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copertina La conversione dei buoni <br><i>scirtto a quattro mani con Alberto Maggi</i>  

La conversione dei buoni
scirtto a quattro mani con Alberto Maggi

 
Cittadella ed. pagg. 96 € 9,30 - 2004

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La sindrome dei buoni sta nel sentirsi dalla parte giusta. Secondo i luoghi comuni i cattivi dovrebbero convertirsi per diventare buoni; invece secondo il vangelo tutti dobbiamo convertirci per diventare figli. Ma i cattivi, paradossalmente, seguono vie più facili.
Quale spazio avrà il cristianesimo nel futuro? Le verità garantite non interessano più, le deleghe di coscienza hanno fatto il loro tempo e l'autoritarismo ha le armi spuntate.
Immerso nell'inquietudine del nostro tempo, chi vuole somigliare a Gesù cerca umilmente di gestire la perplessità. Orfano ormai d'ogni religiosa certezza, ma ben consapevole di essere parte della famiglia divina, lavora con perseveranza e senza affanno per creare armonia e pace.
Il cristianesimo sarà finalmente maturo quando i cristiani sapranno mostrare concretamente, nei gesti, il volto di Cristo senza neppure bisogno di nominarlo.


dal Il Caffé del 10 febbraio 2010 di Rainews 24

 

 
   
   

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Notiziario Missionario Frati Servi di Maria
Settembre/dicembre 2004

Tutte le religioni sono mezzi: essere più o meno religiosi, praticare l’una o l’altra, potrà facilitare più o meno il cammino spirituale, ma non dimostra nulla sul versante della fede. D’altronde il messaggio evangelico è per sua natura anarchico, anche se in senso creativo e non caotico. Il cammino da compiere resta orientato in modo chiaro e impegnativo, ma è la coscienza a doverlo identificare, e non una qualsiasi autorità esterna. Di fronte a ogni dilemma non serve interrogarsi astrattamente su che cosa sia giusto o sbagliato, ma su quale scelta aiuti a mostrare meglio il volto di Cristo, a somigliare di più a Gesù. Proprio perché anch’essa strutturalmente anarchica, la coscienza sa di non doversi isolare in se stessa, col rischio di addormentarsi e crogiolarsi nelle illusioni. (E’ ormai tempo di svegliarci dal sonnoe - cfr Rm 13,11), ma non basta: poi bisogna rimanere svegli, cosa che solo un continuo confronto con fratelli e sorelle (compresi quelli che formano l’autorità) può garantire. Il confronto è faticoso, e talvolta addirittura irritante, come un attrito che costringe a sforzi supplementari. Ma chi desidera somigliare a Cristo non lo teme, anzi finisce per provare istintivamente una certa diffidenza verso le approvazioni, verso chi si dichiara dalla stessa parte, mentre si sente grato a chi lo contrasta, costringendolo a rivisitare le sue posizioni: nessun timore all’idea di rimettersi in discussione, perché ogni coscienza sveglia sa che i valori autentici non si possono perdere.
Le indicazioni sono inequivocabili e anche gli strumenti di verifica: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi (Gv 15,11), «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me» (Gv 16,33). La gioia/pace nel cuore è uno dei due punti di riferimento complementari. L’altro è la disponibilità applicata: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Se m a n c a anche uno solo di questi due parametri, il fuori strada sarà conseguenza automatica: è importante averne coscienza per poter riprendere il cammino. In ogni caso, ma nulla sarà piè utile del confronto con sorelle e fratelli, in particolare con quelli che mostrano disponibilità e animo sereno, pur se inevitabilmente accompagnato da travagli e inquietudini. Anche il confronto con l’autorità resterà sempre utilissimo, a patto che sia libero da elementi moralistici e colpevolizzanti.
In tempo di crisi delle certezze, la coscienza non teme la compagnia dei dubbi irrisolvibili. Del resto, fede è credere e sperare in qualcosa dì cui non si è certi, altrimenti non sarebbe fede! Immerso nell’inquietudine del nostro tempo, chi vuole somigliare a Gesù cerca umilmente di gestire la perplessità. Orfano ormai d’ogni religiosa certezza, non teme di frequentare il mistero e, accompagnato da una fede costellata d’interrogativi ma ben consapevole di appartenere alla famiglia divina, lavora con perseveranza e senza affanno per favorire armonia, pace, clima distensivo. Sempre pronto a offrire e chiedere perdono, a proporre dialogo e collaborazione, a rinunciare ad atteggiamenti di tipo: "se lui. - . allora io", oppure "da parte mia sarei disponibile, però…". Sa ricominciare per primo non chiede mai agli altri di sacrificarsi, ma se necessario sacrifica se stesso. Non dimentica che porgere l’altra guancia (cfr Mt 5,39) significa anche non chiudere mai la porta, significa offrire e offrirsi sempre nuove opportunità: conosce i benefici di affrontare disaccordi e contrasti tenendosi per mano, anziché l’un contro l’altro armati.
E soprattutto non teme il ridicolo dell’utopia: in epoca di globalizzazione, che sembrerebbe accentuare conflitti e terrorismi di tutti i tipi, perché non globalizzare l’amore? Quell’amore gratuito e disinteressato che «è paziente, è benigno, non è invidioso, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto,non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità» (ICor 13,4-7). Nulla a che fare con il sentimentalismo: si tratta di un atteggiamento concreto da esprimersi nei gesti della vita quotidiana.
Ii Padre dona lo Spirito a chi glielo chiede (cfr Lc 11,13): tutti coloro che lo desiderano, che accolgono il dono della fede, sentono prepotente l’esigenza di esprimere la propria potenzialità, e consapevoli del rischio di sprecarla cercano mezzi piè adatti per farla fruttare. Ciascuno sa di poter fare poco, forse pochissimo, ma non cade nel trabocchetto di lasciarsi scoraggiare, di trarsi indietro. E neppure si lascia turlupinare dalla voglia di grandi cose, col risultato di non fare neppure quelle piccole, quelle che sono alla sua portata. Offrire un sorriso a chi è malato, tendere la mano a chi si trova in difficoltà, ascoltare chi è solo: tutti gesti che rendono il mondo migliore, un p0’ migliore. Gesti irrinunciabili, per somigliare a Gesù.
La speranza sarebbe mortificata, se chi ama le provocazioni dell’utopia rinunciasse alla propria parte. Orientati dalla bussola della fede che indica costantemente la via, irnpegnati a lavorare per correggere le srorrure e rendere al meglio, ben sapendo che in qualsiasi occasione si porrebbe fare di più (ma anche dì meno), quale ragione vi sarebbe di esaltarsi o sentirsi bravi, oppure di scoraggiarsi? La coscienza di essere poco somigliante a Gesù viene compensata dalla fiducia di poterlo diventare. Senza inseguire forme di efficientismo, ma anche senza artificiose umiltà, tipo: “chi sono io, chi mi credo di essere”? C’è solo da offrire se stessi, così come si è, restando sempre consapevoli di potersi sbagliare.

Gli autori:
Alberto Maggi, frate dell'Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche "Marianum" e "Gregoriana" (Roma) e all'École Biblique et Archeologique Française di Gerusalemme. Direttore del Centro Studi Biblici G. Vannucci a Montefano, cura la divulgazione, a livello popolare, della ricerca scientifica nel settore biblico attraverso scritti, trasmissioni e conferenze in Italia e all'estero.
Antonio Thellung, felicemente sposato da oltre 50 anni, con tre figli e otto nipoti, co-fondarore della Comunità del Mattino, autodidatta, imprenditore, pittore, scrittore, per molti anni si è dedicato all'assistenza di malati terminali. Giunto ormai all'età che comprime il futuro spera di non sprecare il presente.


Jesus
ottobre 2005

Scritto a quattro mani da un padre di famiglia e un teologo, che amano stimolare i cristiani abitudinari, il volume è attraversato da un filo rosso: il conflitto tra religione e fede, tra un sentimento religioso che l'uomo si costruisce e un Dio che, in Gesù Cristo s'inchina sull'uomo. Un libro – talvolta scomodo – che invita a scegliere tra le paure e l'amore adulto e stimola a impegnarsi nell'imitazione del Padre attraverso la sequela del Figlio.

Rivista di Teologia Morale 
del 2005

Si tratta della riflessione comune tra il direttore del Centro Studi Biblici G. Vannucci, e il co-fondatore della Comunità del Mattino. Secondo il sentire comune, i cattivi si dovrebbero convertire per diventare buoni, secondo il vangelo, invece, tutti devono convertirsi per diventare figli di Dio. Se l'uomo contemporaneo è immerso nell'inquietudine del suo tempo, colui che vuole assomigliare a Gesù cerca di gestire la perplessità di vivere in un mondo, almeno apparentemente, senza Dio. Il cristiano, pur essendo orfano di ogni religiosa certezza, è consapevole di essere parte della famiglia umana, a cui partecipa, lavorando con perseveranza per creare armonia e pace. Il Cristianesimo sarà finalmente maturo quando i cristiani sapranno mostrare concretamente, nei gesti, il volto di Cristo senza neppure bisogno di nominarlo.

Rocca
del 15 novembre 2005

Questo libro intende tracciare «i lineamenti di una speranza concretamente possibile... legata a una riscoperta di Gesù Cristo che stimoli il desiderio di somigliargli».
Anche nei nostri giorni e nella nostra società, basata su dominio e danaro (l'esatto contrario del messaggio di Cristo), donne e uomini possono trovare in Cristo il motivo della loro speranza e della scelta di fare ognuno la propria parte… d'amore.
Gli autori propongono una riflessione sui comportamenti e sugli stati d'animo di Gesù, come si evincono dalle pagine del Vangelo, per comprendere la sua figura e il suo messaggio. All'esigenza conoscitiva di Colui che per primi ci ha amati, si congiunge la domanda di conoscere da Lui il senso concreto della vita. Ci si accorge così che Gesù non invita «a rendere culto a Dio, ma a somigliargli», che «il suo amore non va meritato, ma accolto», che «l'amore di Gesù è rivolto a tutti». Viene presentato un Dio che «non condanna nessuno, ma offre a tutti la possibilità di vivere», un Dio che «scende al livello dell'uomo ponendosi totalmente al suo servizio».
Leggendo queste pagine, comprendiamo che il Vangelo «è una fioritura continua: leggiamo un brano, ne percepiamo il senso, crediamo di conoscerlo, ma poi, rileggendolo, scopriamo altri significati»; questo aiuta i «buoni» a convertirsi e a riconoscersi figli, per entrare nell' ottica divina che è quella di porre la propria vita al servizio degli altri per creare armonia e pace.

 


 

 

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