preparazione relativa a ogni incarico e a ogni impegno assunto, in particolare per quanto riguarda incontri e accoglienza agli ospiti. Mentre vogliamo favorire e coltivare spontaneità e inventiva, qualità magnifiche e creative, vogliamo però dire un deciso no all'improvvisazione, allo spontaneismo, alle soluzioni dell'ultima ora.

16. Il garante della comunità

Allo scopo di tener vivo in ciascuno lo spirito degli impegni assunti attraverso la Carta e il Regolamento, viene istituita la figura del garante. Egli non ha alcun potere né alcuna attribuzione di tipo paternalistico. La sua mansione è di garantire a ciascun comunitario il ricordo dei propri impegni e la verifica della propria coerenza.

Il garante non giudica, quindi i suoi interventi soprattutto quelli che possono suonare come rilievi negativi, devono sempre essere intesi come invito a considerare, nella propria coscienza, quale sia il loro grado di validità. In nessun caso quindi può esservi motivo di dolersi dei rilievi del garante: se sono fondati saranno comunque positivi; e se non sono fondati, il constatarlo sarà motivo di gioia piuttosto che di rammarico.

Il garante è tenuto ad avvertire chiaramente quando intende fare comunicazioni nella sua veste (di garante), e si farà cura d'intervenire sempre con tatto, sensibilità, cortesia e benevolenza. Nell'assemblea ordinaria la comunità riunita esprimerà eventuali critiche nei suoi confronti.

Il garante riceve l'incarico dall'assemblea comunitaria, che in qualsiasi momento può revocarglielo. Ogni anno dovrà essere o sostituito o confermato esplicitamente per l'anno successivo. La figura del garante serve di stimolo per la crescita personale e comunitaria, e non deve mai essere utilizzata come scarico di coscienza (posso disinteressarmi di certi problemi, tanto ci pensa il garante). Ci si augura che tutti provino un costante desiderio di «garantire» la coerenza comunitaria. Tanto più lo «spirito di garante» sarà presente in ciascuno, tanto meno il garante della comunità dovrà esercitare le proprie mansioni. Tanto più cresce e matura lo spirito comunitario, tanto meno è necessaria la figura del garante. Un garante «inutile» sarebbe la miglior dimostrazione che la comunità è matura.

17. Correzione e riconciliazione fraterna

Il miglior modo di aiutare gli altri, stimolarli a crescere e correggerli nei loro errori, è preoccuparsi di elogiarli (senza esagerare) nei loro aspetti positivi, piuttosto che rimproverarli in quelli negativi. Chi crede di ravvisare in altri errori e mancanze è tenuto a parlarne privatamente e con benevolenza all'interessato (cfr. Mt. 18,;15s.). Costui è invitato ad ascoltare con gratitudine le osservazioni, anche se non le ritiene appropriate: da un confronto se­reno e amorevole non può venirne che un bene. Se i due si troveranno d'accordo sulle conclusioni, tutto si esaurirà in quel colloquio. Se invece chi propone l'osservazione ritiene che la mancanza persista, si consulti con il garante per ricercare insieme a lui qualche soluzione soddisfacente. Se poi non vi riusciranno, potranno di comune accordo portare il caso davanti all'assemblea, non per proporre rimproveri, ma per consentire una valutazione comunitaria. Chi sbaglia non si trattenga dal riconoscere apertamente (e in fretta) il proprio errore, e sia conscio che questa è la strada per riscattare ciò che è negativo.

La comunità ritiene anacronistico proporre sanzioni tuttavia sottolinea l'importanza di compiere, quando sia il caso, gesti o atti espliciti di riconciliazione fraterna. Raccomanda perciò a chi sbaglia di non trattenersi da simili gesti, e invita chi non è troppo convinto di essersi sbagliato a considerare che, comunque, non saranno gesti di questo tipo a diminuire la sua dignità. Ciascuno troverà il suo modo di esprimersi secondo la sua fantasia. Come esempi si può suggerire di svolgere un lavoro di competenza altrui, oppure di rendersi disponibile per un momento particolare di ascolto della persona che ha subito offesa o scortesia.

In accordo con la caratteristica particolarmente esplicita dei nostri rapporti, è sempre positivo e se­reno un riconoscimento pubblico delle proprie ombre.

Quando abbiamo fatto ciò che dobbiamo restiamo servi inutili.

Padre
tu conosci
il nostro lavoro di oggi.
Se lo abbiamo fatto male
perdonaci
se lo abbiamo fatto bene
aiutaci a farlo meglio domani

Oltre le regole

18. Consapevolezza e gratitudine

Sappiamo di essere comunque molto fortunati. Per capirlo non c'è bisogno di guardare alle grandi tragedie che infieriscono quotidianamente sugli uomini di tutto il mondo. Basta guardarci attorno: nulla di tutte le piccole (e grandi) cose che formano la nostra realtà di vita ci è dovuto. Esserne consapevoli equivale a guardare ogni cosa da un punto di vista nuovo, nel quale emergono sempre gli aspetti migliori, positivi, trasformanti. Ed allora appare chiaro che non tanto è importante ciò che si fa, quanto come lo si fa. Lavare bene i piatti può essere altrettanto soddisfacente che andare al cinema, o fare una passeggiata, o mangiare un'aragosta; e sostituirsi a qualcuno in un lavoro faticoso diventa motivo di gioia e d'allegria. Il nostro cammino ci conduce verso questa consapevo­lezza. Se apriamo bene gli occhi, non è difficile a- mare la nostra realtà e spalancare il nostro animo a un sentimento di gratitudine permanente. Quando ciò accade, ogni regola diventa superflua.

Preghiera della sera.

Padre
ti ringraziamo di questa giornata
nelle tue mani
affidiamo il nostro spirito.
Amen

   
 
 



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