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copertina Un po' meno della veritÓ <br>(l'antivangelo nel vangelo)<br><i>con un contributo di Carlo Molari  

Un po' meno della veritÓ
(l'antivangelo nel vangelo)
con un contributo di Carlo Molari

 
Borla ed. pagg. 160, 10,33 - 2001

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Oggi più che mai i cristiani si trovano a dover fare i conti con le abbondanti contraddizioni presenti nel bagaglio di fede, a cominciare dai vangeli e dalla liturgia. Questo libro si propone di far riflettere su talune mortificanti immagini divine non più accettabili dalla sensibilità odierna, impegnata com'è nella ricerca di una giustizia non emarginante, e di una verità capace di non giudicare.

«Queste pagine di esperienze di fede interessano anche al teologo, sia per il richiamo al metodo della prassi, che implicitamente viene proposto, sia per le riflessioni esposte in merito alle difficoltà incontrate... I problemi che Thellung affronta sono molto diffusi tra i credenti» dice Carlo Molari nella presentazione, aggiungendo: «Il libro costituisce perciò un taccuino di marcia per giungere al traguardo di una fede adulta». Un libro scomodo, che costringe a uscire dagli schemi tradizionali per guardare al futuro.

 
   
   

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JESUS marzo 2002
Alla scoperta di un po' di verità
di Vittoria Prisciandaro

Ci sono domande scomode che a volte si preferisce ignorare. Vanno a mettere scompiglio in quella visione generale del mondo e della fede che ormai ci siamo costruiti. Quale rapporto ha la mia fede con la giustizia e cosa significa in concreto il concetto di fraternità universale? Da questi due interrogativi di fondo prende le mosse l'ultimo volume di Antonio Thellung. Il fondatore della Comunità del Mattino dà voce e sviluppa le intuizioni che fanno capolino nella mente di tanti, ma che poi vengono lasciate lì, ad approfondimenti che mai arriveranno.
«Cosa significa essere cristiani? Temo di non saperlo se non confusamente. Nei confronti di molte persone che pure si definiscono cristiane mi scopro assai lontano, con altre che negano di esserlo mi sento sostanzialmente affine. Come mai questa contraddizione?» si chiede Thellung nelle prime pagine del libro. Su questo tono continua a sviluppare gli interrogativi che nascono intorno ai temi della giustizia e della fraternità. Fino a spostare nell'ultima parte il discorso sulla verità. È possibile credere fino in fondo alla rivelazione di Cristo e allo stesso tempo sentirsi completamente alla pari con chi è seguace di altre religioni o sceglie altri punti di riferimento? L'autore porta il suo contributo a un dibattito ampio che nella postafazione si confronta con la parola del teologo Carlo Molari.

 

Intervista rilasciata a ADISTA
n. 81 del 26/11/2001

Un po' meno della verità
l'antivangelo nel vangelo
una provocazione di Antonio Thellung

"Settant'anni, felicemente sposato da quarantotto, è uno dei fondatori della Comunità del Mattino, un piccolo insieme di famiglie che da oltre vent'anni vivono e pregano sotto lo stesso tetto. Accanto, uniti da un unico giardino, le abitazioni dei tre figli e (per il momento) sette nipoti. Scrive per comunicare esperienze vissute. Così si presenta nel retro di copertina, Antonio Thellung, autore del libro appena pubblicato da Borla dal titolo volutamente problematico "Un po' meno della verità". Problematico appare anche il contenuto, che mette in discussione non una delle tante tesi teologiche o un metodo esegetico, e neppure un pronunciamento del magistero ecclesiastico. Se la prende col Vangelo, che, secondo Thellung, contiene "ambiguità" e qualche "contraddizione". Adista lo ha intervistato.

Thellung, già fin dal sottotitolo -"L'antivangelo nel Vangelo"- il tuo nuovo libro appare una provocazione. È vero?

In verità sono io che mi sento provocato sia dal Vangelo che da alcune constatazioni. Per esempio, i cristiani si ispirano tutti al Vangelo, eppure tra loro vi sono differenze a dir poco stupefacenti. Come mai alcuni sanno porgere l'altra guancia, costruiscono ambienti di pace, si proiettano verso fratelli e sorelle con una dedizione ammirevole, mentre altri scelgono atteggiamenti di contrapposizione, sostengono una giustizia vendicativa e forcaiola, e talvolta approvano la strategia delle bombe? Il fatto è che fin dalle origini, nel Vangelo stesso, vi sono ambiguità e contraddizioni. Un argomento che può spaventare, ma oggi, di fronte agli inquietanti problemi del mondo contemporaneo, credo sia urgente rivisitare anche le immagini più tradizionali, per eliminare le sovrastrutture e recuperare l'essenza evangelica. Questo libro è maturato nel confronto quotidiano con sorelle e fratelli in oltre vent'anni di vita comunitaria. Non è altro che esperienza di fede vissuta, condivisa, pregata, e rimessa continuamente in discussione, ogni volta che le difficoltà d'intendersi autorizzavano il sospetto che le stesse parole fossero ambigue, che potessero essere interpretate dall'uno e dall'altro in modi anche significativamente diversi. Penso si possa dire un piccolo tentativo, fatto da un semplice fedele qual sono, di comunicare le difficoltà di fede incontrate, nella speranza di contribuire all'attuale ricerca di valori sociali.

Pensi di avere in comune con altri queste che chiami "difficoltà di fede" e a quali valori ti riferisci?

Innanzitutto al senso della giustizia. A livello di opinione pubblica è ormai maturata la convinzione che si debba sempre mirare al recupero del reo, eppure nella teologia cristiana continua a essere presente un modello di giustizia basata sulla definitiva cristallizzazione del male, senza più alcuna possibilità di recupero. Per quanto riguarda la storia, si potrebbe dire, mi sembra, che tutte le forme di giustizia applicate nel corso dei secoli siano state forse "giuste" per qualcuno, ma certamente ingiuste per altri. La sensibilità odierna ha capito che la giustizia potrà dirsi tale soltanto se saprà superare ogni discriminazione e ogni forma di emarginazione. L'inferno però è il più tipico modello d'emarginazione. Mi domando quale influenza eserciti, sull'animo dei cristiani che si sentono impegnati a costruire esempi di vita e di speranza, questa "cappa di piombo" che contraddice il senso rivoluzionario della misericordia divina: una misericordia che sa essere benevola anche con gli ingrati e i malvagi. Se è comprensibile il desiderio d'una giustizia escatologica in grado di riequilibrare le malvagità di questo mondo, perché allora non sperare che Dio, nella sua genialità, sappia inventarsi qualcosa che trasformi in bene tutto quello che continuerà a vivere, anziché creare altro male e per di più irredimibile?

Per parlar chiaro, tu non vedi conciliabili il piano salvifico voluto da Dio e la misericordia che la accompagna, con l'idea (o con la realtà, se esiste) dell'inferno.

Non si tratta di negare l'inferno, ma di capire se i brani evangelici, che alla lettera contraddicono tale misericordia, possano essere letti e interpretati con altri significati. Personalmente credo di sì, e ho provato a dirlo.

Partendo dalle "contraddizioni"?

Prima di cominciare l'analisi delle contraddizioni, mi sono preoccupato di estrarre e mettere assieme tutti quei brani che tracciano la straordinaria immagine divina rivelata da Gesù Cristo. Tenendola sempre davanti agli occhi credo sia più facile identificare quel che non è compatibile con il quadro d'assieme. Non quindi un libro che denuncia il negativo, ma che si propone innanzi tutto di evidenziare il positivo. Nella seconda parte del libro mi è sembrato importante riflettere sullo spirito ecumenico, che è poi strettamente legato al senso di giustizia. E qui mi sono accorto che entra in ballo nientemeno che il modo di concepire la verità. Non giudicare è una drastica ammonizione di Gesù, ma la verità cristiana, così come si è strutturata nei secoli e viene proposta ancor oggi dal Magistero, è essenzialmente basata sul giudizio. Non si accontenta infatti di affermare gli elementi positivi della fede, ma si preoccupa continuamente di stabilire dove gli altri sbagliano. Se però continuiamo a partire dal principio che la nostra è l'unica verità, l'ecumenismo si fa impossibile. I cristiani sensibili oggi si pongono, magari implicitamente, un interrogativo: è possibile credere fino in fondo che Gesù Cristo è unico e irrinunciabile, e contemporaneamente sentirsi alla pari con i seguaci di altre religioni o contesti culturali? A prima vista sembrano versanti inconciliabili tra loro, eppure a me sembra possibile, ed è proprio quello che sento nella mia esperienza di fede vissuta. Anche se non è facile spiegarlo, mi è sembrato importante provarci. Ma così, semplicemente, per comunicare fede vissuta, senza la pretesa d'inseguire la verità, col rischio magari di finire fuori strada. Personalmente mi accontento di un po' meno.

Il tuo ragionamento porta a concludere che i cristiani devono rinunciare a sentirsi depositari di una "unica" verità su Dio e sulla salvezza e considerare la "propria" verità pari a quelle delle altri fedi religiose. Non ti sembra di essere in dissenso con l'attuale magistero ecclesiastico?

Mi pare non si dovrebbe escludere che l'iniziativa divina possa essere diversa per i cristiani e i non cristiani. Se prendiamo l'eucarestia, per esempio, non potrebbe Cristo, per sua iniziativa, rendersi presente a chi crede in lui, e non a chi non crede? Secondo la logica tradizionale, la sua presenza dovrebbe valere per tutti o per nessuno, e di conseguenza tra chi l'afferma e chi la nega qualcuno è certamente in errore. Ma l'iniziativa divina non trascende ogni logica? L'idea che possano aver ragione i cristiani a crederlo presente, e i non cristiani a negarne la presenza, non mi sembra così peregrina. Una semplice ipotesi, naturalmente, ma quando tendo a crederci mi accorgo di sentirmi vicino a Cristo e contemporaneamente alla pari con tutti. Certamente, affrontando argomenti scabrosi, alcune considerazioni potrebbero apparire irrispettose e creare disagio, ma è stato l'amore per la nostra fede, quel profondissimo amore che ha cambiato radicalmente la mia vita, a suggerirmi di comunicare queste riflessioni. Sentirsi parte viva della Chiesa, in comunione con tutti, dal papa fino all'ultimo cristiano anonimo, non esclude affatto la possibilità di trovarsi in dissenso su alcuni aspetti. E dal momento che non c'è nulla di nascosto che non possa essere comunicato, quali ragioni avrei per conservarlo nel mio privato? Non credo che san Paolo parlasse solo per sé quando diceva: guai a me se non predicassi il vangelo. Credo piuttosto che l'invito a esprimere la fede vissuta sia un'esortazione per tutti. L'importante è che quando c'è dissenso dalle posizioni ufficiali, questo non si trasformi in contrapposizione, ma si ponga come affettuoso stimolo a ulteriori approfondimenti. Andare d'accordo non significa avere le stesse opinioni, ma camminare insieme nei disaccordi. Questo vale anche per la comunione ecclesiale.

 

 


 

 

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